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Art & Show – Americana e giornalista. Quindi Intoccabile?

emilioMi ri-capita sotto gli occhi un articolo di una giornalista newyorkese, tale Bridget Foley (nella foto), il cui compito è riportare la cronaca delle sfilate parigine (in questo caso le passate Autunno/Inverno).

Bridget Foley 01Datato febbraio, ricordo perché ho conservato tale lungo articolo: raro esempio di dettagliato reportage di frontiera (quella francese) in cui si imbatte una americana che pensa di avere tutti i diritti e scopre di avere dei doveri. Vedete, di solito è la supremazia di confine americana ad incutere terrore e a far gelare il sangue nelle vene a noi stranieri, con storie dell’orrore narrate da viaggiatori maldestri con qualche visto fuori posto al confine U.S.A.. Non scrivo ovviamente di delinquenti ricercati che in tutti i modi cercano di danneggiare o penetrare la rete di civiltà americana, ma faccio riferimento ai trattamenti tutt’altro che moderati o educati che qualunque persona per bene si vede sbattuti sul muso (anche in senso fisico, in una giornata sfortunata) se per caso approda a una dogana U.S.A. con un documento fuori posto. L’articolo in questione, a darmi grande soddisfazione, narra invece in prima persona dalla Foley, per una volta esempio di saccente giornalista NewYorkese alla mercè della dogana francese.

Bridget Foley 12 La tizia (che ripete di far avanti e indietro con Parigi come fosse la via dell’orto) giunge a Parigi da New York col passaporto che sta per scadere e la tipica frenetica agenda di una che non vincerà mai il premio Pulizer, ma pensa che il mondo si muova alla sua velocità. La dogana della capitale europea al contrario la rimbalza legittimamente per un vizio (scadenza) del passaporto. Non fosse mai successo, è tutto un descrivere trattamenti angustiosi di poliziotte parigine girate male, permessi di andare al bagno negati, puzzolenti latrine senza carta igienica, scompifferamenti della borsetta firmata che viene dettagliatamente ispezionata, compagni di confino da gironi danteschi, malintesi a ripetizione dovuti alla lingua, computer sequestrati e trasferimenti con sballottamento. Ma io chiedo: la signora Foley ha mai visto cosa succede a chi viene detenuto al confine U.S.A. per simili cause? Inoltre, cara signora, se Parigi è la sua seconda casa, non ha mai pensato di studiare il francese (comprovato: sono rarissimi gli statunitensi nel business della moda che pur avendo migliaia di giorni trascorsi in Europa da anni e anni, parlano un minimo di francese o italiano).
Quel che balza all’occhio è in primis una “Brigitte” Foley che non si rende conto dei toni che usa nel descrivere questa sua breve detenzione da NewYorkese a Parigi, cercando di esser ironica ma divenendo, ai miei occhi, una parodia dell’arroganza americana all’estero, un’inacidita vittima a cui qualcosa è andato troppo storto, al punto quasi da non poter esser vero. La soluzione della Foley è stata pretendere un avvocato (cosa legittima per altro) che genera la liberatoria conseguenza di vederla imbarcata sul primo volo per New York dopo 11 ore di atteggiamenti detentivi tra l’arresto matutino e la ripartenza. Ma il colpo di scena sta per arrivare.

CBP Border Patrol agent conducts a pat down of a female Mexican being placed in a holding facility.

Penso: se un Italiano si fosse trovato in simile condizione, avrebbe sospirato dopo aver provato qualunque nome, conoscenza o connessione e poi forse si sarebbe sorbito il fantozziano rimpatrio. La Foley invece, proprio sul più bello, tra telefonini scarichi e poliziotti di scorta, viene ripescata dall’aereo diretto a New York e rimessa in libertà sulle strade parigine al calar della sera perché “da Parigi” sono arrivate news. La Foley stessa racconta che in un mondo al confine (è letteramente il caso di dirlo) tra guerre di religione, guerre etniche, guerre tra contrabbandieri e narcotrafficanti, con dogane seriamente intasate di profughi in fuga dalla morte e chi più ne ha più ne metta, il suo caso ha ricevuto la diretta attenzione di Karl Lagerfeld che probabilmente non poteva sopportare l’assenza della Foley in prima fila alla sfilata di Chanel. Dunque, l’anziano e saggio Karl ha alzato la voce con il presidente di Chanel Bruno Pavlovsky e Madame Marie-Louise de Clermont-Tonnerre (direttrice delle relazioni esterne della maison della doppia C) i quali hanno pensato di usare tutto il potere di lobby Chanel in direzione del ministero (e della Ministro) francese della Cultura e Comunicazione (Aurelie Filippetti). Ipotizzando dunque a questo punto, che i ministri francesi si girino i pollici in attesa di stilisti che nulla di meglio hanno da fare che richiedere procedure d’urgenza e misure eccezionali a favore di sbadate e poco ironiche giornaliste da sfilata, sarei curioso di intervistare un nostro concittadino che non è giornalista nelle grazie di Ralph Laurent e che è stato arrestato al confine U.S.A. per far un confronto, partendo da questo “costruttivo” quadro di legalità espresso dalla Foley. Sono pronto a scommettere che la Foley, al confronto, abbia goduto di una giornata di meritato riposo!

Emilio Paschetto, New York

 

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