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Art&Show-La bottega dei cento natali e…Tanti Auguri da Il Font

Dovevo essere ancora un ragazzo quando sull’imbocco principale al grande viale di pioppi, che come una trincea divide in due il mio paese, fu tirato su quel palazzone grigio, triste e pieno di uffici, con tutto il loro andirivieni incessante di impiegati e postulanti. E’ un palazzone grigio, triste e perciò abbastanza brutto; forse non più di tanti altri anonimi edifici che spuntano, simili a questo, da un giorno all’altro nelle città vere, ma come non ne dovrebbero esistere in paesini come il mio, che città non sono e che invece si atteggiano ad esserlo proprio negli aspetti peggiori.
Qualcuno per poca memoria o, come mio figlio, per l’età troppo breve, potrebbe avere l’impressione che questo palazzo esista lì da sempre, come la montagna, che guarda le spalle a tutto l’abitato, o come i due laghi, in fondo alla vallata. In realtà, al suo posto una volta c’era l’Hotel Principe, una bellissima ed elegante costruzione in stile liberty.
Era proprio bello l’Hotel Principe: ricordo che sul davanti aveva una ringhiera in ferro battuto lavorato a foglie d’edera, graziosi terrazzini dalle colonne sottili che si sorreggevano una sull’altra come in un castello di carte e le aiuole del piccolo parco a forma di giglio fiorentino, che mi sembra di ricordare sempre fiorite, anche in pieno inverno.
Ogni tanto, davanti a quel portone si fermava qualche lunga automobile dalla quale scivolavano fuori eleganti personaggi; si muovevano lentamente, con gesti misurati, allungavano qualche moneta all’autista e sparivano dentro il portone fendendo un nugolo di facchini e camerieri. Quelle strane figure si lasciavano sempre dietro scie profumate di colonie e ciprie, che galleggiavano a lungo nell’aria e che noi ragazzi rimanevamo lì ad annusare come cani finché non svanivano, portate via dal vento.
Sul retro dell’albergo, in pratica all’inizio del viale alberato di cui parlavo prima, c’erano invece il bar del Pavone e due bottegucce. La prima, poco più di un buio stanzino, era occupata da Beppe il calzolaio, il quale, credo, oltre che lavorarci ci doveva anche abitare, come si capiva dalla branda buttata in un angolo e dal fornellino sul quale ribolliva sempre del brodo.
L’altra bottega, proprio accanto alle cucine dell’albergo, era invece quella del signor Tarughi.
Non ricordo che nome di battesimo avesse perché tutti lo chiamavano solo “signor Tarughi”; anzi, credo di non averlo mai sentito chiamare per nome nemmeno da chi, per via delle quotidiane frequentazioni, di confidenza ne doveva avere ormai molta con quel vecchietto piccolino, magro e con i capelli ed i baffoni giallognoli come la stoppa.
L’unico che, omettendo il “signor”, si permetteva una certa confidenza arrivando a chiamarlo solo Tarughi, era Mario, il proprietario del bar nel quale si fermava ogni mattina a fare colazione da almeno quarant’anni.
Non che il Tarughi navigasse nell’oro; infatti, a parte un mezzo sigaro al giorno, quello della colazione al bar era l’unico vizio che gli si conosceva. Però sembrava goderne con una tale voluttuosità che faceva fremere di sdegno il calzolaio. Beppe, quando lo vedeva presentarsi a tirare su la saracinesca della bottega, ostentando i baffi ancora sporchi della crema dei cornetti, non poteva fare a meno di borbottare con astio: “Non ha una lira per farne due e si permette di fare la colazione al bar, quel vecchio matto; e almeno si ripulisse il muso…”. Poi rimarcava il suo rancore esplodendo una sonora bestemmia.
Forse perché lui ogni mattina si alzava alle cinque e per colazione aveva solo un po’ di pane e mortadella, o forse perché era convinto che la colazione al bar fossero in diritto di farla solo i signori. Eppure il Tarughi, che signore non lo era davvero, credo che a quel vizio innocente non ci avrebbe mai rinunciato. A costo di non mangiare altro per tutto il resto della giornata.
Ogni mattina arrivava puntualissimo alle otto e mezzo e andava a sedersi al solito tavolo d’angolo. A ruota arrivava subito Mario con i due cornetti e il cappuccino. Il signor Tarughi aveva proprio l’aria di uno che la vita sapeva godersela; ed io, che qualche volta mi ero trovato ad assistere a tutta quella cerimonia, mi mettevo in disparte ad osservarlo di nascosto per cercare di capire come fosse possibile trarre un piacere così grande da una cosa, in fondo, così modesta.
Prendeva un cornetto tra l’indice ed il pollice, delicatamente, e lo portava alla bocca con la stessa esagerata gestualità di un prestigiatore che fa vedere a tutti che il cilindro è vuoto; poi ne mordicchiava un pezzettino, che prima di inghiottire masticava almeno cinque minuti con lenti movimenti delle scarne mascelle e un grande sventagliare di baffi.
Veniva, quindi, il momento del cappuccino, nel quale metteva almeno cinque o sei cucchiaini di zucchero e se ne stava lì a girarlo e a rigirarlo con aria preoccupata. Poi lo assaggiava, aggiungeva altro zucchero, e iniziava finalmente a sorbirlo a piccolissimi sorsi. Il tutto durava almeno una quarantina di minuti durante i quali tutto il movimento del bar si fermava e l’attenzione degli avventori, compresa quella del signor Mario e del suo giovane barista, che trascorreva tutto il tempo continuando allocchito ad asciugare lo stesso bicchiere, erano tutti per la colazione del signor Tarughi.
Era difficile non rimanere suggestionati dalla pomposa sacralità di quei gesti e c’era anche qualcuno che si provava ad imitare, peraltro con comici risultati, quei modi aristocratici.
Nazareno il vetturino, per esempio, che ogni mattina entrava di corsa per buttare giù il primo bicchiere di rosso della giornata, quando si combinava con il signor Tarughi cambiava un poco i suoi modi notoriamente selvatici: era certamente quello l’unico momento in cui smetteva di sacramentare Dio e tutti i santi del Paradiso, e doveva sentirsi un principe mentre prendeva delicatamente il bicchiere di vino tra due dita e si metteva a sorbirlo come un passerotto, alzando elegantemente il mignolo dall’unghia smisurata e ferrigna come una sciabola.
No, non doveva certo navigare nell’oro il Tarughi; anzi, forse se la passava abbastanza male. Del resto, quanto poteva mai guadagnare con quella bottega dove c’erano solo poche, misere cianfrusaglie di dozzina? Magari la vetrina sarebbe stata anche abbastanza grande e luminosa, e in altri tempi, quando sia lei che il gestore erano stati più giovani, era sicuramente riuscita ad attirare l’attenzione di qualche passante, che comunque per quella strada non sono mai mancati. Ma il cristallo era ormai opaco e solcato di graffi, il velluto qua e là strappato, stinto, polveroso. Come se non bastasse, il vecchietto non puliva mai ed erano anni che non cambiava l’ordine delle cose esposte. Tra un centrino di cotone assaggiato qua e là dalle tarme e uno sformato cappelluccio di paglia di Firenze si stendeva un vasto cimitero d’insetti morti i cui strati si sovrapponevano seguendo l’ordine delle stagioni: in primavera maggiolini, poi scarafaggi e farfalle, quindi piccoli ragni crociati e, in autunno, decine di quelle che noi ragazzi chiamavamo cimici puzzolenti adornavano quelle misere cose facendole apparire – se mai fosse stato possibile – ancora più misere.
Tutto questo era motivo per cui nel negozio entrava poca gente, ma di ciò il Tarughi non sembrava poi rammaricarsi più di tanto: probabilmente per lui era sufficiente guadagnare abbastanza da permettergli il suo cappuccino e i suoi due cornetti quotidiani.
Fra i suoi rari clienti c’eravamo io e tre o quattro amici miei. Ogni tanto entravamo in quel negozietto per comprare dei petardi, o qualche girandola, o una manciata di quelle liquirizie che pescava con la mano da un grosso vaso di vetro pieno alla rinfusa di caramelle di tutti i colori ed di un’incredibile varietà – anch’essa variopinta – d’insetti morti.
Le mie visite, però, si facevano più frequenti nei giorni precedenti il Natale.
In casa mia la tradizione dell’albero di Natale non poté mai attecchire anche se io, ogni anno, provavo timidamente a proporre di metterne su uno, magari anche piccolissimo: “Siamo in Italia e siamo italiani; e in Italia gli italiani devono fare il presepio” – tuonava però mio fratello, che dall’alto dei suoi dodici anni profittava della posizione di primogenito per imporre la sua patriottica volontà. Passati però i primi momenti di scorno e baruffa, ci mettevamo di comune accordo a preparare il presepio. Ricordo che lo facevamo grandissimo e anno dopo anno lo arricchivamo sempre più, acquistando altre statuine di gesso e casine di cartapesta e aumentando il numero dei laghetti fatti con lo specchio, dei mulini di cartone e dei pescatori.
L’unico negozio che trattava questi articoli – o, almeno, il più vicino a dove abitavo – era quello del signor Tarughi, e lui era un vero esperto in fatto di presepi. A volte, durante la difficile scelta di una figurina di gesso, mi parlava di quelli che aveva visto nei tanti viaggi che aveva fatto a Napoli, prima della guerra. I suoi occhi luccicavano mentre mi descriveva scenari fantastici fatti di centinaia, migliaia di statuine alte due palmi, di torrenti e di laghetti con l’acqua vera e veri pesciolini colorati, di casette illuminate e di stelle comete lunghe come un braccio.
Lo ascoltavo a bocca aperta cercando di immaginare tutte quelle meraviglie, poi tornavo a casa stringendo in mano l’involto di carta velina dove dormiva un’altra pecorella o un nuovo Melchiorre e me ne stavo in camera per ore a rimuginare su come avrei mai potuto anch’io costruire qualcosa di simile.
La conclusione alla quale giunsi in breve tempo era che presepi simili non si potevano costruire nei soliti dieci o quindici giorni precedenti il Natale; avrei dovuto cominciare a studiare e a preparare tutto molto, molto tempo prima.
Dovevano essere i primi di luglio quando le mie visite alla bottega del signor Tarughi cominciarono ad intensificarsi. In realtà non avevo le idee molto chiare su come procedere alla progettazione del mio presepio, ma ero certo che consigliandomi con lui e soprattutto ascoltando i suoi racconti sulle centinaia di presepi che aveva visto, avrei trovato tante di quelle ispirazioni da poterne costruire sette o otto. Uno più bello dell’altro.
Erano giornate calde e appiccicose quelle, ma noi ce ne stavamo nella fresca penombra della bottega a discutere di neve fatta con la farina, a disquisire sulla differenza tra il muschio naturale e quello finto, a studiare come fare l’illuminazione di una capanna o un laghetto con l’acqua vera. Parlavamo a voce bassa e senza paura di essere disturbati – in quella bottega non entrava mai nessuno – io a sedere su un panchetto, con le spalle voltate alla porta; lui abbandonato su una poltroncina spellata, con le gambe allungate sul bancone. Ogni tanto s’interrompeva per andare ad arrampicarsi leggero – proprio come uno dei suoi ragni – sullo scaffale; poi, dopo un gran rovistare, ritornava giù porgendomi la figurina di gesso di un pescivendolo o di una popolana che aveva scovato in qualche scatola polverosa. “Tieni, te la regalo. Portala a casa: ti servirà per allestire il mercato”. Mi schernivo, cercavo di rifiutare, ma poi alla fine dovevo accettare perché prima di uscire me la infilava in tasca e mi allontanava con uno scappellotto.
“Come farà a comprarsi il cappuccino e i cornetti se la roba invece che venderla la regala” – mi chiedevo preoccupato mentre tornavo a casa; ma dopo un minuto già non ci pensavo più e correvo a
riporre la statuina insieme alle altre. E la sera, prima di addormentarmi, guardavo felice quella schiera che s’infittiva di giorno in giorno sulla libreria. Poi la notte mi sognavo le statuine ognuna al suo posto tra casette, sentieri e ruscelli, nel presepio più bello della mia vita.
Quella mattina – doveva essere il dodici o il tredici d’agosto – il vecchietto era molto pensieroso. Sì, sembrava ascoltarmi, però quello sguardo assente mi faceva capire che la sua mente stava vagando molto lontano da me e da quella bottega.
Ad un certo punto – forse stavo illustrandogli l’ennesimo progetto di una mangiatoia – si alzò di scatto dalla poltrona e disse: “Lo sai? Mi è venuta una gran voglia di rifare la vetrina. Vuoi aiutarmi?”
Rimasi di sasso; forse non avevo capito bene. Rifare la vetrina? Ma se erano anni che nemmeno la spolverava. E poi con che cosa? Con qualche altro centrino tarlato? O con qualcuno di quei fazzolettini ricamati che teneva alla rinfusa ad ammuffire dentro ad un sacco? No. Stava proprio parlando sul serio perché non avevo ancora finito di pensare che già si era inerpicato sulla vetta dello scaffale e aveva iniziato a passarmi alcune scatole.
Ne tirò giù almeno una decina, e tutte in origine dovevano essere servite per gli oggetti più disparati: alcune di lucido da scarpe, altre della pasta all’uovo e altre ancora di latta, di quelle dei biscotti per bambini. Nell’ultima, la più grande, una bella scritta a caratteri svolazzanti ci avvertiva invece che in altri tempi erano stati contenuti ben “cento lumini da cimitero, modello extra, della premiata ditta Aeterna Lux”.
Dopo aver attaccato con delle mollette da bucato un lenzuolo alla saracinesca, in modo da poter lavorare indisturbati e al riparo dagli occhi dei passanti, iniziammo con l’operazione di ripulitura della vetrina. Fu un lavoraccio; e non tanto per l’incredibile ecatombe di ragni e scarafaggi che giacevano a pancia all’aria sul pavimento e per i quali allora non provavo alcun ribrezzo – del resto, ne trovavo a decine in ogni cartata di caramelle che acquistavo dal signor Tarughi – ma quanto per la fatica che facemmo per rimuovere tutto il sudicio e la polvere che si erano incrostati negli angolini più nascosti e che dovemmo grattare via aiutandoci con un coltello.
Ci volle l’intera giornata e tutte le mie energie, ma per l’ora di cena avevamo finito.
Certo, mi facevano male le braccia, avevo le ginocchia scorticate e le unghie nere, però la vetrina era tirata a lustro come probabilmente non lo era mai stata. Il signor Tarughi aveva anche cambiato un paio di lampadine che dovevano essersi fulminate almeno dieci anni prima. Non c’era che dire; tutto quel lindore e tutta quella luce creavano un’atmosfera veramente magnifica.
“Non so proprio come ringraziarti. Da solo non gliel’avrei mai fatta. Domattina torna ad aiutarmi, così allestiremo la vetrina. Prima, però, faremo colazione insieme… offro io.”
E il signor Tarughi si batté forte la mano sul petto con l’esagerato orgoglio tipico delle persone per bene, e anche dei poveracci.
La mattina dopo, alle otto e trenta in punto, ero seduto con lui al suo tavolo, al bar del Pavone. Avevo anch’io un cappuccino davanti ed un cornetto in mano, e anch’io per portarlo alla bocca mi divertii a fargli fare le evoluzioni da aeroplano che avevo visto fare tante volte al Tarughi. Evitai anche di pulirmi le labbra e la bazza; forse perché volevo che il calzolaio mi vedesse. Ed infatti mi vide: “Ecco, il vecchio matto ha contagiato anche quel povero ragazzo. Il matto grande e il matto piccino. Poveri noi, dove andremo a finire”.
E giù, la solita bestemmia.
Ci chiudemmo dentro la bottega e iniziammo a lavorare.
Non mi aveva detto niente, ma avevo intuito cosa aveva in mente; infatti non ci vidi niente di strano nell’aiutarlo a stendere la grande pezza di velluto verde sul pavimento della vetrina e nel cominciare a disporre i pastori, le pecorelle, la capanna e tutto il resto. Lavoravamo concentratissimi e in assoluto silenzio; del resto, dopo tutte quelle ore passate insieme a parlare di presepi, ci capivamo benissimo con pochi cenni e prima ancora che mi chiedesse questa o quella statuina, già l’avevo presa dalla scatola e gliela avevo messa sotto il naso.
C’interrompemmo solo per andare a pranzo, ma alle due eravamo di nuovo al lavoro.
Il signor Tarughi non mi aveva raccontato bugie: lui era veramente imbattibile in fatto di presepi e lo vedevo da come sapeva panneggiare il velluto, mimetizzare il piatto con l’acqua del laghetto, o sistemare le luci delle casette. Alle cinque del pomeriggio, con l’ultima nevicata di farina sulla capanna, avevamo terminato. Ci sciacquammo via il sudore e la polvere nel lavandino del retrobottega e finalmente venne il momento di togliere quella tovaglia che aveva celato al resto del mondo, là fuori, il nostro segreto.
Poi andammo a sederci sulla panchina, al lato opposto del viale, per riposarci un po’ all’ombra dei pioppi e per goderci lo spettacolo del nostro capolavoro.
Per la prima mezz’ora nessuno ci fece caso, ma dopo un po’ una signora si accostò alla vetrina, forse perché attratta dalla luce intermittente della stella cometa. Fu l’inizio: pian piano, alla spicciolata, arrivò molta altra gente e in pochi minuti almeno una trentina di persone erano tutte lì, con il naso appiccicato al cristallo, a guardare increduli il nostro presepio.
Anche il calzolaio, che era uscito dal suo bugigattolo per vedere cosa stava succedendo, s’avvicinò alla vetrina e fece due occhi così.
“Date retta…non fateci caso… quello è un vecchio matto, poveretto… e anche quell’altro, piccinino… altrimenti, chi mai avrebbe pensato di fare il presepio alla vigilia di Ferragosto?” s’affannava a spiegare a tutte quelle persone passando da una all’altra, come se qualcuno avesse chiesto a lui una giustificazione.
Ma la gente non si allontanava e allora lui bestemmiò più forte del solito perché anche noi, che pure eravamo dall’altra parte del viale, potessimo sentirlo. Chissà perché sembrava proprio arrabbiato e si girava ogni tanto a guardarci male come se gli avessimo fatto uno scherzo, o addirittura un dispetto. Per tutta risposta il signor Tarughi si accese con calma il mezzo toscano ed io gli feci ciao-ciao con la manina.
In quel momento un colpo di brezza un po’ più forte fece ondeggiare i pioppi, che lasciarono cadere uno spolverìo di quella lanugine bianca che fanno sempre d’estate.
Il calzolaio guardò verso il cielo e indicò qualcosa a tutta quella gente: “Guardate un po’ – accidenti a lui – è riuscito anche a far nevicare d’agosto, quel vecchio matto” – e si avviò alla sua bottega scuotendo la testa sconsolato.
Prima di entrare, però, gettò un’ultima occhiata indifferente al nostro presepio; poi, furtivamente, si fece un rapido segno della croce.

Tratto da Lezioni di Volo di Luigi Pagnotta

About Luigi Pagnotta

Luigi Pagnotta giornalista, si occupa della comunicazione del Comune di Montepulciano (SI). Nel 2003 esce la sua raccolta “Lezioni di volo”, che incontra un buon successo di vendita e di critica. Nel 2006, la raccolta è uno dei 5 libri finalisti (su un totale di 170 opere presentate) al premio nazionale Siderno. Dall’agosto del 2006 al giugno 2009 collabora con la rivista a diffusione nazionale CacciaPiù, che pubblica con cadenza bimestrale i suoi racconti di caccia. Nel dicembre 2011, esce la sua seconda raccolta di racconti “Aspettatemi ché torno – Storie di campi, di borghi e di santi cacciatori” (Nicola Calabria Editore), che ottiene subito grande attenzione dal pubblico e dalla critica. Quattro dei suoi racconti sono stati letti e registrati rispettivamente dall’attore Marco Columbro, dal cantautore Mario Castelnuovo, dal Col. Mario Giuliacci, noto meteorologo, e dal conduttore-cabarettista Cristiano Militello. Molti dei suoi lavori sono stati pubblicati su riviste e antologie.

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