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Lifestyle – Torino batte Detroit, ma l’America non molla

emilioSemplice: oggi ricordo, a chi pensa di conoscere l’America, uno dei concetti più ovvi che spesso, noi che viviamo a New York, dobbiamo ripetere ai visitatori entusiasti. L’America non è New York. O per meglio dire: una vetrina spettacolare dell’America è New York, ma come le vetrine dei grandi magazzini, varie e multiple (che svolgono il compito di mostrare il meglio dell’offerta, per attirare all’interno del punto vendita) ciò che si vende all’interno del grande magazzino è spesso assai differente (e più economico) di ciò che si mostra all’esterno, dalle vetrine.

Così New York è una vetrina spettacolare, concetto che mi appare anche più evidente quanto arrivo a Detroit.

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Per chi non sia mai stato nella capitale dell’auto americana, con un drammatico paragone posso dire che Detroit potrebbe essere la Torino (capitale dell’auto italiana) d’America, con una sostanziale differenza: Torino è infinitamente più gradevole, storica, romantica, restaurata, affascinante e coinvolgente di Detroit. Però è a Detroit che Sergio Marchionne, amministratore deleegato FCA, ha ricostruito le sorti della Fiat e, quasi questo legame mi rendesse responsabile, cerco un filo conduttore tra il Piemonte da dove provengo, la mia America di New York e quella di Detroit.

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Confesso che passare da Manhattan al centro di Detroit è una sorta di pro-memoria; è quanto di più verace si possa malauguratamente osservare nell’America: a metà tra la ripresa post-crisi del 2008, la bancarotta di una città (Detroit appunto, il cui comune è fallito) e la realtà, che non è tutta vetrine, moda, successo e grattacieli. O meglio: i grattacieli ci sono anche a Detroit, quelli che sembrano luccicare nella notte del General Motor Centre, ma sono pochissimi e isolati, palazzi tondi verticali moderni e luminosi, nel centro artificiale della Downtown economica della città del Michigan…

Tutt’attorno un deserto di rarefatta tristezza, di edifici cadenti, di strade solitarie, di anime a piedi perse, di senzatetto che la notte dormono ad ogni angolo, di vetrine di ex fast-food chiuse e abbandonate, di edifici che non si capisce se siano vissuti o scaricati al loro destino.

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Detroit mi serve eccome, svolge il compito di ripresentarmi ciò su cui talvolta rifletto, la durezza di ciò che chiamo la “periferia del mio mondo” americano, dove io non potrei mai vivere, dove non troverei forse un sottobosco sociale o architettonico capace di farmi sorridere. Detroit non è da visitare, da osservare come l’estrema volontà di un’America determinatissima a reagire, costi quel che costi, un’America che non molla anche se brutta, socialmente devastante, magari indifferente al buco dell’ozono e, forse, indifferente anche ai senza tetto che vagano sistematicamente nel suo habitat cittadino. Un’America che non molla mai, costi quel che costi.

Emilio Paschetto, New York

 

 

 

 

 

 

 

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