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In nome di un amico: che la terra ti sia lieve Giorgio

Elvia GraziA fine ottobre uscirà in libreria un mio libro e un caro amico avrebbe dovuto presentarlo al pubblico, firmando la fascetta gialla di rivestimento, per me sarebbe stato un grande onore. Non succederà, purtroppo, perché Giorgio se n’è andato. Allora permettetemi qui di salutarlo e di togliermi qualche sassolino dalla scarpa, credo gli sia dovuto. Ero a Sanremo con lui quando presentò Signor tenente una canzone in cui la sua verve comica si sposava con quella malinconica, per affrontare un tema  difficile come le stragi di Stato. Fu un successo e il testo era un capolavoro, ma ci fu chi storse il naso. Qualche anno più tardi ebbi il privilegio di leggere Io uccido, prima che fosse dato alla stampa. Solo in Italia il romanzo vendette 4 milioni di copie e fu tradotto in 25 lingue. E questo, agli intellettuali o pseudo tali, che vedono i propri libri ammuffire in libreria, diede molto, troppo fastidio. Ci fu anche chi mise in giro la voce che Faletti avesse un ghost writer americano, qualcuno che scriveva nell’ombra per lui. Ebbene sì, il pregiudizio si sposa spesso all’ignoranza. La gente ama mettere le etichette, incasellare persino i talenti. Se uno ha successo come comico, mica può fare anche il cantante, l’attore, il giornalista o lo scrittore. Aggiungete un’ultima cosa. Giorgio amava anche  giocare con i pennelli e i colori. Dipingeva. Troppe cose, difficile riconoscere che aveva una marcia in più, sarebbe come ammettere la propria piccolezza e dall’invidia alla delazione il passo è breve. Faletti era un talentuoso, un creativo, una persona intelligente e sensibile e usava più linguaggi per esprimere tutto il mondo che gli si agitava dentro. E per la cronaca, non era un comico, ma un caratterista. Uno che inventava dei personaggi e gli cuciva addosso un’identità così perfetta, che un giorno mi raccontò che mentre era vestito da Vito Catozzo, per girare una gag, qualcuno lo prese per una vera guardia giurata. La critica, ne sono sicura, adesso andrà a rinverdire le sue invenzioni ammantandole d’arte, è successo lo stesso anche con Troisi. Caro Giorgio, ti immagino da lassù dire ancora: “Porco il mondo che c’ho sotto i piedi”. Hai ragione. Mi consola il fatto che adesso una terribile realtà chiuderà la bocca di tanti stolti. Di libri come i tuoi non ne usciranno più. Perché manca l’artista che li scriveva. Il solo, unico e inimitabile. Ciao Giorgio, io so chi eri: un poeta, che sapeva dipingere con le parole e quando muore un poeta , il mondo è come impoverito e trattiene il respiro. Mi mancherai. Ci mancherai.

 

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