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Gianrico Carofiglio, della potenza distruttrice del rancore

Gianrico Carofiglio, della potenza distruttrice del rancore

Il rancore è un’infida serpe che si cela nei meandri della nostra anima, pronta a guizzare, colpire e affondare: lo sappiamo bene noi e altrettanto bene lo sa Gianrico Carofiglio, che su questo sentimento represso ha costruito il suo ultimo romanzo, per l’appunto “Rancore”.

Per quanto tempo il rancore covato nell’animo rimane nascosto e frenato?

Giorni, mesi, anni?

In realtà rimane latente sino all’innesco di una situazione esplosiva, che permette a chi è stato ferito, tradito, abbandonato, di pareggiare i conti.

La psicologia ci insegna che alle persone rancorose bisogna fornire gli strumenti necessari per mettere in atto il perdono emotivo, col quale ci si libera delle emozioni negative, ma purtroppo la quotidianità ci mostra una realtà diversa, in cui l’odio scaturito dal rancore genera mostri ingestibili.

Gianrico Carofiglio ha scelto questo subdolo sentimento come filo conduttore del secondo romanzo che vede come protagonista Penelope Spada.

Donna forte e combattiva, Penelope Spada è un ex pubblico ministero milanese che ha dovuto lasciare la professione in seguito a fatti non meglio precisati, facendo volontariamente ricadere su di sé una colpa che avrebbe invece potuto condividere con altri.

“La disciplina di Penelope” è il primo romanzo in cui essa appare: fortemente provata dalla sconfitta lavorativa, cerca troppo spesso consolazione nell’alcol e nel fumo, cercando di contrapporre ad essi come rimedio un’ossessiva disciplina ginnica.

Tormentata dal suo passato – che Gianrico Carofiglio svela solo nel secondo romanzo –  accetta di condurre indagini parallele ai percorsi legali, non avendo più alcuna legittimazione a farlo, ma sentendosi investita della necessità di indagare nelle pieghe dell’animo umano.

Penelope Spada, una donna in fieri

La città di Milano fa da sfondo alle vicende di questa donna che ha bruciato una carriera promettente per la sua incapacità di stare alle regole, di contenersi nei limiti prefissati, spinta dalla convinzione che per raggiungere l’obiettivo finale si possano usare tutte le strategie possibili, come se davvero il fine potesse giustificare i mezzi.

Come ha detto il suo autore “Penelope è un personaggio femminile con tratti maschili” perché è “una donna raccontata dalla tastiera di un uomo”.

Se la sua prima indagine riguardava la morte di una donna per la quale si era individuato come possibile colpevole il marito, nella seconda è la morte di un barone universitario, tanto ricco e potente quanto arrogante e spocchioso, a mettere in moto le sue ricerche.

In entrambi i casi si tratta di morti avvenute in anni precedenti, che hanno lasciato dubbi difficili da affrontare e soprattutto sciogliere.

Penelope riceve i suoi clienti nella saletta defilata di un bar, non nasconde loro le sue perplessità e nemmeno i suoi vizi e la sua metodologia di investigazione, sottolineando il fatto che ha un passato da pubblico ministero e non da poliziotto.

Ma chi vuole risposte non fa troppe domande, paga e accetta senza discutere ciò che lei propone.

Il tempo le permette di prendere lentamente coscienza della sua condizione, di accettare e non respingere più i demoni che la abitano, di raggiungere grazie all’analisi la sicurezza di non essere alessitimica, cioè incapace di provare emozioni.

Grazie ad un lungo percorso interiore e alla presenza di nuove persone (e di un cane) nella sua vita riuscirà finalmente a trasformare in parole tutta la sua sofferenza, a raccontarla per raggiungere così una nuova maturità.

Gianrico Carofiglio racconta il desiderio di verità

“Rancore” prende le mosse dal desiderio di una figlia di conoscere la verità sulla morte del padre.

Quando Vittorio Leonardi, docente universitario e noto chirurgo, era morto, il medico aveva compilato un certificato con la dicitura morte per cause naturali.

A ciò avevano fatto seguito un rapido funerale e la successiva cremazione, fatti che avevano impedito alla figlia Marina in arrivo dagli Stati Uniti di poter approfondire le circostanze e le motivazioni del caso.

Due anni dopo proprio lei si rivolge a Penelope non per un desiderio di rivalsa contro la seconda moglie del padre, ma per avere finalmente una verità.

Il caso non appare facile, sono coinvolti un testamento che Leonardi voleva cambiare, una ex moglie, una donazione benefica, una seconda giovane moglie ormai vedova benestante, una figlia che non riesce a sciogliere i suoi dubbi e le sue riserve in relazione a quest’ultima, che molto avrebbe avuto da guadagnare dalla morte del marito.

Un infarto fulminante aveva colto Leonardi in casa, nel suo letto, dove lo aveva trovato l’amico medico: come immaginare un complotto ordito dalla giovane vedova, a fronte delle certezze del dottor Loporto?

In realtà c’è un motivo ben più fondato che spinge la Spada ad accettare il lavoro: il nome di Vittorio Leonardi ha scatenato in lei un turbinio di ricordi dolorosi, perché l’uomo ha a che fare con il suo passato, con le sue dimissioni, con la fine delle sue più rosee aspettative.

Per Penelope è un salto indietro di cinque anni, il ritorno a un caso che aveva preso il via da una lunga lettera anonima e aveva scoperchiato un vaso di Pandora.

Personaggi di spicco della Milano bene erano legati tra loro dall’adesione ad una loggia di stampo massonico, che sembrava reggere i fili delle scelte politiche in atto a Milano, nonché delle nomine dei più alti dirigenti.

Nel romanzo Gianrico Carofiglio alterna presente e passato, l’indagine di Penelope di ieri si alterna a quella di oggi, la prima in qualità di magistrato, la seconda di investigatore senza licenza.

I dubbi della figlia sono fondati? La giovane moglie di Leonardi aveva organizzato l’omicidio del marito procurandosi un alibi lontano da Milano? Quanta verità c’è nella ricostruzione fatta dalla figlia di un matrimonio tra un uomo di sessantasei anni profondamente narcisista e una soubrette con la metà dei suoi anni?

La verità, quando portata alla luce, si tinge di banalità, appare miserevole nella sua ovvietà e soprattutto spiegabile attraverso i sentimenti atavici che hanno caratterizzato la storia dell’umanità, come il rancore.

Penelope si trova a dover affrontare dilemmi etici al momento di chiudere il caso, di rendere note le sue conclusioni, perché a volte la verità può essere taciuta, se il destino ha già fatto il suo corso.

Nello stesso tempo, però, riesce a risolvere la sua rabbia, a far pace con quanto successo nel suo passato senza rimuoverlo, a proporsi di regolare tutti i suoi eccessi, alcol fumo e sesso, ad aprirsi finalmente agli altri, a far pace con le sue parti molteplici, le sue dissonanze, i suoi materiali disarmonici in precario e perfetto e luccicante equilibrio tra loro.

Gianrico Carofiglio, della potenza distruttrice del rancoreAUTORE : Gianrico Carofiglio

TITOLO : Rancore

EDITORE : Einaudi

PAGG. 238          EURO 18,50  (disponibile versione eBook euro 10,99)

 

 

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Luisa Perlo, Critico Letterario

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