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“Johnny lo zingaro”, il bello e dannato attraverso il racconto di Renilde Mattioni

“Johnny lo zingaro”, il bello e dannato attraverso il racconto di Renilde Mattioni

Scrittrice al suo secondo romanzo, Renilde Mattioni ha voluto partire da un personaggio reale, da una vita così rocambolesca da poter competere con tutta tranquillità con quella di molti personaggi letterari frutto di sola fantasia.

Se nel suo primo romanzo, “Latte”, aveva analizzato la figura di una sedicenne scegliendo un contestoinconsueto, la metropolitana di Roma, in “Johnny lo zingaro. E’ solo un giro di giostra”, ha scelto di raccontare la vita di un personaggio salito alla ribalta delle cronache a partire dagli anni Sessanta per la sua attività delinquenziale.

Renilde Mattioni lo ha avvicinato personalmente, ha potuto ascoltare i suoi racconti e le sue ricostruzioni e su questo ha creato le basi della sua storia.

Renilde Mattioni racconta una vita vissuta sempre al limite del tollerabile

Quale punto di osservazione deve assumere chi si accinge ad entrare nella vita di un altro attraverso il suo stesso racconto? Ascolto passivo con taglio giornalistico, caratterizzazione di alcuni eventi a scapito di altri soggettivamente individuati, massima libertà di intervento a seguito della condivisione?

L’autrice vuole fugare eventuali dubbi dei lettori sin dalla prefazione al testo, chiarendo che il suo sarà un romanzo e non un resoconto cronachistico, ma non per le eventuali modifiche da lei apportate, bensì per la libertà di narrazione concessa a Johnny stesso, che deciderà in prima persona cosa e come condividere in relazione alla propria esistenza.

«… a questo punto ti chiedo di fare una cosa che forse non ti ha mai chiesto nessuno: immagina. Io non voglio la ricostruzione dei fatti. Inventa per me, come faccio io, mentre scrivo. Fai finta di essere uno scrittore stasera, scegli una macchina e portami indietro.»

Per un uomo abituato a mentire, a dare sempre nuovi resoconti dei fatti durante gli interrogatori, coi giudici, con gli avvocati, coi compagni di cella, l’invito è un’ulteriore spinta ad aprirsi, a raccontare la sua vita, com’è stata realmente o come lui avrebbe voluto che fosse.

Johnny lo zingaro si chiama in realtà Giuseppe Mastini, è nato nel 1960 da una famiglia di giostrai di origine sinti ed è cresciuto nomade, senza una educazione scolastica e con la legge della strada a farla da padrona.

Il mondo dei giostrai, oggi profondamente trasformato e ridotto nei numeri, vedeva i bambini crescere molto in fretta, imparare a gestire i soldi della cassa, mettersi al volante di un’automobile, cercare di raggranellare soldi attraverso furti piccoli o grandi che sempre segnavano il loro passaggio nelle sagre di paese.

Johnny non fa eccezione alla regola, ma si spinge molto oltre, lasciando dietro di sé dei morti innocenti, che gli costano prima il carcere minorile e poi la detenzione.

Per uno come lui la prigione è insostenibile, per cui organizza con successo più di una evasione, senza riuscire però ad allontanarsi dalla delinquenza e dunque ritornando in stato detentivo.

Nel 1987 ottiene un permesso per buona condotta ma si rende latitante, rifugiandosi all’interno di una umile casa di pescatori.

Bello e affascinante anche per la sua arroganza, induce a seguirlo nelle sue scorribande la figlia del suo ospite, Zaira, con la quale trascorre una notte segnata da alcol e droghe, durante la quale ruba diverse vetture, sequestra una giovane donna, uccide un agente e viene infine individuato e arrestato con la sua compagna.

In carcere, Zaira non riuscirà ad evitare depressione e anoressia, che la porteranno in breve alla morte, incinta del figlio di Johnny.

Per lui, invece, inizia un lungo periodo detentivo, durante il quale nessuno sentirà più parlare di lui facendolo scivolare nell’oblio.

Ma dopo trent’anni, nuovamente in permesso di lavoro grazie alla buona condotta, evaderà nuovamente, non presentandosi sul luogo di lavoro e non facendo ritorno al carcere di Fossano.

Se le prime ribellioni ed evasioni erano avvenute attraverso i classici metodi di fuga ( lenzuola annodate, ad esempio), per quest’ultima Giuseppe Mastini si serve di un taxi, come fosse un normale cliente, raggiungendo Genova e poi la Toscana, per ritrovare una donna molto amata quando entrambi erano giovanissimi.

L’amore non gli porta fortuna, intercettato ed arrestato si ritrova nuovamente nei panni del detenuto, senza più dismetterli sino ad aver scontato la sua pena.

Renilde Mattioni interpreta Giuseppe Mastini

Renilde Mattioni ha pensato che un’esistenza così rocambolesca meritasse attenzione, pur nella consapevolezza di quanto possa essere pericoloso celebrare un personaggio di questo calibro, trasformandolo in una sorta di eroe nel circo mediatico.

Una volta avvicinatolo, ha ricavato l’immagine di un uomo provato, privo di arroganza, abituato a incontrare persone interessate a scavare, per motivi diversi, nella sua vita e nella sua personalità.

E’ così che si è sentita autorizzata a concedergli libertà non previste, ad accettare di scrivere una vita romanzata ricalcata sui ricordi di Giuseppe Mastini.

Ne è nato un libro che parte dalla mattina del 30 giugno 2017, con l’evasione, e poi si sposta avanti e indietro nel tempo, legando i fili delle varie vicende.

Una prima parte ci racconta di un ragazzino che deve sopravvivere in un carcere minorile dove vige la legge del più forte e per fare questo è obbligato a mettere in mostra la sua spavalderia, la sua capacità di agire d’anticipo su chi è più forte di lui.

Al suo fianco  altri sbandati come lui, che lo identificano come un capo da seguire, nelle scelte buone o azzardate, come l’evasione.

Poi si ritorna al 2017 immaginando che la nuova fuga sia il risultato di un incontro tra Johnny e la ragazzina amata molti anni prima. Renilde Mattioni ce li presenta invecchiati, molto cambiati, quasi perplessi al momento del ritrovamento dell’altro: ma anche questo, in fondo, è come tutto il resto solo un giro di giostra, un’occasione da sfruttare.

E poi ancora indietro di trent’anni, alla notte maledetta che è costata cara a Johnny e a Zaira (nel racconto di Renilde Mattioni diventata Moira), alla morte di quest’ultima e al tentativo di suicidio di lui.

Dopo di che, trent’anni di silenzio, di vita carceraria accettata o subita, di probabili riflessioni e pensieri, forse di rimorsi e certo di rimpianti.

E infine il tempo dell’ultima fuga, sulla quale cala il sipario della scrittrice, lasciando il personaggio Johnny in balia di ciò che dopo potrà essere, riportando se stessa nella dimensione quotidiana, che non è quella del carcere: chiunque vi sia entrato, in qualunque veste, ne è uscito cambiato, segnato, da un vivere che non fa sconti a nessuno.

“Ci sono incontri che da soli valgono il viaggio. Dubbi talmente indispensabili da diventare certezze. Poi ci siamo noi… che ci adoperiamo, facciamo programmi, gestiamo le nostre vite e quelle degli altri, quando in fondo vorremmo solo essere ancora quei ragazzini con il gettone in mano, in attesa del nostro giro di giostra.”

“Johnny lo zingaro”, il bello e dannato attraverso il racconto di Renilde Mattioni

AUTORE : Renilde Mattioni

TITOLO : Johnny lo zingaro. E’ solo un giro di giostra

EDITORE : Sovera

PAGG: 160,   EURO 14,00

 

 

 

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Luisa Perlo, Critico Letterario

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