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La Napoli di mio padre: il nuovo cortometraggio di Alessia Bottone

La Napoli di mio padre: il nuovo cortometraggio di Alessia Bottone

Premiato al Bellaria Film Festival, al Festival del Cinema di Salerno, al Festival del Cinema dei Diritti Umani e al Festival Cinema e Donne di Firenze 

Ma non basta, ha vinto anche il Premio Miglior Regia al Festival Via dei Corti di Catania, ed è stato recentemente presentato al Museo della Migrazione Italiana di Melbourne e tradotto in 5 lingue.

Stiamo parlando del docufilm La Napoli di mio padre di Alessia Bottone.

Attraverso il materiale d’archivio, sviluppato all’interno del premio Zavattini, in collaborazione con Cinecittà Istituto Luce e la Cineteca di Bologna, racconta la storia di suo padre Giuseppe.

Un cortometraggio dalla forte componente autobiografica, ma con una riflessione legata a tematiche sociali, attuali e delicate, come il pregiudizio, le origini, la migrazione e le ingiustizie sociali.

Chi è Alessia Bottone

La Napoli di mio padre: il nuovo cortometraggio di Alessia BottoneRegista, sceneggiatrice e giornalista laureata in Istituzioni e Politiche per i Diritti Umani e la Pace.

Nel 2017 consegue il Master in Sceneggiatura Carlo Mazzacurati dell’Università degli Studi di Padova.

Si è occupata della regia, sceneggiatura del cortometraggio Violenza invisibile, dedicato alla violenza psicologica sulle donne e di due documentari: Ritratti in controluce e di Ieri come oggi.

Nel 2013 pubblica Amore ai tempi dello stage, Galassia Arte 2013, e due anni dopo, Papà mi presti i soldi che devo lavorare?, Feltrinelli.

Nel 2017 le sono stati riconosciuti alcuni premi per le sue inchieste.

Tra questi: il “Premio Giornalistico Claudia Basso” con l’inchiesta Pfas, il “Premio Alessandra Bisceglia” per la comunicazione sociale e infine il “Premio Massimiliano Goattin” per la realizzazione di una video inchiesta sulle barriere architettoniche.

Nel 2018 rientra tra i finalisti del “Premio Cesare Zavattini” per la realizzazione di progetti di riuso creativo del cinema d’archivio e del “Premio Luzzati” per cortometraggi.

La Napoli di mio padre, è il suo primo cortometraggio a base di archivio.

Da cosa nasce l’idea del docufilm

La Napoli di mio padre: il nuovo cortometraggio di Alessia BottoneIn 20 minuti Alessia Bottone costruisce una riflessione personale sullo sguardo dell’uomo che l’ha ispirata fin da quando era piccola.

L’autrice infatti racconta la storia di suo padre Giuseppe, un uomo che lei ricorda sempre “girato di profilo”, come se non volesse mai perdersi neanche un dettaglio di quello che accadeva intorno a lui.

“Il film”, dice Alessia Bottone. “Trae ispirazione da un viaggio a Napoli con mio padre e mio fratello, a bordo di un treno notturno, durante il quale sono finalmente riuscita a capire cosa vedeva mio padre quando, anni prima, si affacciava alla finestra: i suoi ricordi.

L’idea nasce da due esigenze: da una parte la necessità di raccontare, in una storia, il rapporto tra padre e figlia.

Dall’altra la volontà di focalizzarmi sul tema della fuga, intesa dalla realtà ma anche come mezzo di sopravvivenza per i migranti e i richiedenti asilo.”

I temi sociali: il giudizio e il pregiudizio

Una delle tematiche più forti è il senso di libertà, intesa come l’essere sé stessi, perfino a costo di rimanere da soli.

Questo perché quando si ha il coraggio di essere sé stessi si paga il prezzo di non riuscire a essere compresi dalla massa e quindi di dover essere un navigatore solitario.

Mio padre“, dice Alessia. “Mi ha sempre insegnato a cercare di raggiungere la libertà, dal giudizio e dal pregiudizio. Mi ha insegnato a fare cose perché le amo e non perché devo”.

La stessa cosa fa Giuseppe, che fin da piccolo decide di vedere il mondo solo con i suoi occhi.

Ma, quando si trasferisce in un quartiere borghese di Napoli, iniziano i pregiudizi nei suoi confronti. Perché essendo un ragazzino molto vivace che ama stare per strada, è visto come uno scugnizzo, una persona da tenere alla larga.

Anche la madre ha lo stesso tipo di reazione, abituata a parlare il dialetto e a non dare troppa importanza all’abito, si nasconde dietro le persiane della cucina, pur di non sentirsi giudicata.

Saremo sempre giudicati“, dice Alessia. “Ma il problema è quando il giudizio degli altri va a inficiare le nostre scelte, ci blocca e non riusciamo più a essere noi stessi.

Io trovo che ci sia sempre una forte conflittualità tra quello che vorremmo essere e quello che ci impongono di essere”.

La Napoli di mio padre: il tema delle origini

La Napoli di mio padre: il nuovo cortometraggio di Alessia BottonePer quanto lontano possiamo andare, torniamo sempre là dove tutto è iniziato” è una frase del docufilm a cui Alessia è molto affezionata.

Intesa non necessariamente come nostalgia di un posto fisico, ma anche nostalgia di un ricordo.

“Le origini”, dice Alessia Bottone. “Sono qualcosa di viscerale, perché anche l’uomo più libero del mondo ha bisogno di sapere di appartenere a qualcosa o a qualcuno.

Il migrante, parte cercando una vita migliore, ma le origini non le abbandonerà mai”.

 

 

È come se un luogo facesse parte della tua struttura genetica

Definire casa per Alessia è molto difficile, nata a Verona da padre napoletano e madre siciliana, vissuta all’estero per 5 anni in 6 paesi diversi.

“Forse è uno dei motivi per cui ho fatto un film“, dice Alessia Bottone. “Avevo bisogno di dare un nome alla casa, trovarla anche geograficamente parlando.

Nei 3 minuti di prologo dove parlo, volevo cercare di sentirmi parte di Napoli.

Perché mi sono sempre sentita parte di un Sud che ho conosciuto solo grazie agli aneddoti di mio padre e di un Nord dove sono nata e cresciuta.

Il posto dove nasci identifica qualcosa di te, definisce chi sei e un po’ anche la tua personalità, come se fosse scritto nel tuo DNA“.

Il tema della migrazione

Sono gli anni ’60 a fare da sfondo al docufilm di Alessia Bottone.

Mio padre“, dice l’autrice. “Andava a guardare i treni che partivano, è stato spettatore del fenomeno migratorio post bellico.

Nei suoi ricordi ci sono persone con scatole di cartone in una mano e bisogno di riscatto morale nell’altra.

Quella gente siamo noi che continuiamo ancora oggi a cercare un posto nel mondo.

Mi sono dedicata al tema della migrazione per porre l’attenzione sulla paura dell’ignoto che accomuna gli emigranti italiani del secolo scorso, ai migranti e richiedenti asilo sui barconi dei giorni nostri.

Questo anche grazie a una mia esperienza in un centro di accoglienza in Svizzera, dove ho lavorato con persone che vivevano in costante fuga per cercare un futuro migliore. Combattendo per sentirsi accettati e integrati in una nuova terra per trovare la libertà”.

Il tema affrontato è visto attraverso le immagini degli sbarchi di migranti albanesi del 1991 dell’Archivio Aamod e le riprese dei salvataggi in mare a opera della ONG Sea Watch.

L’ingiustizia sociale

Da sempre, la disuguaglianza tra chi può e chi non può continua ad alzare un muro, che non permetterà mai a chi è al dall’altra parte di poterlo oltrepassare.

“Questo è anche uno spunto di riflessione“, dice Alessia. “Se 60 anni dopo le cose non sono ancora cambiate.

Dovremmo fare qualcosa per migliorare la situazione, ma è difficile perché questa condizione è funzionale.

Quando nel cortometraggio c’è il ragazzo africano inquadrato sdraiato con le coperte addosso, e il signore nel podcast che dicenoi siamo i servi, siamo i neri d’Europa” è perché c’è sempre un “nero“.

Hanno sempre fatto in modo che ci fosse qualcuno, un capro espiatorio, colui che potesse essere utilizzato.

L’italiano che dicesono andato in svizzero nel 1960 e mi trattavano come i neri d’Europa”, riferendosi alla colonizzazione, 60 anni dopo, di nuovo, il ragazzo africano viene in Italia e si trova nelle stesse condizioni.

Non ne usciremo fino a quando penseremo che la prima cosa alla quale dobbiamo puntare è far arricchire qualcuno e lasciare indietro qualcun altro.

Per cambiare però, bisognerebbe modificare stile di economia, smantellare un sistema”

La Napoli di mio padre

Giuseppe guardava l’orizzonte come si osserva un desiderio, come qualcosa da raggiungere per cercare di essere libero.

Fin da bambina sua figlia Alessia, la regista, lo vedeva spesso affacciarsi alla finestra, domandandosi cosa fosse in grado di attirare la sua attenzione in modo così intenso.

Diversi anni dopo, durante un viaggio di ritorno a Napoli, città natale del padre, Alessia si ritrova a osservare nuovamente il padre.

Anche questa volta Giuseppe è sempre di profilo e, mentre il paesaggio scorre incorniciato nel finestrino di un treno, il suo sguardo cerca di catturare ogni momento, per fermare quegli attimi e salvarli dallo scorrere veloce del tempo.

Il padre descrive la sua Napoli e la sua infanzia concentrata nel quartiere Vicaria, tra i migranti che affollavano la stazione, Nanninella, la signora del negozio che vendeva generi alimentari in sovrapprezzo.

Don Mario che metteva casa sua al servizio dei figli delle donne del quartiere, trasformandola in una scuola d’intrattenimento e il suo amico Napoleone con il quale esplorava la città con due taralli nelle tasche e tanti sogni nella testa.

Mentre il treno divora le rotaie chilometro dopo chilometro, Alessia riesce a capire a cosa pensava e cosa vedeva suo padre quando si affacciava alla finestra: i suoi ricordi.

Il ritorno a Napoli si trasforma quindi in un’occasione per raccontare il viaggio di una vita e conoscere le proprie origini.

 

 

 

About Emma Rota

Emma Rota
Laureanda in Scienze della Comunicazione, da sempre curiosa e affamata di nuove esperienze. Viaggia ogni qual volta le sia possibile, legge, si documenta, osserva quanto la circonda arricchendo così il suo bagaglio personale di conoscenze. Grande appassionata di moda e di tutto ciò che riguarda il settore. Cresciuta in mezzo alla natura, è un’autentica amante degli animali, attenta e rispettosa nei confronti dell’ambiente.

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