I grandi miti del coraggio di Greta Castrucci, Piemme
I grandi miti del coraggio di Greta Castrucci, a cura di Giuseppe Zanetto, Piemme, 2021
Greta Castrucci si è specializzata in Letteratura Greca presso l’Università Statale di Milano, dopo la laurea ha completato il dottorato presso l’Ateneo padovano. La sua attività di ricerca comprende due monografie (“La figura del maestro in Omero” e “Nutrici e pedagoghi sulla scena tragica attica”), articoli per riviste specializzate e contributi a opere collettive, tutti incentrati su aspetti della tradizione letteraria greca.
I grandi miti del coraggio esplora la mitologia greca per indagare la natura del coraggio. Il libro dimostra che anche i più grandi eroi provavano paura: nella cultura greca, Phobos rappresentava la paura davanti alla quale gli eroi dimostravano il loro coraggio, invocando protezione prima della battaglia.
L’autrice utilizza i miti antichi come strumenti per comprendere le sfide contemporanee, invitando a ripensare il rapporto tra paura e coraggio. Il messaggio centrale: il coraggio non è l’assenza di paura, ma la capacità di agire nonostante essa.
Il coraggio secondo Greta Castrucci
Il fulcro del libro ribalta la concezione tradizionale del coraggio. L’autrice sostiene che coraggio e paura sono “l’altro volto della stessa maschera”, non opposti antitetici. Questo concetto smantella l’immagine dell’eroe impavido, sostituendola con una visione autentica in cui il coraggio risiede nella scelta consapevole di agire nonostante il timore.
Questo approccio restituisce dignità alle fragilità umane e trasforma la vulnerabilità da debolezza a prerequisito necessario per ogni atto di vero coraggio.

Sviluppare il pensiero logico nei ragazzi, un aiuto dall’informatica
Tra le tante materie che vengono insegnate a scuola, alcune hanno un’importanza fondamentale sullo sviluppo cognitivo…Ares e Afrodite: le due facce del coraggio

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Un affresco pompeiano nella casa di Venere e Marte rappresenta l’ambivalenza del coraggio attraverso i figli della coppia divina. Accanto ad Ares (Marte) e Afrodite (Venere) si muove Eros, bianco come la madre. Sul lato opposto appare un bambino scuro, probabilmente Phobos, dio della paura, che gioca con un elmo coprendosi la testa con aria allegra. L’ombra dell’elmo di guerra sul suo viso rivela però l’altra faccia della sua personalità.
Per i Greci il coraggio aveva duplice origine. Da un lato esiste il coraggio militare di Ares: forza fisica, ardore combattivo, vigore nel battersi per i propri ideali. Dall’altro lato si trova il coraggio dell’amore incarnato da Afrodite: riconoscersi umani e fallibili, accettare la paura senza vergogna, ascoltare una donna disarmata e ammettere che anche grazie a lei si può vincere.
Il coraggio di Afrodite consiste nell’ascoltare i propri sentimenti e quelli altrui, nell’accettare la fragilità. La dignità umana include anche la sensibilità. Il nome del coraggio in greco è “tharsos” o “andreia”. Questi due aspetti del coraggio non sono opposti, ma le due facce della stessa maschera: l’uomo vince solo se accetta le proprie fragilità e riconosce la propria umanità.
Perseo e Medusa: affrontare ciò che pietrifica
Perseo, figlio di Zeus e della principessa Danae, affronta una delle imprese più ardue del mito greco: uccidere Medusa, la Gorgone il cui sguardo pietrifica chiunque la guardi. L’eroe accetta questa missione per salvare l’onore della madre, insidiata dal re Polidette di Serifo.
Medusa non era sempre stata un mostro. In origine era una donna bellissima che si lasciò sedurre da Poseidone nel tempio di Atena. La dea, furiosa per la profanazione, la trasformò in una creatura dalla chioma di serpenti. Il suo potere terrificante non risiedeva nell’aspetto, ma nello sguardo: chiunque la guardasse rimaneva pietrificato all’istante, intrappolato per sempre in una statua di pietra.
Perseo riceve l’aiuto degli dèi: Ermes gli presta una falce d’acciaio, Atena lo protegge con il suo scudo lucido, e dalle Ninfe ottiene sandali alati, l’elmo di Ade che rende invisibili e una bisaccia magica. Con questi strumenti vola fino alla Libia, dove le tre sorelle Gorgoni dormono.
La strategia vincente consiste nel guardare Medusa attraverso il riflesso dello scudo di Atena, evitando il contatto diretto con i suoi occhi. Perseo, guidato dalla dea e sostenuto dall’aria, recide la testa del mostro con un colpo preciso.
La testa mozzata conserva il suo potere malefico. Perseo la nasconde nella bisaccia e la dona ad Atena, che la incastona nel suo scudo come monito per chi osa sfidarla. Il sangue di Medusa si rivela ambivalente: una goccia porta morte, un’altra guarigione. Il mito dimostra che cambiando prospettiva e guardando la paura “allo specchio”, è possibile affrontarla senza esserne paralizzati.
Bellerofonte e la Chimera: il coraggio dell’inizio
Bellerofonte, eroe dall'”amabile coraggio”, intraprende un viaggio pericoloso su Pegaso, il cavallo alato nato dal corpo di Medusa. La sua missione: sconfiggere la Chimera, mostro devastatore che terrorizza i monti della Licia.
Il viaggio di Bellerofonte inizia con un’ingiustizia. Stenebea, moglie del re Preto di Tirinto, tenta di sedurlo. L’eroe rifiuta per onestà, ma la donna, offesa, lo accusa falsamente di aver attentato al suo onore. Preto, invece di ucciderlo direttamente, lo invia dal suocero Iobate, re di Licia, con una lettera sigillata che ne richiede la condanna a morte.
Iobate, dopo dieci giorni di ospitalità, non riesce a giustiziare il giovane che gli appare onesto e degno. Sceglie quindi di affidargli un’impresa impossibile: uccidere la Chimera, creatura mostruosa con tre teste (leone, capra e serpente-drago) che sputa fuoco e devasta la regione. Il monte Chimera in Licia era noto per le fiamme che ardevano costantemente, probabilmente legate al mito.
Bellerofonte affronta il viaggio con fiducia, protetto da Atena e sostenuto da Pegaso. Trova il mostro sui sentieri impervi del monte e, volteggiando in groppa al cavallo alato, lo colpisce con la lancia appuntita, uccidendolo. Supera successivamente altre prove: combatte i Solimi, affronta le Amazzoni e sopravvive a un agguato.
Iobate riconosce la protezione divina sull’eroe e ritira la condanna. Gli offre in sposa la figlia Filonoe e lo nomina erede del regno. Bellerofonte diventa padre e poi nonno di Glauco, che lo ricorderà con ammirazione.
Il mito di Bellerofonte celebra il coraggio dell’inizio: la capacità di partire verso l’ignoto, abbandonando le certezze, quando gli ideali di giustizia lo richiedono.
Telemaco: il coraggio della crescita
Telemaco, figlio di Odisseo e Penelope, vive a Itaca in una situazione di stasi. Il padre è disperso da anni dopo la guerra di Troia, la madre è assediata da pretendenti arroganti che vogliono sposarla, e lui si sente impotente, paralizzato dall’apatia. La sua giovinezza è frustrata dall’attesa e dall’inerzia.
Un giorno compare alla porta del palazzo un viandante che si presenta come Mente, re dei Tafi e vecchio amico di famiglia. In realtà è Atena travestita, scesa per aiutare il giovane. La dea gli legge nel pensiero e lo esorta ad agire: deve convocare i pretendenti e ordinargli di andarsene, poi partire per cercare notizie del padre a Pilo e Sparta.
Le parole di Atena accendono in Telemaco un coraggio mai provato prima. Per la prima volta convoca l’assemblea degli Itacesi e parla apertamente contro i pretendenti: “Ormai sono cresciuto. Sento crescere in me il coraggio. Domani partirò alla ricerca di mio padre”. È la prima volta che si allontana da Itaca, rompendo il guscio dell’impotenza per inseguire un cambiamento.
Atena lo accompagna nelle vesti di Mentore, vecchio amico di Odisseo, da cui deriva il termine “mentore”: colui che guida, comprende e trasmette fiducia. Durante il viaggio, quando Telemaco deve affrontare la prima prova (parlare con Nestore), viene assalito dall’ansia da prestazione. Teme di non essere all’altezza, di non saper parlare bene.
Mentore comprende le sue paure e lo rassicura: “Qualcosa ti verrà in mente, qualcos’altro un dio te lo suggerirà”. Queste parole placano le angosce del ragazzo. Atena gli toglie il tremore dalle ginocchia e gli infonde coraggio nel cuore: il coraggio di chiedere, di confrontarsi senza vergogna. L’ansia si supera quando l’altro non è più visto come giudice ma come persona che può aiutare a crescere.
Telemaco parla con semplicità a Nestore, che nota come il suo eloquio somigli a quello del padre. Mentore scompare, trasformandosi in aquila, ma la dea rimane nel cuore del ragazzo. Al ritorno a Itaca, dopo aver parlato con Menelao a Sparta e ottenuto notizie sul padre, Telemaco è diventato un “uomo virile, animato di coraggio”.
Il mito celebra il coraggio della crescita: la capacità di superare l’inerzia, affrontare l’ignoto e trasformare la paura in azione costruttiva.
Antigone: il coraggio della disobbedienza
Antigone sfida il potere di Creonte, re di Tebe, che governa attraverso il terrore e il silenzio. Dopo la morte dei fratelli Eteocle e Polinice, uccisisi in un duello fratricida per il trono, Creonte ordina che solo Eteocle, difensore della patria, riceva sepoltura. Polinice, considerato traditore, deve rimanere insepolto. Chi infrange il divieto sarà condannato a morte.
Antigone rifiuta questo decreto ingiusto. Per lei le leggi degli dèi, che impongono pietà per i defunti, prevalgono sulle imposizioni umane. Chiede aiuto alla sorella Ismene, che però si sottrae per paura: “Siamo donne, dobbiamo sottostare alla volontà degli uomini”. Antigone agisce da sola, gettando polvere sul corpo del fratello per onorarlo.
Scoperta e arrestata, Antigone non nega le sue azioni. Durante il confronto con Creonte, denuncia apertamente che il popolo la pensa come lei ma tace per paura. Anche Emone, figlio di Creonte e fidanzato di Antigone, conferma questa verità nascosta, tentando invano di convincere il padre a cambiare idea.
Creonte condanna Antigone a essere sepolta viva. La giovane si uccide nel sepolcro, seguita da Emone e da Euridice, madre di Emone e moglie del re. Quando Creonte comprende il suo errore, ha perso tutto. Il gesto di Antigone genera morte e dolore, ma spezza anche il silenzio imposto dal terrore, aprendo la via al cambiamento.
Il suo coraggio consiste nell’infrangere la legge ingiusta del potere, rifiutando la paura come strumento di controllo.
Conclusioni
La forza del libro risiede nella capacità di rendere i miti antichi sorprendentemente attuali. Le paure che pietrificavano gli eroi sono le stesse che affrontiamo oggi. Il messaggio centrale libera dall’aspettativa irrealistica di dover sempre essere forti e permette di accettare le paure come parte legittima dell’esperienza umana.
In un’epoca di incertezza costante, questa lezione è particolarmente preziosa: non occorre aspettare di non avere paura per agire, ma agire proprio perché si ha paura.




