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Libri-Inferno, ma Dante non c'entra

“I luoghi più caldi dell’inferno sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali”.
E’ l’espressione più azzeccata di Inferno, l’ultimo romanzo fiume di Dan Brown: oltre 500 pagine di ingarbugliatissime vicende, come al solito al limite del verosimile, edito da Mondadori. In effetti sono proprio gli ignavi, gli indifferenti, quelli senza entusiasmo e senza la volontà di voler cambiare le cose, a permettere al mondo di andare a rotoli. Ma per il resto, Inferno è un guazzabuglio di fatti e di azione che si susseguono a un ritmo così veloce che il lettore fatica a tenere il passo.

Il protagonista, anche questa volta, è il professor Robert Langdon, esperto di simbologia e storia dell’arte all’Università del Massachusetts, che come al solito non si risparmia per salvare l’umanità dalla minaccia di una terribile pandemia. Anche in questo romanzo il professore americano divide le sue avventure con una ragazza bella, simpatica, colta, intelligente, esperta di arti marziali, probabilmente ricca (ma questo l’autore non lo dice) che però soffre di una grave forma di depressione perché nessuno la accetta per quello che è. Insomma, un genio incompreso.
Il cliché di Dan Brown si ripete anche nella scelta dell’ambientazione, tant’è che l’autore americano ha pensato che doveva essere ancora l’Italia a fare da sfondo al suo Inferno, ambientando gran parte della storia in due meravigliose città: Firenze e Venezia. E naturalmente, Robert Langdon: colto, educato, intuitivo e un tantinello pedande…conosce La Divina Commedia a menadito, conosce Dante come se fosse un vecchio amico, conosce tutto di questi luoghi, ma proprio tutto, non soltanto ogni minimo dettaglio architettonico, ogni aneddoto, ogni fatto storico, ogni leggenda. Longdon conosce anche le abitudini, i vezzi, pregi e difetti degli italiani.
Ci conosce così bene che quasi ci irrita per la banalità, perché facendo un po’ di attenzione la sua confidenza con l’Italia assomiglia alle cartoline che si spedivano ai parenti prima dell’avvento del telefonino: piazza San Marco con i piccioni, l’Hotel Danieli sulla riva degli Schiavoni, il Cipriani dove hanno inventato il Bellini, i Caffè in Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio, L’Arno e gli ambulanti col lampredotto…

Inferno ha il vago sapore dei tanti luoghi comuni sul Bel Paese: non proprio “pizza e mandolino”, ma poco ci manca. Una cosa è certa: Inferno ti fa venire una gran voglia di visitare le nostre città d’arte e questo è un merito che va riconosciuto all’autore.
Per fortuna, però, anche l’infallibile Brown prende una cantonata: la sola che, dal basso della mia ignoranza, posso cogliere, cosa che però mi fa pensare che forse non sia neppure l’unica e mi colpisce come una lancia in pieno petto. Sul finale, durante il funerale di un fiorentino amico del protagonista, qualcuno lo ricorda come un insuperabile goloso di spaghetti alla bolognese.
Orrore! Gli spaghetti alla bonognese non esistono! Esistono gli spaghetti alla napoletana: quelle alla bolognese sono le tagliatelle! E comunque, conoscendo il campanilismo toscano, mi verrebbe da pensare che il defunto, quando era in vita, avrebbe sicuramente preferito i pici col ragù di nana. Non saranno il piatto tipico di Firenze ma perlomeno sono toscani.

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