
Giulia Gaudenzi: “Il teatro mi ha insegnato ad ascoltare ciò che ancora non conosco di me”
Ci sono passioni che arrivano all’improvviso e cambiano il corso di una vita. Per Giulia Gaudenzi, attrice e autrice, è successo durante gli anni dell’università, quasi per caso. Da allora non ha più smesso di fare teatro, costruendo un percorso fatto di studio, ricerca e sperimentazione. Laureata in Lettere all’Università di Bergamo e diplomata alla Scuola Teatro Arsenale di Milano, fondata sugli insegnamenti del grande maestro Jacques Lecoq, oggi è in tournée con Baccante, uno spettacolo ispirato alla tragedia di Euripide Le Baccanti, in cui una sola attrice è chiamata a ripercorrere gli eventi che sconvolsero la città di Tebe e il monte Citerone. Un progetto nato da un’intuizione e trasformato, passo dopo passo, in una realtà.
Quando hai capito che il teatro sarebbe diventato parte della tua vita?
È successo durante l’università, quando ho conosciuto Franz Cancelli, un mascheraio che realizza maschere scultoree utilizzando materiali e oggetti di recupero. Quell’incontro mi ha incuriosita e mi ha spinto a iscrivermi a un corso di teatro a Bergamo. Fin dalle prime lezioni ho avuto la sensazione di aver trovato qualcosa che mi apparteneva profondamente. Durante quel corso ho conosciuto un ex allievo della Scuola Teatro Arsenale di Milano e, ascoltando il suo racconto, ho deciso di provare anch’io quella strada.

Natale a tavola: le tradizioni gastronomiche italiane da Nord a Sud
Il Natale è festa grande, la più lunga dell’anno, e il convivio non può che esserne…Hai scelto di lasciare Brescia e trasferirti a Milano per inseguire questa passione. Quanto è stato importante quel salto?

Natale a tavola: le tradizioni gastronomiche italiane da Nord a Sud
Moltissimo. Subito dopo aver terminato il corso, della durata di due anni con frequenza obbligatoria, ho deciso di trasferirmi. È stata una scelta impegnativa, ma sentivo il bisogno di mettermi in gioco sia a livello personale che professionale.
Cosa è successo dopo il diploma?
Ho iniziato a lavorare come attrice in contesti molto diversi tra loro. La prima collaborazione è stata con un ensemble di musicisti che lavorava sulle composizioni di Salvatore Sciarrino: cercavano un’attrice e mi sono proposta. Da lì sono nate altre occasioni e altri incontri.
Il tuo percorso sembra essersi costruito soprattutto attraverso le persone.
È vero. Molti progetti sono nati proprio dagli incontri, da una visione comune e sinergica. Insieme alla coreografa e danzatrice Michela Priuli, per esempio, abbiamo realizzato lo spettacolo Amante che abbiamo messo in scena in diversi festival. In questi anni ho alternato lavori commissionati a progetti personali, laboratori teatrali e varie collaborazioni nell’ambiente artistico. È stato un percorso molto naturale.
E poi è arrivato Euripide. Come nasce il legame con Le Baccanti?
In un certo senso è stato un incontro inatteso. Avevo qualche ricordo della tragedia dai tempi degli studi. Un giorno mi trovavo in libreria e, quasi d’istinto, ho preso in mano proprio quel libro. Da lì si è aperto un mondo.
Perché proprio in quel momento?
Stavo attraversando una fase di riflessione: spesso i progetti artistici seguono dei cicli e io sentivo che era arrivato il momento di iniziare qualcosa di nuovo. Avevo la sensazione che ci fosse un seme pronto a germogliare, ma non sapevo ancora quale forma avrebbe preso.
Quando quell’intuizione ha iniziato a prendere forma?
Durante una chiacchierata con il regista Giovanni Calò. Eravamo in un bar a Milano e parlavamo di quanto sia importante, per un artista, continuare a mettersi in gioco con fiducia ed entusiasmo, senza giudizi o snobismi. A un certo punto gli ho proposto di lavorare su Le Baccanti. Era dicembre 2024. Da lì abbiamo iniziato a immaginare, fantasticare, studiare, confrontarci.
Avevate già un progetto preciso?
No, solo un’intuizione. Però una cosa mi era chiarissima: volevo che in scena ci fosse un’unica attrice, anche se le Baccanti sono molte. Dovevamo costruire un importante lavoro drammaturgico, che permettesse a un solo corpo e a una sola voce di attraversare l’intera vicenda (che poi di voci e di corpi ce ne sono tanti!).
Da lì è iniziato il lavoro vero e proprio…
Abbiamo cominciato una lunga fase di ricerca, scrittura e sperimentazione. Parallelamente c’era tutta la parte organizzativa: trovare gli spazi, costruire il progetto e seguirne ogni passaggio. È un lavoro che spesso il pubblico non vede, ma che richiede tantissime energie. Poco alla volta, però, tutti i tasselli hanno iniziato a combaciare.
In che modo?
A partire da marzo 2025 io e Giovanni abbiamo lavorato partendo da delle improvvisazioni. La ricerca è stata lunga: provavamo in sala dalla mattina alla sera per diverse settimane consecutive proponendo, cambiando, ricominciando finché non abbiamo trovato la strada giusta. A fine luglio lo spettacolo era pronto, memoria del testo compresa. Da quel momento è iniziata un’altra sfida: trovare teatri, enti e associazioni disposti a ospitare lo spettacolo. È una fase molto impegnativa, che richiede creatività, determinazione e tanta pazienza, e che continua ancora oggi.
Come hanno reagito i primi spettatori?
Con grande curiosità. Bergamo era un po’ una scommessa, perché si trattava di un teatro di provincia con un pubblico abituato soprattutto al teatro dialettale e alla commedia dell’arte. Invece lo spettacolo è stato accolto molto bene. Anche a Milano abbiamo ricevuto un’ottima risposta. In particolare dai non esperti del settore e dai più giovani, a riconferma che il teatro greco è un teatro popolare, che vuole parlare a tutti.
Tutto sembra essersi sviluppato in pochi mesi. Hai mai avuto la sensazione di correre troppo?
In realtà no, perché il processo ci ha completamente assorbiti. Eravamo così coinvolti ed entusiasti da accordarci il privilegio di decidere noi i tempi del lavoro. Ci siamo concessi di sperimentare, senza avere paura di tornare sui nostri passi quando qualcosa non ci convinceva. È stata una scelta consapevole, mia e di Giovanni.
Una scelta non così scontata oggi.
Infatti. Oggi molti spettacoli nascono all’interno di bandi con scadenze molto serrate. Si vive in una continua corsa alla produttività, quasi che tutto debba essere realizzato nel più breve tempo possibile. Io sentivo il bisogno di uscire da questa logica. Volevo concedere al progetto il tempo necessario per crescere in modo autentico, perché credevo profondamente in quello che stavamo costruendo.
Come vivi il processo artistico?
Per me il processo creativo ha bisogno di respirare. Deve poter fluire, maturare, trasformarsi senza essere continuamente forzato dai tempi della produzione. È proprio in quello spazio di libertà che nascono le idee.
Si dice spesso che sia difficile vivere di teatro. È davvero così?
Non è semplice. Più che un lavoro, all’inizio è una scelta che nasce da una passione molto forte. Il teatro non è mai stato un mondo ricco e spesso si vive con fatica. Allo stesso tempo, però, ti insegna una qualità preziosa: la flessibilità. Ci si muove fuori dalle logiche più tradizionali del lavoro. La strada raramente è lineare e bisogna imparare ad adattarsi alle situazioni. Ma questo non significa dire sempre di sì. Ho capito che è importante anche saper mettere dei confini.
Ti è capitato di dire dei no?
Sì. Credo che ogni artista debba scegliere quali compromessi accettare e quali no. A volte questo significa rinunciare a un lavoro. Io, però, non riesco a immaginarmi altrove. Fare l’attrice è ciò che desidero continuare a fare e, nonostante le difficoltà, non vedo un’alternativa che mi renda altrettanto felice.
Che consiglio daresti a un giovane che sogna di salire su un palcoscenico?
Prima di tutto di coltivare una passione autentica. E poi di non avere paura dei momenti di difficoltà e di vuoto. Non sono un fallimento: spesso sono proprio quelli che permettono di crescere e di trovare nuovi stimoli creativi. Bisogna accettare anche il fatto che questa non sarà mai una vita completamente regolare. Ci saranno incertezze, cambi di direzione, periodi intensi e altri più lenti. Per questo è fondamentale imparare ad ascoltarsi e capire se il teatro è davvero la propria strada.
Dal punto di vista pratico, invece?
Consiglio di frequentare corsi professionali e fare esperienza sul campo. Solo provando si capisce se quella scintilla esiste davvero. E poi bisogna preparare il corpo: per poter mettere in scena Le Baccanti, per esempio, mi alleno molto e lavoro sulla respirazione dovendo sostenere un’ora di spettacolo da sola, senza fuori scena e con alcune parti danzate.
C’è una scuola che ti senti di consigliare?
Credo che qualsiasi esperienza possa essere utile, purché sia affrontata con curiosità e serietà e permetta di sperimentarsi davvero. Personalmente, sono molto legata alla Scuola Teatro Arsenale di Milano, dove mi sono formata con Marina Spreafico e Kuniaki Ida. È una formazione che mette al centro il lavoro sul corpo, sul movimento e l’osservazione del reale. Anche Giovanni è stato mio insegnante e ha studiato con Lecoq nella scuola di Parigi. Questo ci ha sicuramente permesso di partire da un linguaggio comune, facilitando la comunicazione e la condivisione di idee durante il lavoro.
Oggi, guardando al percorso fatto, cosa pensi abbia fatto davvero la differenza?
Credo il coraggio di seguire le mie intuizioni: ogni scelta è nata da qualcosa in cui credevo profondamente. E quando senti che una direzione è quella giusta, vale la pena percorrerla fino in fondo. Penso che a fare la differenza sia stato anche l’essere stata a volte un po’ imprudente e aver scelto consapevolmente di rischiare.
Cosa significa, oggi, per te avere successo?
Per me il successo non coincide con la notorietà. È poter continuare a fare il mio lavoro avendo, quando possibile, la libertà di scegliere i progetti in cui credo. Se riesco a restare fedele alla mia ricerca artistica, allora mi sento davvero realizzata. Tuttavia, penso che nell’arte sia altrettanto necessario non prendersi troppo sul serio, a volte contraddirsi e lasciarsi sempre sorprendere!
Foto di copertina di Giulia Gaudenzi




