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Art&Show- Perché le donne si rifanno il seno?

IMG-20140523-WA0000Qui, Ora. Viaggio di sola andata. Diario di Antonella Beretta. Ottavo capitolo. Per leggere il settimo capitolo CLICCA QUI.

Sergio mi è vicino. Le mia amiche mi sono vicine. Un sacco di gente mi è vicina.

Allora perché è dall’inizio di questa storia che mi sento così sola? Ci ho pensato e ripensato a questa solitudine che sento. Io ce l’ho dentro. Non è una condizione esterna. E Sergio, come tutti gli altri, è fuori. Purtroppo.

E poi, a peggiorare la situazione, c’è questo sassolino nella scarpa che non riesco a togliermi, questo chiodo fisso, questo vissuto nei confronti di Sergio.

Mi fa male persino confessarlo a me stessa ma è dall’inizio di questa storia che io lo sento dalla “loro” parte e non dalla “mia”. Mi ha manifestato in mille modi il suo affetto, il suo amore, lo riconosco, ma mai una volta mi ha detto: “ hai ragione Antonella, sono dalla tua parte, facciamo questa lotta insieme ”. Ai  miei occhi e al mio cuore il suo comportamento è sempre stato di condiscendenza verso i medici che mi hanno curata, tutto è da sopportare, non esiste che si possa fare diversamente.

Ecco, sì, è ancora un problema di “scelta”: io non ho avuto la forza, la lucidità di impormi sulle scelte dei chirurghi e avrei voluto che almeno Sergio mi aiutasse con la “sua” forza. Invece no, lui è sempre stato dalla loro parte, un pizzico di opportunismo maschilista? (una morosa “a posto” è meglio di una donna amputata) …un po’ presuntuoso nel prevedere il “mio” futuro? ( tu non lo sai ma io so che dopo sarai contenta) …mah! Non so.

Certo è che pur amandomi non è stato capace darmi quel sostegno di cui avevo bisogno. Non gliene voglio, ogni uno fa quello che può, ma resta il fatto che mi sono sentita e mi sento tuttora sola anche con lui.

Ed è troppo tardi per cercare un’alleanza.

E la mosca sbatte e sbatte e sbatte…
Ancora pochi giorni…Bene, visto che mi sento sola…sola sia.

Ho chiesto a Sergio di non venire da me in questi giorni, gli ultimi della lunga attesa. Non ho più voglia di vedere nessuno e non rispondo al telefono. Non ho la forza di occuparmi più di nessuno. Nemmeno di me. Ho paura. Una paura fottuta.

La notte, specialmente, tremo.

E piango. Mi ricordo quando, a due giorni dall’intervento di ricostruzione del seno, con uno sforzo sovraumano, sono riuscita in bagno a lavarmi un po’…e poi mi è venuto da piangere…e Sergio mia ha detto…cosa fai, frigni?…

“ minchia, chi non ha motivi frigna, io PIANGO, perché di motivi ne ho una bancarella piena! “

Comunque vado in ufficio, ma la testa galleggia come un palloncino, non vedo l’ora di rientrare a casa e chiudermi nella mia stanza.

Poiché non riesco ad affrontare quello che mi aspetta allora vorrei che fosse tutto finito…per sempre.

E di nuovo ho voglia di morire, non per morire, solo per avere finalmente un po’ di pace.

“ ma chi me lo fa fare…lasciatemi stare!!! ”

Ormai è panico, incontrollabile terrore del futuro, di ciò che dovrò subire e sopportare. Ho un gran daffare a dirmi, a ragionarmi, a confortarmi che questa volta dovrebbe essere meno devastante della prima…ma non c’è né, l’irrazionale prende il sopravvento. Ne ho piene le palle di quelli che mi dicono…vedrai che andrà tutto bene…non ci pensare che poi sarai contenta…ma si, vedrai che tutto passa…

“ Sai che novità! “

 Certo che andrà bene, ci mancherebbe anche! Certo che tutto passa, il tempo non si ferma certo per me…Ma tutto sulla mia pelle!

E non credo proprio che poi sarò contenta. Avrò buttato quasi un anno della mia vita a soffrire, e passerò il resto a chiedermi perché o per chi. Saranno contenti tutti quelli che mi vedranno bella “a posto”, secondo i canoni vigenti, senza sguardi pietosi per quel qualcosa che non c’è più…ma è stato ricostruito…

“E di come mi sento io importa a qualcuno???? “

Martedì 6 maggio 2013

Sergio è tornato, nonostante la mia richiesta di solitudine, è tornato. Ma va bene così, stare senza di lui non cambiava nulla, forse stavo ancora più male. È il mio Gian Burrasca, il mio “rùsaniul” (in dialetto milanese: spinginuvole), il mio carro armato duracell, il mio tzunami casalingo.  Vietato fermarsi, vietato lamentarsi, vietato mollare.

E stanotte ho sognato. Mi hanno insegnato a ricordare i sogni, almeno alcuni. Il mio corpo comunica e…trema, il mio inconscio comunica e…sogna.

Mi hanno insegnato a concentrarmi, a lasciare emergere una parola o una piccola frase che potrebbe riassumere quello che un sogno mi ha lasciato, per poterlo capire o almeno per poter utilizzare il messaggio che mi sto mandando.

ORA NEL PASSATO NON TROVO NULLA CHE MI SERVE.

Questo è il messaggio del mio sogno. In effetti in questo sogno vedo che tornare sempre indietro a cercare nel passato non mi dà nulla di nuovo. Ci trovo puzza, cose ripugnanti, presenze che non fanno più parte della mia vita, trovo ambienti che ho lasciato e da cui me ne vado subito, anzi…non entro nemmeno. Tutto questo fare avanti e indietro mi lascia solo frastornata e confusa, aggiungo fatica alla fatica, addirittura mi capita di “arrivare” davanti alla stanza del passato e non mi ricordo cosa sono venuta a cercare.

E vedo anche che là, dove la porta sembra irrimediabilmente sbarrata da grate e reti di ferro, in realtà, se guardo meglio, se provo a spingere, scopro che si può passare…da un piccolo pertugio…ma si può passare!

In effetti oggi mi sento un po’ meglio, stanotte ho dormito un pochino e non ho tremato. Non piango. La voglia di togliere questo”coso” comincia ad essere più forte della paura. È come quando hai il mal di denti, per quanto tu possa avere il terrore del dentista alla fine è più forte il bisogno di smettere di soffrire!

“Lascia scorrere, Antonella, lascia scorrere. Prenditi i tuoi tempi, non è una gara, regalati la possibilità del recupero nel tempo che vorrai…te lo sei meritato. Nessuno ti chiede di fare di più di quello che sentirai di fare, e se te lo chiedessero non ascoltare, fai come puoi, non una virgola in più.  “

E finalmente, dopo, potrò chiudere questo capitolo e  potrò iniziare la mia “catarsi” personale…corpo mente anima…riordino, pulizia, riorganizzazione.

Mercoledì 7 maggio 2013 

Day-Hospital, con Sergio. Le solite visite e prelievi, molta cortesia e disponibilità del personale. Una notte insonne a portare consiglio…tante domande da fare al chirurgo.

Un chirurgo giovane, gentile. E mi viene subito il magone, la lacrima è lì pronta.

– Buongiorno dottore, premesso che il mi sto facendo una violenza incredibile per sottopormi all’intervento di ricostruzione del seno…

– Occhi spalancati…come mai? Cosa le è successo?…

– Io non ho mai messo in discussione la professionalità dei suoi colleghi, tantomeno le loro buone intenzioni…ma mi hanno letteralmente incastrata in questa situazione omettendo di spiegarmi bene cosa sarebbe accaduto, tacendo sul dolore, sui tempi, sul “dopo”…non va! Così non va! Non per me. Ora vorrei che lei mi spigasse bene e sinceramente come si svolge questo intervento, quanto male devo aspettarmi, come si svolge il post-operatorio, cosa devo o non devo fare dopo e per quanto tempo…

E così lui mi spiega, si dilunga sui particolari, elenca minuziosamente le cose da fare dopo, i consigli da seguire per la buona riuscita, cerca di quantificarmi il dolore prendendo a paragone il primo intervento.

Certo questo è assolutamente meno invasivo, non demolitivo, le ferite saranno piccole, ci vorrà soprattutto molta attenzione nel post-operatorio e comportarsi in modo che le protesi siano fissate nella loro allocazione, non devono assolutamente muoversi o essere sollecitate per almeno un mese.

È normale che io abbia paura, che sia terrorizzata dal riaffrontare, anche le altre donne si lamentano dell’espansore, anche le altre donne soffrono e raccontano il male che fa.

– Signora lei ha vissuto la parte più dolorosa e più lunga del percorso, ora fermarsi sarebbe buttare via tutta quella fatica, ora se lo merita di avere un lavoro ben fatto, da quello che vedo ci sono tutti i presupposti fisici per avere un ottimo risultato, una cosa però le posso promettere: con le protesi avrà un confort che con l’espansore nemmeno immagina, lo posso garantire, dopo tutte le donne che ho visto…

”…finalmente un chirurgo che non nega, che non minimizza, che ammette quanto sia difficile tutto quello che ho passato, finalmente qualcuno che non mi fa sentire inadeguata, che mi riconosce il diritto di piangere e temere…”

Venerdì 9 maggio 2013

Dunque non devo aver paura. Allora come mai stanotte ho tremato? Come mai questa mattina piango ancora come una fontana?

Mi sembrerebbe di non avere più motivi per disperarmi! Mi sento scema. E sono le amiche, Maristella ed Eliana, sono le donne a me vicine che ancora una volta capiscono, accolgono, concedono al mio pianto di uscire…e gli danno anche un motivo: ho tenuto duro fino ad ora ed è proprio ora, che sono quasi alla fine, che cedo e mi concedo di mollare la tensione.

Non è nulla di catastrofico…è la valvola della pentola a pressione che scarica per non scoppiare.

” spero arrivi presto martedì, così sarà finita anche questa estenuante altalena di stati d’animo…”

Martedì 13 maggio

Ragazzi che botto!!! Una vera bomba! Con una miccia lunga otto mesi!

Sono le 6.45 circa, nel parcheggio davanti all’ospedale, con Sergio.

La convocazione è per le 7,00…ma le mie gambe si stanno bloccando.

Sergio mi precede con la mia borsa e ci impiega un po’ ad accorgersi che io resto sempre più indietro…Antonella cosa fai? Ti fermi? Cosa succede?…

E scoppio a piangere, lo abbraccio, lo tempesto di pugni, mi nascondo nel suo collo…portami a casa, ti prego…portami indietro ti scongiuro…non ce la faccio, non ce la faccio!…è panico allo stato puro, al di là di me, al di là di ciò che mi sarei immaginata.

– Ma cosa ti prende, dobbiamo salire, dai, vedrai che tutto passerà in fretta…

E mi spinge fisicamente, mi sorregge sino al settimo piano. L’ascensore si apre, quell’atrio lo conosco bene…NO! NO! NO! Io non entro, torniamo indietro!…

– Ma amore, dobbiamo chiudere questo cerchio! Non puoi rimanere così per sempre, lo sai…entriamo e parliamone con loro…NO! NO! NO! NON ENTRO ALTRIMENTI MI CONVINCONO!…

e Sergio si arrabbia:

-allora glielo dici tu che non ti operi più…

si, glielo dico io…

La caposala non si scompone, e fa la scelta giusta…va bene signora, tranquilla, si accomodi fuori che appena arriva il dottore parla con lui.

Nel frattempo arrivano le altre signore della mattinata che vengono accolte per fare tutte le formalità, firme, accettazione, documenti…e io aspetto, mi sono un po’ calmata.

– Venga, il dottor C. è nel suo studio.

-D’accordo signora, io faccio quello che mi dice lei…l’espansore lo può tenere anche anni…ma non mi guardi così…se resta così qualsiasi cosa io faccia per lei non andrà bene…

“…bugiardo, mi avevi detto che non si può tenere più di un anno e mezzo, e poi adesso fai quello che voglio io? Non potevi farlo prima?…”

Il dottore davanti, mi guarda, Sergio accanto, mi guarda.

Un silenzio assordante.

…merda, mi sento in trappola, e ora cosa faccio? AIUTO!…se torno a casa devo ricominciare daccapo…NON HO SCELTA.”

E tutto ad un tratto Qualcuno, misericordiosamente,  schiaccia un pulsante.

Chiudo gli occhi.

– Va bene dottore, mi dia il foglio di ricovero che firmo…

Basta, finito, via il panico, via la rabbia, solo rassegnazione e abbandono.

Alle dieci mi portano giù  al primo piano, blocchi operatori, camice, calze, cuffietta, le lacrime scorrono da sole, silenziose, ed è un vero concerto di comprensione e accettazione quello in cui mi trovo immersa…i lettighieri, le infermiere, l’anestesista…tutti si accorgono di me e si avvicinano: una carezza, una parola, una garzina per asciugare gli occhi…

– E’ normale che lei abbia paura, quello che ha passato è una cosa molto difficile, questa volta però sarà diversa…vedrà…glielo prometto…

Mi fanno un sacco di foto, mi disegnano col pennarello, tanta luce, tanti camici intorno, grandi fasce per bloccare le gambe, un complicato intreccio di telini per bloccare le braccia, sono immobilizzata come una mummia, solo il torace è libero, è lì il campo di battaglia…

”…HO PAURA!”

  – Per favore vorrei vedere il dottor C.,  gli ho promesso un sorriso…

– Ehi C.! QUÌ C’È UN SORRISO PER TE!…

– Eccomi signora…noi siamo pronti…

Gli sorrido.

– aaah, adesso sì, senza sorriso non l’avrei operata…

– Antonella,  Antonella, ti ricordi dove sei?…l’anestesista mi chiama e mi accarezza.

”…ora mi ricordo, sono in sala operatoria, non voglio svegliarmi…”

Antonella Beretta

In alto: Aretusa, terracotta patinata Gianfranco Bevilacqua

 

 

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