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Depressi? Tutta colpa del senso di colpa

Depressi? Tutta colpa del senso di colpa

Lo studio del cervello da ragione a Sigmund Freud: la depressione spesso è legata a doppio filo a un esagerato senso di colpa. La conferma viene da una ricerca condotta da neuropsichiatri britannici di Manchester.

Gli studiosi hanno tenuto sotto osservazione il cervello delle persone depresse, scoprendo che “funziona”  in modo diverso da quello dei non depressi. Due aree cerebrali, in particolare, non risultano collegate tra loro. Una mancanza di “sintonia” che impedisce alla persona la normale rimozione dei traumi e delle emozioni negative.

Ed è una conferma – dicono gli psicoterapeuti – non solo del principio di Freud, ma anche dell’idea portata avanti finora dagli studi psicologici: nell’uomo esiste una profonda connessione tra organico e psichico. E ciascuna di queste sfere influenza l’altra.

La ricerca sul senso di colpa

E’ stata svolta dai neuropsichiatri della Scuola di Scienze psicologiche dell’Università di Manchester, in Gran Bretagna, fornisce per la prima volta prove materiali dello stretto legame tra senso di colpa e tendenza alla depressione.

Gli studiosi hanno messo a confronto un gruppo di 25 persone con storie di depressione alle spalle, con un secondo gruppo di 22 soggetti senza problemi depressivi.

I neuropsichiatri hanno messo sotto osservazione l’attività del loro cervello attraverso la risonanza magnetica, che consente di visualizzare le diverse aree cognitive cerebrali. I due gruppi sono stati studiati per oltre un anno (dal maggio 2008 al giugno 2010).

Le attività del cervello

A entrambi i gruppi è stato chiesto di immaginare di compiere un’azione cattiva, di comportarsi “male” insomma: per esempio di essere prepotente con un amico oppure avaro con una persona bisognosa. Comportamenti che possono far sentire in colpa. Le persone dovevano quindi riportare ai neuropsichiatri le sensazioni che provavano al riguardo.

Le immagini fornite dalla risonanza magnetica nel corso delle prove hanno mostrato che – in quelle circostanze di pensieri colpevolizzanti – il cervello delle persone depresse si comportava in modo differente da quello del gruppo non depresso.

In particolare, nei depressi, due aree del cervello non comunicavano normalmente tra loro: l’area che elabora le situazioni sociali e i comportamenti socialmente corretti (nella corteccia temporale anteriore) e quella che elabora il senso di colpa (nel circuito limbico). Queste due aree non lavoravano in perfetta sintonia né nei periodi di malattia, né in quelli di benessere.

Nelle persone non depresse, invece, la risonanza magnetica ha mostrato che le due aree “dialogavano” normalmente.

Il senso di colpa a 360°

Secondo gli scienziati, è proprio questo “dialogo” tra le due aree del cervello a consentire alle persone di rimuovere i traumi e superare le sensazioni negative (come il senso di colpa). Se questo dialogo non funziona, esse non vengono elaborate né superate.

“Gli esami hanno rivelato che le persone con storie di depressione non hanno saldamente ‘in coppia’ le regioni del cervello associate al senso di colpa” ha spiegato uno degli autori dello studio, il dottor Roland Zahn. “Ed è interessante notare – continua lo studioso – che questo ‘disaccoppiamento’ si verifica solo quando queste persone si sentono in colpa, quando biasimano se stesse, ma non quando si sentono arrabbiate o biasimano gli altri. Questo può indicare che c’è una mancanza di accesso ai dati su cosa sia esattamente inadeguato nel loro comportamento, estendendo così il senso di colpa a cose di cui non sono davvero responsabili”.

Tutto questo, secondo gli autori della ricerca, conferma la nota osservazione del padre della psicoanalisi Sigmund Freud: “La depressione si distingue dalla normale tristezza per un esagerato senso di colpa, per la tendenza eccessiva a biasimare se stessi”.

La funzione del senso di colpa, dall’infanzia

Il senso di colpa ha una funzione utile nello sviluppo dell’essere umano. E’ una conquista che consente al bambino di sviluppare il senso di responsabilità delle proprie azioni, come individuo inserito nella società. E’ dunque una tappa della crescita, il risultato delle norme di educazione grazie alle quali un bambino si adatta al mondo.

Tutt’altro discorso, però, se il senso di colpa diventa l’impalcatura sulla quale si costruisce l’intero sviluppo di quel bambino. A volte accade che l’educazione di un figlio venga centrata sul senso di colpa. Il bambino viene sempre colpevolizzato oppure viene sottoposto a un eccesso continuo di aspettative da parte del genitore, aspettative che lui non può soddisfare e che lo fanno sentire costantemente inadeguato.

In questi casi il senso di colpa “dilaga”: la persona si colpevolizza e biasima se stessa anche quando le sue azioni non sono davvero dannose, anche per errori banali o anche quando la responsabilità dell’errore non è sua, ma di qualcun altro.

E c’è un altro fattore da considerare: il bambino si sente facilmente in colpa perché non ha ancora la capacità di giudicare se le aspettative del genitore siano adeguate o eccessive. Non ha la facoltà critica sufficiente per difendersi dalle richieste esagerate o dai giudizi troppo negativi. La colpa perde allora il valore di assunzione di responsabilità: diventa per il bambino uno standard di vita, lo fa sentire costantemente indegno.

E ciò che avviene nell’infanzia è particolarmente importante. E’ in quella fase che si modellano le relazioni primarie. E quei modelli relazionali rimarranno anche nella vita adulta.

Che cosa accade da grandi

Un bambino cresciuto in un ambiente colpevolizzante diventa molto spesso un adulto che tende a biasimare se stesso.

Una persona del genere non riesce ad avere una misurazione adeguata delle proprie azioni, si sentirà in colpa anche per azioni, gesti o pensieri che non sono davvero negativi.

Questa tendenza incide su tutte le relazioni, a 360 gradi: nella vita amorosa, nelle relazioni sociali, nel lavoro.

L’eccesso di colpa non consente alla persona un esame obiettivo della realtà e questo determina l’atteggiamento depressivo. Se non si sente mai in grado di rispondere alle aspettative, se vive ogni imperfezione come una colpa, se non riesce ad accettare i propri limiti e gli errori… quella persona è spinta a non agire per non sbagliare.

E si innesca, secondo la specialista, un circolo vizioso: la depressione genera altro senso di colpa, la colpa di non mettersi in gioco, di non fare il proprio dovere, di non fare.

Anche il sentimento della rabbia fa la sua parte. La rabbia per non riuscire a imporre il proprio pensiero, a perseguire le proprie esigenze. Rabbia che la persona depressa tende a buttare addosso a se stessa, nella misura in cui si colpevolizza per ogni mancanza.

La ricerca britannica conferma gli studi psicologici fatti finora. E’ un messaggio importante, una ulteriore prova che i fattori organici e i fattori psichici sono strettamente connessi tra loro i primi intervengono sui secondi e viceversa. E’ un legame che tutte le discipline scientifiche stanno cercando di approfondire.

In questo caso, la ricerca indica come un ambiente colpevolizzante possa influire non solo sulla condizione psicologica del bambino, ma anche sul suo sviluppo cerebrale, sulla funzionalità del suo cervello.

Come reagire al senso di colpa

Quali consigli si possono dare a una persona che tende a colpevolizzarsi e dunque a deprimersi? Come si può reagire all’eccesso di sensi di colpa?

Nel bambino, ma ancora di più nella persona adulta, gli psicoterapeuti cercano di lavorare in questi casi sulla consapevolezza: la persona deve imparare a essere più consapevole dei propri limiti e deve imparare ad accettarli, senza cadere nel meccanismo di biasimo di se stessa.

La strada da percorrere – per non essere vittima dell’eccesso di colpa e della depressione che ne consegue – è quella di acquisire pian piano una percezione più veritiera della realtà circostante: se la persona riesce a fare un esame reale delle proprie azioni, riuscirà anche a capire quando i suoi errori sono importanti e quando sono lievi… quando, insomma, è davvero giusto colpevolizzarsi e quando no.

* Un esame obiettivo delle richieste altrui – quando sono giuste oppure eccessive – consente inoltre di sentirsi meno inadeguati, nel caso non si riesca a soddisfarle. Questo percorso consente gradualmente di arginare il senso di colpa dilagante. E liberarsi della paura costante di sbagliare, di essere al di sotto delle aspettative altrui, permette di diventare una persona più attiva, più intraprendente e capace di perseguire i propri obiettivi e difendere le proprie esigenze.

 

 

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