Georges Simenon La vecchia
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Georges Simenon, La vecchia, Adelphi

06/03/2026
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Georges Simenon La vecchia
Credits: Biblioteca Adelphi

Georges Simenon, La vecchia – Adelphi, 2026
“Biblioteca Adelphi”, pp. 160, €18,00


Nato a Liegi nel 1903 e morto a Losanna nel 1989, Georges Simenon è considerato uno degli scrittori più prolifici del Novecento, con quasi duecento romanzi tradotti in più di cinquanta lingue.
Celebre per la serie del commissario Maigret, è autore anche di una vasta produzione di romanzi non polizieschi, nei quali affronta con stile essenziale temi come la solitudine, il disagio interiore e l’ossessione.

Immagine di copertina
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Simenon senza Maigret: una donna che non si arrende

Pubblicato per la prima volta nel 1959 e ora disponibile in Italia nella traduzione di Simona Mambrini per la Biblioteca Adelphi, La vecchia è un romanzo breve ma denso in cui Georges Simenon mette in scena una delle figure più memorabili: Juliette Viou.

Settantanove anni, parigina di adozione, si è barricata nell’appartamento di rue de Jouy e si rifiuta categoricamente di andarsene, nonostante l’edificio sia già stato svuotato da tutti gli altri inquilini e privato da mesi di acqua, luce e gas. Le ruspe aspettano. La polizia è impotente. La vecchia si nutre di scatole di conserva che, una volta vuote, getta fuori dalla finestra come segnali di una resa mai avvenuta.

Un’indagine senza crimine

Il romanzo si apre con l’arrivo del commissario Charon nell’appartamento di Sophie Émel – giovane donna, detentrice del record di paracadutismo, pilota di jet, personaggio da rotocalco – che si è scoperto essere nipote della vecchia per un caso fortuito.

Da questo incontro si dipana una storia che, al contrario delle impressioni iniziali, non ha nulla della storia poliziesca, pur conservandone la struttura d’indagine. Non si tratta di smascherare un crimine, ma di comprendere una volontà. E quella volontà ha un nome e una storia lunga quasi ottant’anni.

La donna più testarda di Simenon

Juliette Viou non è una vecchia qualunque. È una donna che ha vissuto più vite – ha divorziato, si è risposata, è rimasta vedova, ha abbandonato la famiglia del genero e poi è scomparsa per quindici anni – e che ora rivendica il diritto di morire dove ha deciso lei.

La sua ostinazione non è testardaggine senile, ma un atto di autodeterminazione radicale.

Lo psichiatra convocato per valutare la sua sanità mentale, interrogandola attraverso la porta chiusa, non riesce a concludere molto: la vecchia risponde a tono, è lucida e sarcastica, perfettamente cosciente di quello che fa e che dice.
Toccherà alla nipote trovare la via che nessuno, nemmeno il medico, ha saputo aprire.

 

Un silenzio che grida

Sophie, dopo essere andata, assieme al commissario, al palazzo di Juliette, riesce a invitare la vecchia a trasferirsi da lei sull’Île Saint-Louis. Il rapporto che si stabilisce tra nonna e nipote è il vero cuore del romanzo. Simenon lo costruisce con una scrittura silenziosa, fatta di reticenze, di sguardi evitanti, di frasi lasciate a metà.

Le due donne si riconoscono in qualcosa che non nominano mai esplicitamente: entrambe vivono ai margini delle convenzioni sociali, entrambe hanno tagliato i ponti con la famiglia d’origine, entrambe tengono alla propria indipendenza con un’intensità che sfiora l’autodistruzione.

Juliette aveva minacciato di buttarsi dalla finestra, mentre Sophie salta da aerei e guida automobili da corsa; come se la morte fosse un’ipotesi con cui convivere quotidianamente.

È in questo spazio sospeso che l’autore situa il secondo fulcro del romanzo: la casa della nipote e il piccolo mondo che la abita.

Un microcosmo al femminile: l’equilibrio che non regge

L’appartamento di Sophie che ospita la nonna è affacciato sui tetti di Notre-Dame, ed è abitato da una piccola comunità informale: oltre alla padrona di casa c’è Lélia, giovane donna dai capelli, dagli occhi e dall’incarnato così chiari da sembrare albina, e Louise, la domestica.

L’arrivo della vecchia – con il suo baule nero, la sua stufetta di ghisa comprata nel 1902, i suoi orecchini di diamanti venduti uno per uno nei momenti di bisogno – disturba questo equilibrio precario, rivelandone le tensioni sotterranee.

Simenon erige questo microcosmo con la stessa attenzione silenziosa, permettendo ad ogni dettaglio di rivelare piccole parti di chi lo abita, senza mai spiegarlo del tutto.

Nodi

Il finale non ricompone le ambiguità ma le porta alle estreme conseguenze. L’autore non concede redenzioni né riconciliazioni sentimentali. Quello che resta, dopo l’ultima pagina, è la figura di Juliette Viou: intatta, coerente fino in fondo, fedele a una logica che il mondo intorno a lei non capisce e non è attrezzato per comprendere né contenere.

I legami che il romanzo annoda – tra generazioni, tra donne, tra passato e presente – non si risolvono in armonia: rimangono tesi, vivi, irrisolti come lo sono quelli veri.

Simenon riesce nell’intento di lasciare al lettore più di ciò che gli è stato spiegato. La vicenda irrisolta rimane anche dopo l’ultima pagina.

Pochissimo e tutto: il Simenon che non ci si aspetta

La vecchia è un romanzo in cui Simenon dimostra la sua capacità di fare letteratura con pochissimo: una storia minima, un pugno di personaggi, una Parigi invernale e grigia.
Ogni elemento è necessario e nessuno è dove ci si aspetterebbe di trovarlo. Gli sguardi evitanti e le parole non dette si accumulano tra le stanze e tra le righe fino a diventare insostenibili.

Immagine di copertina di wal_172619 via Pixabay

Paola Monselli, musica, libri, cinemaHo 25 anni e una colonna sonora costante. Sogno di lavorare nel mondo della musica, quello senza riflettori lontano dai palchi dove succede tutto davvero. L'unico momento in cui accetto il silenzio è quando leggo. Sono alla ricerca costante di qualcosa, chissà forse lo troverò in un album o tra le righe di un libro. Mi sono laureata a Parma in Comunicazione e media contemporanei per le industrie creative.