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SalTo, il trampolino di lancio per un salto nel mondo dei libri.

SalTo, il trampolino di lancio per un salto nel mondo dei libri

SalTo: una sigla, che sta per Salone del Libro di Torino, fortemente evocativa e significativa, un nome che sta ad indicare la voglia dei lettori di saltare oltre qualsiasi recinzione e tuffarsi in un mare magnum di libri, in una città che di questa azione è stata la culla.

Sal Mi: una sigla che potrebbe essere la realtà di un futuro assai prossimo, in cui una delle manifestazioni culturali più importanti in Italia farebbe le valigie pronta per oltrepassare il Ticino e andare ad alloggiare a Milano.

Ma permettetemi, questo termine mi evoca ben altro, mi ricorda una lepre servita a tavola, una pietanza un tempo popolare ed oggi considerata un po’ desueta (a Master Chef cucinano le lepri in salmì? Ormai si mangia solo ciò che viene cucinato in tv…).

Se nomen omen, in questa differenza di  evocazione sta già il significato di ogni successiva considerazione.

Permettetemi, questa volta, di lasciare da parte la recensione che settimanalmente caratterizza Il Font, di esprimere quello che è non solo un mio sentire, ma un pensiero comune in questi giorni di burrasca culturale.

Permettetemi di non recensire un libro, ma di dire perché i libri, il Salone del libro, debbono rimanere a Torino.

SalTo, una storia di sabauda tenacia

Era il 1988 quando dall’idea di due torinesi prendeva forma e sostanza il primo Salone, col proposito ben saldo di non essere soltanto una bancarella infinita per esporre libri, ma un contesto in cui “fare” cultura, in cui permettere ai lettori di incontrare ed ascoltare i loro scrittori preferiti, in cui diffondere l’importanza vitale della lettura per il genere umano che voglia definirsi evoluto.

Un neonato sradicato dalla sua origine in tempi rapidi matura uno spirito di adattamento al nuovo contesto che lo fa crescere in armonia con quest’ultimo, ma ciò deve avvenire rapidamente, prima che le radici penetrino profondamente la terra che le ha generate.

Ma non erano, quelli, tempi giusti per trasferire quello che sembrava il frutto del pensiero di due visionari torinesi, Pezzana ed Accornero, in un mondo molto diverso, luccicante e assai meno sobrio, in una città “da bere”, come diceva una famosa pubblicità, e non da leggere.

Col passare degli anni il Salone, diventato poi Fiera del libro e ancora dopo Salone Internazionale del libro, cresceva esponenzialmente e si arricchiva di nuove proposte ed offerte, coinvolgendo un pubblico sempre più vasto, dai piccoli ancora non-lettori agli anziani ed arzilli novantenni capaci di attraversare indenni le migliaia di metri quadrati dei diversi padiglioni.

Eccolo SalTo, in tutto il suo splendore, offuscato purtroppo negli ultimi anni da polemiche anche giustificate, che richiedevano una correzione di rotta.

Chiunque in questi quasi trent’anni abbia scritto sulla manifestazione ha tessuto le lodi dei suoi padri naturali e putativi, mai mettendo in dubbio che Torino potesse passare in secondo piano, che un’altra città potesse adottare senza consenso questa creatura (leggete cosa scriveva Marco Giacosa allora..).

Un Piemonte saldo e colto alle spalle di SalTo

Quanto verificatosi in questi quasi trent’anni trascorsi da quel 18 maggio 1988 sarebbe di per sé sufficiente a giustificare la rabbia di chi non vuole vedere trasferito a Milano il Salone, ma c’è di più, c’è una storia di carattere e di cultura piemontese che costituiscono un valore aggiunto.

Cominciamo dal carattere: noi piemontesi siamo conosciuti come i “bogia nen”, attributo dialettale che ha subito una pericolosa degenerazione semantica nel tempo ed è diventato sinonimo di pigrizia, di indifferenza, di sopportazione rassegnata e data per scontata.

La storia ci racconta ben altro, ci dice che l’esercito sabaudo, durante la battaglia dell’Assietta nel 1747, dimostrò una tenacia ed una forza nel resistere ai nemici francesi, nonostante fosse stato invitato a ritirarsi,  tale da garantirsi il rispetto dell’Europa impegnata nella guerra di successione austriaca.

Allora i nostri antenati rifiutarono di muoversi dalla loro postazione sul colle dichiarandolo apertamente, con un’impennata d’orgoglio che dovrebbe essere rivisitata per l’occasione attuale, con lo stesso profondo significato: “Nojautri bogioma nen”, noi non ci muoviamo, né dalle fortificazioni sul colle dell’Assietta né da Torino.

A questa storia sabauda, del tempo di Carlo Emanuele III, aggiungiamo un tassello del tutto diverso, di impronta culturale: Torino è la patria di Giulio Einaudi, il fondatore nel 1933 dell’omonima casa editrice, nata con il proposito di differenziarsi dalla cultura omologata e passiva del tempo.

L’impegno civile, culturale e politico di Giulio Einaudi si scontrò poi nel tempo con le politiche di mercato, molto lontane dai suoi ideali.

Le vicende successive di questa casa editrice sono note, lo spirito iniziale dovette soccombere di fronte alle esigenze economiche e alle richieste di un pubblico a cui la cultura sembrava interessare sempre meno.

Intravedo un parallelismo in queste due vicende, mi sembra che oggi SalTo si trovi in una analoga condizione, che ancora una volta sia solo il ritorno economico a prevalere, dimenticando l’altro risvolto, quello puramente culturale, che nessuna moneta riesce a pagare.

La volontà e la lungimiranza di Giulio Einaudi ci siano di monito, non permettiamo di essere ancora una volta deprivati di un patrimonio culturale di tale portata, alziamo la nostra flebile voce di lettori contro i giganti dell’editoria, costruiamo la nostra rivolta pacifica, dimostriamoci  i bogia nen che sappiamo essere.

SalTo ci appartiene. Lo abbiamo visto nascere, crescere, cadere e rialzarsi, ma lo abbiamo amato e lo amiamo dell’amore puro che solo la cultura sa coltivare.

Il Salone del Libro è di Torino.

Luisa Perlo

SalTo, il trampolino di lancio per un salto nel mondo dei libri.

 

 

 

 

 

 

 

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Luisa Perlo, Critico Letterario

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