
Mobbing sul lavoro: cos’è, come riconoscerlo e cosa fare
All’inizio sono piccoli segnali: una battuta fuori posto, una riunione a cui non si viene più invitati, una critica che sembra ingiusta. Poi, lentamente, quel disagio prende forma e si trasforma in qualcosa di più profondo. È così che spesso inizia il mobbing sul lavoro. Si tratta di una forma di violenza psicologica che si manifesta attraverso comportamenti ostili, ripetuti nel tempo, volti a isolare, sminuire o spingere un lavoratore ad abbandonare il proprio posto. Non si tratta di un singolo conflitto o di una critica occasionale, ma di una serie di azioni sistematiche che creano stress, disagio e danni alla salute fisica e mentale. I segnali più comuni includono esclusione, umiliazioni, critiche continue, assegnazione di compiti degradanti o impossibili e isolamento dal gruppo. In Italia non esiste una legge specifica sul mobbing, ma la normativa tutela comunque la salute e la dignità del lavoratore, permettendo, nei casi accertati, il risarcimento del danno.
Cos’è davvero il mobbing
Il termine mobbing deriva dall’inglese to mob (assalire) e indica un insieme di gesti persecutori sistematici messi in atto sul luogo di lavoro nei confronti di un dipendente. Il mobbing, dunque, non coincide con una semplice discussione o con una giornata no in ufficio. Si tratta, al contrario, di una serie di comportamenti ostili, ripetuti nel tempo, che hanno lo scopo di emarginare una persona, metterla in difficoltà o spingerla ad andarsene.
La caratteristica principale è la continuità: azioni che, prese singolarmente, potrebbero sembrare insignificanti, ma che nel loro insieme diventano logoranti. Il risultato è un progressivo senso di isolamento e svalutazione, che incide sia sul lavoro sia sulla vita privata.

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Lo sappiamo tutti: i fumatori corrono un rischio fino a 14 volte superiore rispetto ai non…Quando si può considerare mobbing sul lavoro?

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Il mobbing può assumere molte forme e non è sempre facile riconoscerlo subito. Spesso si presenta in modo sottile, come ricorda anche Luca Furfaro, consulente esperto nelle politiche del lavoro e del welfare, e co-autore del libro recentemente uscito “Il lavoro da offrire. La proposta da accettare. Scelte consapevoli nell’era del welfare”. Ecco i segnali da non sottovalutare;
- si viene esclusi dalle decisioni, dalle comunicazioni e dalle riunioni;
- il proprio lavoro viene costantemente sminuito;
- si ricevono incarichi umilianti, inutili o impossibili da svolgere;
- si è oggetto di critiche continue e immotivate, anche davanti agli altri;
- si è oggetto di campagne diffamatorie e notizie false;
- si viene isolati e ignorati oppure si viene eccessivamente controllati;
- il clima intorno diventa freddo, ostile, carico di tensione.
Col tempo, queste situazioni finiscono per minare la fiducia in se stessi, creando un senso di inadeguatezza che non ha nulla a che fare con le reali competenze professionali.
Le diverse forme di mobbing
Non esiste un solo tipo di mobbing. In alcuni casi arriva dall’alto, quando è il superiore a esercitare pressione e controllo eccessivi. Si parla allora di mobbing verticale, che però può essere anche esercitato da un gruppo di lavoratori verso un superiore. In altri casi, nasce tra colleghi dello stesso livello, dando vita al mobbing orizzontale. C’è poi il cosiddetto bossing, una forma particolarmente dura, in cui le azioni persecutorie sono mirate a ottenere le dimissioni del lavoratore. In tutte queste situazioni, ciò che accomuna le vittime è la sensazione di non avere via d’uscita.
Le conseguenze sulla salute e sul benessere
Il mobbing lavorativo non resta confinato tra le mura dell’ufficio. Le sue conseguenze si riflettono sulla salute mentale e fisica, creando disturbi come:
- ansia e depressione;
- disturbi del sonno;
- attacchi di panico;
- calo dell’autostima;
- disturbi psicosomatici (mal di testa, problemi gastrointestinali, tachicardia).
Andare al lavoro diventa fonte di paura, e anche il tempo libero perde la sua funzione rigenerante. Nei casi più gravi, il mobbing può portare all’abbandono del lavoro e a una vera e propria esclusione sociale. Per questo il mobbing non va mai sottovalutato: il costo emotivo può essere molto alto.
Come si dimostra il mobbing sul posto di lavoro?
Chi vive una situazione di questo tipo spesso tende a minimizzare o a colpevolizzarsi. In realtà, il primo passo è non restare soli. Può essere utile:
- annotare gli episodi e conservare eventuali prove (email, messaggi, testimoni);
- chiedere supporto a un sindacato o a un avvocato del lavoro;
- rivolgersi al medico o a uno psicologo per certificare il disagio;
- segnalare la situazione all’ufficio HR o al datore di lavoro (se possibile).
Riconoscere il problema è già una forma di tutela. Anche se in Italia non esiste una legge specifica sul mobbing, il lavoratore non è privo di tutele. La normativa impone al datore di lavoro di garantire un ambiente sicuro e rispettoso della dignità della persona.
Quando il mobbing viene riconosciuto, è possibile ottenere un risarcimento del danno, ma è fondamentale dimostrare che i comportamenti siano stati sistematici e che abbiano causato un danno concreto.
Prevenzione del mobbing: il ruolo delle aziende
La prevenzione del mobbing passa anche dalla responsabilità delle organizzazioni. Un ambiente di lavoro sano si costruisce attraverso:
- politiche chiare contro le molestie;
- formazione su comunicazione e leadership;
- ascolto attivo dei dipendenti;
- valorizzazione del benessere organizzativo.
Contrastare il mobbing significa migliorare non solo la vita dei lavoratori, ma anche la qualità e la produttività del lavoro.
«Oggi, in un mercato del lavoro sempre più veloce e competitivo, prendersi cura del clima in azienda influisce davvero sul lavoro di tutti. Per i datori di lavoro, saper riconoscere segnali di disagio, evitare situazioni stressanti e favorire rapporti rispettosi tra colleghi e superiori è fondamentale per il buon funzionamento di un’organizzazione» commenta Luca Furfaro.
Foto di copertina di qyonimu via Pixabay.




