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Coltivazioni intensive: quando veggy non vuol dire green

Coltivazioni intensive: quando veggy non vuol dire green

Quante volte, facendo la spesa, abbiamo riempito il carrello di frutta e verdura pensando anche al bene del pianeta?

Eppure non è detto che le nostre scelte “verdi” siano sempre davvero etiche ed ecosostenibili.

L’avocado , per esempio, arriva spesso da coltivazioni intensive. Lo stesso vale per la soia e quindi tutti i suoi derivati: dalle bevande, allo yogurt, dalle cotolette vegetali al tofu. E che dire del mais o degli anacardi? Per non parlare poi di frutta e verdura fuori stagione il cui prezzo per l’ambiente non è quello segnato sulla confezione.

La sempre maggiore adesione a diete vegetariane e vegane dovrebbe spingerci a farci una semplice domanda:” Questi prodotti, fanno davvero bene all’ambiente?”.

In proposito abbiamo intervistato Nicola Colonna, ricercatore presso la Divisione Biotecnologie e Agroindustria di ENEA, e Giorgio Vacchiano, ricercatore in gestione e pianificazione forestale presso l’Università di Milano, per chiarire questo e altri punti.

Coltivazioni intensive: sfruttare la terra e sfruttare chi lavora

Le coltivazioni intensive sono il risultato di una forma di agricoltura che cerca di sfruttare al massimo la capacità produttiva di un territorio.

Al contrario, l’agricoltura sostenibile è rispettosa nei confronti delle risorse naturali e dell’ambiente, e non prevede, per questo motivo, l’uso di sostanze inquinanti.

Chiedersi se le coltivazioni intensive siano sostenibili, a questo punto, parrebbe un controsenso, ma quali sono le motivazioni? È sempre così?

Coltivazioni intensive: quando veggy non vuol dire green
Nicola Colonna

L’agricoltura intensiva presenta, principalmente, 4 problematiche: emissioni climalteranti, pericolo per la biodiversità, crisi idrica e scarsa qualità di vita per alcuni lavoratori di questo sistema.

Tuttavia, se si trovasse un modo per ridurre gli impatti inquinanti sull’ambiente delle coltivazioni intensive, queste potrebbero anche presentare dei vantaggi.

“Oggi si sta diffondendo un nuovo paradigma, vale a dire produrre di più con meno, utilizzando al meglio gli input produttivi“, spiega Nicola Colonna.

Conoscenze e tecnologie sempre più avanzate permettono di distribuire gli input produttivi (acqua, fertilizzanti, fitofarmaci), nella giusta quantità e solo nei punti in cui servono: ciò è possibile grazie alla raccolta e all’analisi dei dati del suolo e della coltura presa in esame.

Questo metodo sta migliorando notevolmente la produzione e riducendo i problemi legati alle coltivazioni intensive, ma vediamo più nel dettaglio quali sono e in cosa consistono.

Impatto climatico: la relazione tra allevamenti e coltivazioni intensive

Coltivazioni intensive: quando veggy non vuol dire green
Giorgio Vacchiano

L’impatto climatico delle coltivazioni intensive è rilevante, ma non è paragonabile a quello degli allevamenti intensivi. A maggior ragione se si considera che gran parte delle coltivazioni intensive, come nel caso della soia, servono a produrre mangimi per gli animali da allevamento”, spiega Giorgio Vacchiano.

Su questo punto occorre soffermarsi per fare una precisazione. L’inquinamento che deriva dalla coltivazione della soia, dal suo trasporto, e dalla sua lavorazione in mangimi, alimenta il sistema degli allevamenti intensivi e la filiera a loro connessa.

Quindi, se molti dei prodotti coltivati non vengono consumati direttamente dall’uomo, riducendo il consumo di carne, potrebbe diminuire l’inquinamento che deriva dalle coltivazioni intensive.

Crisi idrica: pesa più un avocado o una mucca?

Proprio come esiste l’impronta di carbonio, vale a dire l’emissione di anidride carbonica di un dato individuo o servizio, esiste l’impronta idrica che, allo stesso modo, fornisce il parametro del relativo consumo d’acqua.

Tuttavia, nei dati che riportano il consumo di acqua per la produzione agricola, spesso non è specificato se questa si tratti di acqua piovana (acqua verde), o acqua di falde e fiumi prelevata dall’uomo (acqua blu). È chiaro che la seconda sia ben più importante della prima, poichè se sprecata, non potrà essere utilizzata per altri scopi.

“Le colture che richiedono acqua blu rischiano di impoverire l’ambiente circostante, specialmente se si tratta di ambienti aridi”, precisa Vacchiano.

Per esempio, l’avocado è un frutto sempre più richiesto, soprattutto se si pensa alle diete vegetariane e vegane. L’albero sul quale cresce richiede molta acqua, basti pensare che per produrre 1 kg di avocado servono 150l di acqua blu, più e meno gli stessi che usiamo in una vasca da bagno.

Questo frutto viene esportato prevalentemente dal Messico, dal Cile e da Israele.

Ma che cos’hanno in comune questi Paesi? Semplice, intere regioni stanno andando incontro alla desertificazione, per colpa delle coltivazioni intensive di avocado.

Casi di questo tipo, inoltre, consumano più acqua di quella che viene utilizzata per allevare i bovini.

Il vero prezzo degli anacardi

Proprio come l’avocado, anche gli anacardi sono sempre più richiesti sul mercato.

Tuttavia, pochi sanno che gli anacardi, per come siamo abituati a vederli, sono solo i semi di un frutto carnoso.

La polpa di questo frutto viene scartata, e contiene il cosiddetto balsamo di acagiù, un olio resinoso caustico che può procurare ustioni sulla pelle, essendo corrosivo.

Tra i principali esportatori di anacardi ci sono India, Brasile e Vietnam. Purtroppo, in nessuno di questi Paesi vengono prese misure di sicurezza necessarie. I lavoratori, senza tutele e quasi privi di diritti, raccolgono spesso gli anacardi a mani nude, con i problemi che ne conseguono.

Le monocolture: una seria minaccia per la biodiversità

Parlando di coltivazioni intensive si sente spesso parlare anche di monocolture. Che cosa sono?

“Nel lungo periodo la monocoltura, cioè la ripetizione nel tempo della medesima coltura sul medesimo terreno genera problemi che sono esplicitati in agronomia con il termine stanchezza del terreno. Questi, portano a una diminuzione della produttività e a una diminuzione della biodiversità, in particolare del suolo”, spiega Colonna.

Per quale motivo, quindi, optare per una forma di agricoltura che può risultare dannosa per flora, fauna e ambiente?

“I vantaggi sono generalmente di natura economica e sono connessi alla remunerazione degli investimenti in macchine e strutture funzionali alla coltura stessa e alla sicurezza di ritiro del prodotto sul mercato ad un prezzo stabilito“, continua Colonna.

“Gli ecosistemi composti da più elementi sono più solidi e anche più produttivi“, spiega invece Vacchiano, tornando a parlare di ambiente.

Le monocolture, in quest’ottica, impoveriscono l’ambiente e alterano i sottili equilibri naturali.

La conseguenza è dover utilizzare più acqua, più fertilizzanti, e prodotti chimici. Questi ultimi, in particolar modo, vanno a sostituire l’azione di alcuni insetti che sono predatori naturali per tipi specifici di parassiti, ma che non possono più vivere e riprodursi in un ambiente sempre più “artificiale”.

Al supermercato compro quello che costa meno

“In generale possiamo affermare che i prodotti coltivati su larga scala sono a buon mercato. Infatti, beneficiano delle economie di scala lungo tutta la filiera di produzione, trasformazione e distribuzione”, afferma Colonna.

Purtroppo, prodotti che costano poco sono spesso associati a un impatto dannoso su uno o più fronti, che si parli di ambiente o qualità di vita dei lavoratori, poco cambia.

Tuttavia, non esiste un’equazione diretta: costoso non vuol per forza dire di qualità e coltivato in maniera sostenibile, economico non corrisponde per forza a dannoso per l’ambiente.

“In questo periodo, per esempio, l’aumento dei costi dell’energia si è riversato sul prezzo dei prodotti agroalimentari in quanto l’agricoltura ha consumi energetici rilevanti sia diretti (gasolio), che indiretti (energia impiegata per produrre i fertilizzanti). Anche prodotti definiti solitamente a buon mercato sono diventati estremamente onerosi per le famiglie”, spiega Colonna.

Coltivazioni intensive: le possibili soluzioni al problema

Considerata la complessità del discorso, abbiamo cercato di capire quali siano le soluzioni ai problemi legati alle coltivazioni intensive. Per ottenere risultati concreti, tuttavia, l’intera filiera deve collaborare per incentivare un’agricoltura sostenibile per il pianeta.

  • Stagionalità. “Frutta e verdura di stagione sono da preferire a quelle coltivate in serra”, spiega Vacchiano. Infatti, per mantenere determinate temperature, le serre sono spesso alimentate a energia elettrica, ricavata a sua volta dai combustibili fossili. Inoltre, frutta e verdura non di stagione sono spesso trasportate nel mondo attraverso gli aerei per rimanere fresche e, questo trasporto, inquina moltissimo.
  • Km zero. “L’importazione da Paesi lontani non sempre ha un forte impatto ambientale. I viaggi aerei inquinano molto, ma quelli via nave pochissimo“, spiega Vacchiano. Tuttavia, “Scegliere prodotti locali contribuisce all’economia della propria zona e aiuta a mantenere vive le tradizioni agricole del posto”, aggiunge Colonna.
  • Ridurre il consumo di carne. Come affermato in precedenza, poichè ha un impatto ambientale maggiore rispetto alla produzione di frutta e verdura e, inoltre, per limitare le coltivazioni destinate a diventare mangimi per la filiera dell’allevamento.
  • Riposo dei terreni e rotazione delle colture. Abbiamo visto come le monocolture possano presentare dei vantaggi per la produzione, ma generare disastri alla biodiversità locale e impoverire il suolo. “Il riposo periodico dei terreni (maggese), e la rotazione delle colture (per esempio i legumi), permettono al suolo di tornare fertile”, spiega Colonna.
  • Etichette. I prodotti agroalimentari dovrebbero riportare la “storia” di come sono stati coltivati. “Non abbiamo un sistema di etichettatura europeo armonizzato che certifichi la sostenibilità di un prodotto”, afferma Colonna. “L’UE, tuttavia, sta lavorando per fornire una certificazione denominata impronta ambientale di prodotto. Nel mentre, sono molte le certificazioni volontarie private che, a beneficio del consumatore, indicano vari aspetti di sostenibilità di un prodotto, come CO2 zero, Km zero, Energy free”, aggiunge Colonna.
  • Informare e informarci. È doveroso domandarsi, prima di acquistare un prodotto, quale sia il suo impatto. E, allo stesso tempo, è essenziale che vengano fornite ai consumatori indicazioni chiare e precise per rispondere a tale domanda. La superficialità e lo scarso interesse circa l’argomento, da parte dei consumatori, alimentano un sistema che non può più essere supportato; il rischio è di non avere più un pianeta sul quale coltivare i prodotti che tanto amiamo.

 

 

 

 

 

Foto di Tim Mossholder: https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-del-campo-verde-vicino-alle-montagne-974314/

 

 

About Umberto Urbano Ferrero

Umberto Urbano Ferrero, collaboratore Torinese d’origine, cittadino del mondo per credo. Laureato in Lettere moderne, ama l’arte in tutte le sue forme e viaggia per conoscere il mondo, oltre che se stesso. Umberto è appassionato di sport e Urbano, al contrario di ciò che l’etimologia suggerisce, apprezza la vita a contatto con la natura. Ritiene la curiosità una delle principali qualità in una persona, caratteristica essenziale per guardare il mondo da più angolazioni.

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