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Abraham B. Yehoshua, la difesa dell’identità come valore primario

Abraham B. Yehoshua, la difesa dell’identità come valore primario

Abraham B. Yehoshua , che con Amos Oz e David Grossman ha formato il trio degli scrittori israeliani forse più conosciuti all’estero, specie in Italia, si è congedato dal suo pubblico.

Ottantacinque anni, una storia di romanziere, drammaturgo e accademico alle spalle, ha apertamente dichiarato di essere vittima di una recidiva del tumore dal quale sembrava essere guarito.

A fronte di un futuroAbraham B. Yehoshua incerto, lo scrittore ha scelto il ritiro dalla scrittura,  la chiusura nella sua privatissima sfera famigliare da cui è stata strappata la moglie dopo cinquant’anni di vita in comune, l’attesa di una fine che sembra non spaventarlo e che spesso ha narrato nei suoi libri.

Per compiere questo passo, ha scelto un breve romanzo, “La figlia unica”, che è anche un omaggio all’Italia, un paese che lui ha amato molto e che sempre ha riconosciuto il suo grande valore.

Identità da salvaguardare in un presente confuso

Appartenere ad un popolo perseguitato dalla storia ha significato, per Abraham B. Yehoshua, assumersene il peso sulle spalle e impedire che l’oblio potesse cancellare quanto accaduto nel secolo scorso, a cominciare dalle leggi razziali passando attraverso l’olocausto per arrivare sino alle guerre combattute dopo la nascita dello stato di Israele.

La tradizione millenaria di un popolo va salvaguardata, nel modo in cui è possibile a ciascuno: l’arma impugnata dallo scrittore è stata la penna, pubblicando dal 1962 senza interruzione.

Di identificativo, nelle sue opere, è il fatto di aver scelto l’individuo a simbolo del popolo, di aver accantonato la storia collettiva a favore della storia individuale, specchio e riflesso della precedente.

I suoi personaggi possiedono identità forti e ben definite, ma questo non impedisce loro di sentirsi carne viva di una collettività unica nel suo genere e nei suoi trascorsi.

L’identità ebraica non solo in Israele ma anche al di fuori del Paese sorregge la narrazione de “La figlia unica”, ambientato in Italia quasi come un omaggio ad un pubblico a lui devoto.

Il rapporto tra popoli diversi, con religioni e culture differenti, non è sempre facile, la difficoltà a tratti insormontabile è quella di costruire relazioni umane autentiche che non si lascino incasellare nel pregiudizio o nell‘intolleranza.

E’ questo il caso di Rachele Luzzatto, la giovane protagonista del romanzo, figlia unica di padre ebreo e di madre cattolica poi convertita, con un nonno paterno ebreo, un nonno materno cattolico e una nonna materna atea: l’essere tolleranti è per ovvi motivi cifra distintiva del suo nucleo familiare, ma il discorso si fa molto più complesso quando si esce da questo confine.

Un incipit esplosivo per il romanzo di Abraham B. Yehoshua

Tutti gli scrittori sanno che la fortuna di un romanzo dipende in buona parte anche dal suo incipit, motivo per cui preferiscono spesso distillare nel tempo le informazioni, generando curiosità.

Abraham B. Yehoshua sceglie il percorso opposto, raccontando nelle primissime pagine il necessario per poi ricamare sul già detto aggiungendo nuovi particolari.

La storia di Rachele, però, è già tutta lì: dodici anni, bella e intelligente, dotata del gusto della parola densa di significato, curiosa del mondo e pronta ad esplorarlo nelle sue diverse coniugazioni, è stata scelta per interpretare il ruolo di Maria nella recita natalizia della scuola.

Ma il padre glielo impedisce: teme una contaminazione ed è meno acuto della figlia, che sottolinea la profonda distinzione tra un atto di fede e una recitazione teatrale.

Non è per altro l’unica alunna ebrea nella scuola, ma i genitori di una sua compagna sembrano essere molto più tolleranti dei suoi.

Rachele si sta preparando alla cerimonia di Bat Mitzvah, sta studiando un’apposita preghiera che potrebbe offendere i suoi parenti non ebrei, ma questo non turba il padre, in questo caso la contaminazione, se non l’amalgama, è doverosa.

Spesso Abraham B. Yehoshua si è interrogato su come si possa vivere da ebrei in un Paese cattolico senza soccombere al fascino della Chiesa e delle chiese, senza farsi influenzare dai suoi riti di passaggio contrari ai propri.

A Rachele il saggio natalizio è così precluso, in cambio avrà giorni in montagna e al mare insieme ai diversi componenti della sua famiglia.

E’ una giusta compensazione?

La protagonista non se lo chiede, lo accetta a malincuore e avanza le sue prime ragionate proteste su un sistema di esclusione/inclusione che non approva.

Il dualismo come filo conduttore

La vita di Rachele è costellata di dualismi, che non sempre implicano scelte.

Due le vacanze, quelle al mare con la ricca nonna paterna divorziata che si circonda di improbabili amici e quelle in montagna, dove la ragazza spera di ritrovare volti amici.

Due i regali che riceve dai nonni materni: un pappagallo pronto alla fuga dalla gabbia e il libro Cuore che la maestra legge in classe e a cui lei si è appassionata – come l’autore, del resto, rimasto affascinato sin da giovanissimo delle vicende di amore filiale in esso presenti.

Sono due anche i sentimenti che travolgono Rachele in questo Natale: alla gioia per i regali, per la festa, per le vacanze, si sovrappone la conoscenza della malattia del padre, una forma di tumore al cervello che potrebbe essergli fatale ( un evidente riferimento autobiografico di Abraham B. Yehoshua).

In questa occasione emerge in lei la verità più profonda e anche la più semplice: a Rachele non piace essere figlia unica, non le interessano le divinità degli uni e degli altri, ciò che lei desidera non è la ricchezza in denaro ma quella in affetti e per questo chiede al padre un fratello, con cui non sarà più unica.

Sempre in viaggio, accompagnata da autisti a cui il padre delega i suoi spostamenti, Rachele ha molto tempo per riflettere, così come quando cammina solitaria nella sua città, contravvenendo ai divieti familiari.

I suoi pensieri si concretizzano quando va a trovare l’insegnante supplente che l’ha invitata a casa sua per parlare della lettura di Cuore, poiché dopo le vacanze tornerà la titolare (ancora una volta ritorna il due).

E’ una ragazzina saggia e sa che per definirsi come identità deve aprirsi al mondo, ricomporre il puzzle familiare, darsi delle risposte a domande anche apparentemente difficili: perché la sua compagna di studi ebraici può partecipare alla recita di Natale? Perché va con suo padre alla ricerca del segreto della sua nascita in uno sperduto paese di montagna? Perché solo il nonno materno rifiuta il senso della sua preghiera per il Bat Mitzvah?

Difficilmente Rachele scorderà queste vacanze di Natale, il tempo necessario per lo sviluppo della vicenda scelta da Abraham B. Yehoshua come potente metafora della vita stessa.

Abraham B. Yehoshua, la difesa dell’identità come valore primarioAUTORE : Abraham B. Yehoshua

TITOLO : La figlia unica

EDITORE : Einaudi

PAGG. 158       EURO 18,00 (disponibile versione eBook euro 9,99)

 

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo, Critico Letterario

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