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Alessandro D’Avenia rilegge Giacomo Leopardi

Alessandro D’Avenia rilegge Giacomo Leopardi

1977, Palermo: nasce Alessandro D’Avenia, le stelle hanno tracciato per lui un cammino costellato di soddisfazioni e successi, nel suo futuro si realizzeranno compiutamente i desideri di diventare un brillante docente e uno scrittore di fama.

1798, Recanati: nasce Giacomo Leopardi, le stelle, distratte, non accompagnano la venuta al mondo di questo bambino destinato a diventare, a posteriori, un punto di riferimento imprescindibile nella storia della letteratura italiana, e non gli garantiscono affatto una vita densa di felicità e soddisfazioni.

Autunno 2016, D’Avenia e Leopardi si incontrano tra le pagine di un libro, una sorta di epistolario delle lettere impossibili, di quelle che il destinatario non potrà conoscere mai, ma serviranno a chi le scrive per esternare compiutamente il suo pensiero.

“L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita” è in tutte le librerie da una sola settimana e già si sono fatti scorrere fiumi d’inchiostro per commentare e definire questo lavoro, certamente anche grazie all’idea che ha avuto lo scrittore di trasformare la presentazione del libro in un vero e proprio spettacolo teatrale che toccherà le più importanti città d’Italia e sarà ospite, a titolo gratuito per il pubblico, dei loro storici teatri.

Alessandro D’Avenia e il suo amico Giacomo

Quello che colpisce, in questo dialogo tra lo scrittore e il poeta amato, è il rapporto di confidenziale amicizia che il primo è riuscito a creare con il secondo.

Chi si aspetta l’ennesimo saggio sul recanatese si sbaglia: D’Avenia stesso immagina che un lettore posa interpretare il suo lavoro come una chiacchierata tra amici, al termine della quale tutti si sentono un po’ più ricchi di prima, di quella ricchezza che solo l’amore per le cose belle riesce a spiegare.

Giacomo Leopardi piombò nella sua adolescenza tramite la voce e il cuore di un professore di liceo, che lo portò a conoscenza del suo pensiero e della sua scrittura, come ogni anno avviene in centinaia di aule scolastiche del nostro paese.

Chi ama Leopardi cerca di trasmettere questa passione ai propri allievi con intensità, raccontando di lui ma soprattutto leggendolo insieme agli studenti, coinvolgendoli nella visione del mondo di questo giovane provinciale che sognava soltanto di fuggire dalla casa paterna e dal borgo natio, per aprirsi al mondo.

Quando toccò a D’Avenia essere studente, di questo poeta si innamorò, e questo libro è il frutto di questo amore, a vent’anni di distanza da quelle lontane spiegazioni scolastiche.

Alessandro D’Avenia è diventato lo scrittore che sa parlare al cuore dei lettori con una profondità di parola e di pensiero non comuni tra i moderni scribacchini, raggiungendo i sensi più profondi di ognuno, a qualsivoglia generazione appartenga.

Nelle duecento pagine del libro egli interroga il mondo e si interroga, costruisce un dialogo a distanza di tempo e non di spazio con il suo amico di gioventù, immagina quali lettere avrebbe potuto da lui ricevere e ne ipotizza la sostanza, non offre soluzioni a buon mercato ma dà indicazioni di percorso, soprattutto a chi voglia imparare ad amare profondamente la vita e il suo divenire.

Alessandro D’Avenia ribalta il pessimismo leopardiano

Procedendo in questa direzione, però, l’autore mette mano ad una delle certezze consolidate del pensiero di Leopardi, ovverosia il pessimismo cosmico, proponendo una lettura alternativa dei suoi versi.

Come può ben ricordare chiunque abbia memoria delle proprie lezioni di letteratura, in Giacomo Leopardi il pessimismo si acuì col passare del tempo subendo un processo involutivo, tale da generare  nel poeta un senso di frustrazione per l’essere nati, il rifiuto della ragione come dono e il suo essere invece una sorta di condanna, l’annullamento completo del concetto di felicità sostituito da quello della temporanea assenza di dolore (i Grandi Idilli sono il prodotto più compiuto di questa elaborazione concettuale).

Alessandro D’Avenia propone di queste pagine una lettura diversa: Leopardi diventa per lui l’uomo capace di svelargli il segreto della felicità, consistente nell’accettazione dell’imperfezione e della paura, passo necessario per raggiungere la pienezza dell’esistenza.

Se ciò viene reso possibile, a suo dire, la strada giusta è stata imboccata e il male di vivere, la paura stessa del vivere vengono superati, lasciando in noi la consapevolezza che proprio questo è l’essere felici.

Questa interpretazione di Leopardi come maestro di vita, capace di rendere vitali il dolore, la sofferenza, il fallimento e di trasformarli nell’arte della gioia quotidiana, appartiene a D’Avenia, il quale giustifica il suo pensiero e la sua posizione improntata ad una visione molto soggettiva del recanatese nelle pagine del libro.

Di qui a capovolgere tutto il pensiero di Giacomo Leopardi così come da sempre interpretato il passo è ancora lungo.

Il male di vivere fu la costante di questo poeta, lo accompagnò in ogni fase della sua esistenza mascherato da oppressione paterna, da critica letteraria pungente, da amore mai corrisposto, da deformità fisica, da malattia inesorabile.

La Natura meccanica indifferente al destino umano fu la conclusione a cui egli arrivò nei Canti e nelle Operette morali, per ipotizzare un barlume di speranza per l’umanità solo nell’ultima delle sue opere, La Ginestra.

Ribaltare il pensiero leopardiano è azione azzardata e pericolosa, se messa in atto da chi Leopardi lo ha letto forse solo una volta nella sua vita ed ora si sente in diritto di valutarne il pensiero mosso dall’entusiasmo della lettura del professor D’Avenia, la cui posizione è rispettabilissima, ma è comunque sua.

Il libro va letto perché chi ama un poeta desidera conoscere quali stimoli egli abbia dato e quali reazioni possa aver generato: se poi questa lettura darà a qualcuno la chiave di lettura del mondo in positivo meglio ancora, ma dimenticare, sotto l’onda emotiva dell’elogio sperticato, ciò che Leopardi ha scritto e riscritto diventa facile operazione commerciale.

Ad Alessandro D’Avenia va il merito di aver avuto, dopo anni di studi e di approfondimenti letterari, l’intuizione di una possibile nuova interpretazione leopardiana, a noi resta il diritto di leggere Leopardi rinvenendo tra le righe tanto dolore e tanta disillusione, un sentimento di rabbia nei confronti di una natura che genera i suoi figli come puro atto meccanico, dotandoli però della capacità di comprendere questa loro misera condizione.

Su un punto focale si può essere in totale accordo con D’Avenia, ovverosia sulla necessità di prendere consapevolezza di ciò che siamo e di ciò che realmente valiamo in questo mondo, cioè non più di una formica.

Di qui in avanti sarà proprio della sensibilità di ciascuno elaborare una propria filosofia di vita, in sintonia o meno col pensiero altrui.

I versi di Leopardi ne diventeranno l’armonia di fondo, e in questo sta la loro bellezza senza tempo, il loro valore universale.

Alessandro D’Avenia rilegge Giacomo LeopardiAUTORE : Alessandro D’Avenia

TITOLO: L’arte di essere fragili. Come Leopardi può salvarti la vita

EDITORE: Mondadori

PAGG 216,  EURO 19,00

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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