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Una insolita Roma per Matteo Nucci

Una insolita Roma per Matteo Nucci


Matteo Nucci è da poche settimane in libreria con “E’ giusto obbedire alla notte”, il suo ultimo romanzo con il quale la casa editrice Ponte alle Grazie concorre al Premio Strega 2017.

Nucci, non nuovo a questa kermesse letteraria, poco incline all’idea che l’importante sia partecipare, porta in concorso una storia difficile e a tratti dura, come sempre ancorata alla sua passione per il mondo classico.

Profondo conoscitore  del pensiero degli antichi e degli eroi che ne sono derivati, ne ha celebrato le caratteristiche più intime e meno consuete, come il pianto che il mondo moderno ha bandito dall’universo maschile dimenticandone la reale portata (“Le lacrime degli eroi”).

Pur senza entrare nello specifico della saggistica da lui prodotta, l’autore ha rivelato sempre, anche se in modo indiretto, il legame indissolubile che lo tiene unito all’antica civiltà greca, emergente nello scegliere la Grecia come meta di riferimento di un viaggio alla ricerca di verità profonde (lo compie Lorenzo, il protagonista di “Sono comuni le cose degli amici”), o l’antica tauromachia come ancestrale attività ludica da coniugare alla moderna pratica della corrida (“Il toro non sbaglia mai”).

Ed ora tocca ad Omero donare in prestito a Matteo Nucci un suo verso, che lo scrittore trasforma nel titolo dell’ultimo lavoro: che fosse giusto obbedire alla notte lo sapevano già gli uomini che si scontravano in duelli mortali sui campi di battaglia più di tremila anni fa, perché sprofondare nella vastità del buio è necessario per poter ancora ritornare alla luce.

L’umanità semplice dei personaggi di Matteo Nucci

Non sono certo eroi nel senso profondo del termine i personaggi che popolano le pagine di Nucci: rappresentano invece un’umanità sfilacciata, ricomponibile a stento in un quadro d’insieme, caratterizzati come sono da qualità bizzarre, da comportamenti scostanti, da gesti e parole ripetitivi ma densi di significato per coloro a cui appartengono.

In mezzo a loro si trova a vivere per scelta un uomo di cinquant’anni, Ippolito, chiamato il Dottore, allontanatosi dal centro di Roma per trovare una sorta di nuova identità legandosi alla periferia più degradata, quella che si crea dal nulla ovunque ci sia uno spazio libero per costruire un campo nomade, un’abitazione provvisoria, addirittura una trattoria improvvisata chiamata l’Anaconda e gestita da anguillari.

L’elemento comune e condiviso è il fiume, il Tevere che non scorre più tra argini costruiti dall’uomo a sua difesa, ma attraversa libero le campagne, tra anse e ristagni che fanno da sfondo alla vita di confine di chi qui vive.

Ippolito ha scelto di lasciarsi alle spalle il suo passato e la sua vita precedente per ricostruirne una nuova partendo dal basso, dall’infimo, calandosi tra coloro che mai aveva conosciuto in precedenza, riscoprendo come solo con una silenziosa ubbidienza alla notte del cuore si può sperare di riaprirsi alla luce.

Il fulcro del problema è questo, la chiave di lettura della scelta apparentemente assurda di Ippolito va ricercata nella volontà di credere che anche tra gli ultimi, anzi forse solo proprio in mezzo a loro, si possa ritrovare il sentiero da percorrere, smarrito a causa del dolore.

Quest’ultimo sentimento, deflagrato nell’animo del Dottore, è rivisitato da Matteo Nucci secondo la visione del mondo degli antichi, secondo i quali si può migliorare la propria esistenza solo attraverso il dolore ,il patimento.

La catarsi umana è possibile dopo aver attraversato gli inferi, dopo aver sperimentato e fatto propria la sofferenza, identificando la rinascita non con l’intervento di un deus ex machina, ma con la propria personalissima lotta, come quella che quotidianamente Ippolito si trova a dover combattere.

I luoghi del narrare di Matteo Nucci

Romano di nascita, l’autore ha trasformato la sua città nella protagonista femminile della sua storia, tralasciandone gli aspetti più noti, quelli da turista o da regista, per portarne invece alla luce quelli che solitamente si cerca di nascondere, di fingere che neanche esistano.

Roma è nata sul e grazie al Tevere, le sue acque dolci hanno dato i natali al popolo dei latini e poi dei romani, che vivono sulle sue sponde da quasi tremila anni, considerandolo parte fondante della propria genesi.

Dove il fiume riprende il suo corso naturale, lontano dai margini in cui l’uomo col tempo lo ha costretto, dove esso ritrova il suo respiro più primitivo ed autentico, “qui è Roma” dice Matteo Nucci per bocca dei suoi personaggi, quasi tutti maschili, ma legati a filo doppio con Victoria, la donna forte di tutta la vicenda.

All’autore non piace la trasfigurazione che della capitale hanno fatto i registi come Sorrentino, dandone una visione decadente ma patinata, lontano dalla brutalità istintiva e primitiva che brucia il tempo dei suoi “borgatari”.

E’ preferibile restituire Roma al suo passato anche attraverso la lingua che più le si adatta, un dialetto insistito che rifiuta da sempre l’omologazione all’italiano e mantiene le sue caratteristiche specifiche ad onta del tempo che passa.

Nel suo percorso di rinascita Ippolito vuole affrontare questo mondo relegato ai margini, viverlo, farlo proprio per poter ritornare ciò che era e che ha smarrito tra i dolori dell’esistenza, lasciandosi alle spalle una vita che, ad un certo momento, non sente più sua.

E se per rompere le catene devono essere versate lacrime, che lacrime siano: hanno pianto Odisseo, Pericle, Achille, protagonisti di un mondo eroico e lontano, sia concesso a noi oggi, mediocri eroi di una quotidianità che ci prosciuga, di piangere per ritrovare noi stessi, per far scivolare lontano il dolore passato che ci offusca, come è successo a Ippolito, il Dottore.

 

 

Una insolita Roma per Matteo Nucci

AUTORE : Matteo Nucci

TITOLO : E’ giusto obbedire alla notte

EDITORE : Ponte alle Grazie

PAGG. 363,   EURO 18,00

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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