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Matteo Avella, un inquieto viaggio tra bolge e gironi danteschi

Matteo Avella, un inquieto viaggio tra bolge e gironi danteschi

Le falene sono generalmente considerate le parenti povere delle farfalle, incapaci di suscitare lo stesso stupore e la medesima meraviglia perché prive dei colori sgargianti che la natura si è divertita a pennellare sulle ali delle loro ben più ricercate cugine.

La maggior parte di esse è infatti caratterizzata da sfumature che tendono dal grigio al nero al marrone: ma ci sono anche le falene bianche, a cui è stato riservato un destino migliore, dal momento che la credenza popolare le associa all’idea di protezione, di fortuna e di cambiamento, oltre a considerarle messaggere di buone novelle.

Matteo Avella, nel suo libro “Falene bianche”, si serve di questi insetti in modo antifrastico, perché le sue falene bianche, ovvero i suoi micro racconti, non sono attirate dalla luce, ma dal buio, non portano con sé un’implicazione positiva, bensì negativa, tragica.

Per altro, per evitarci di cadere in qualsivoglia equivoco, l’autore ha sottotitolato il suo lavoro, “ Storie brevi di persone seriamente disturbate”.

La Flash Fiction di Matteo  Avella

Per i suoi micro racconti Matteo Avella ha richiamato una tecnica, quella della flash fiction, in Italia ancora poco diffusa e soprattutto poco conosciuta con questa definizione.

I racconti brevi, spesso brevissimi, non sono una novità parlando di letteratura italiana: basti pensare alla prima raccolta di narrazioni in lingua volgare, il “Novellino” del XIII secolo rimasto anonimo, all’interno del quale la brevità narrativa era la regola, non l’eccezione.

Per parlare di tempi molto recenti si deve fare riferimento a due scrittori del secolo scorso come Giorgio Scerbanenco e Gabriele Romagnoli, il quale non ha titolato a caso “Navi in bottiglia” la sua raccolta di micro-racconti, la cui costruzione richiede una pazienza davvero certosina.

A entrambi venne riconosciuto l’adeguato successo, ma non si trasformarono in modelli da imitare, da riproporre in quanto tali, fors’anche perché la nostra lingua è più prolissa che concisa, più adatta alla narrazione distesa che a quella il più possibile sintetica.

Matteo Avella ha intrapreso quindi una strada poco battuta con le sue short stories, spingendosi nella direzione del noir, del racconto che genera inquietudine in chi lo legge.

Poche righe per ognuno di essi, un solo fatto su cui far confluire l’attenzione, un esordio in medias res, senza filtri introduttivi, un unico personaggio che fa da io narrante, una conclusione volta a spiazzare, a destabilizzare il lettore mediante un colpo di scena imprevisto.

Non sono dunque falene bianche, ma cupe, foriere di morte e di dolore vissuti con assoluto distacco, come se l’esserne padroni non fosse che un accidente casuale, che non si può evitare, ma che cambia poco nell’equilibrio del soggetto che li determina.

L’inquietante  bosco narrativo di Matteo Avella

Prendendo a Prestito da Umberto Eco la definizione di bosco narrativo, ci si può trovare a proprio agio volendo definire i racconti di Matteo Avella.

Il bosco, da Cappuccetto Rosso in avanti, evoca paure ancestrali, a volte irrazionali a volte concrete, ci sprofonda nel mondo senza luce dove tutto si trasforma, dove la realtà assume contorni profondamente inquietanti e induce a riflettere sull’assurdità di azioni o pensieri quotidiani generati da menti che non si ritengono affatto disturbate.

Invece, ci dice Matteo Avella, siamo tutti dei potenziali serial killer, dobbiamo badare a noi stessi e ai nostri vicini di casa, ai bambini e agli adulti, agli amici tanto quanto ai nemici.

La nostra stessa esistenza può essere letta come un metaforico attraversamento dei cerchi, dei gironi, delle bolge infernali che Dante Alighieri costruì nel suo Inferno?

Sì, ci dice l’autore, è così e per meglio ribadirlo contestualizza i suoi racconti mediante quarantasei gironi divisi in tre bolge e accompagna il lettore in un viaggio che attraversa la mente di cruenti o potenziali assassini, senza concedere attenuanti ad alcuni.

Nella prima bolgia, “Nella sua mente”, l’io narrante è sempre il killer che riflette tra sé o si rivolge alla sua vittima, giustificando nel suo delirio ogni sua azione, ogni suo gesto, nel nome di un suo personalissimo senso di giustizia.

La seconda, “Bambini oscuri”, ha questi ultimi come protagonisti, ma il punto di vista alterna l’interno all’esterno, recuperando frasi realmente dette da piccoli innocenti (?) agli adulti, in un crescendo di situazioni  agghiaccianti che non depongono di sicuro a favore della pur fervida fantasia infantile.

Nella terza e ultima, “Frasi e lettere da un mondo diverso”, ci ritroviamo a leggere testi autografi di serial killer (anche cannibali, talora) consegnati alla giustizia dopo aver messo a nudo la scia di sangue da essi lasciata.

Condannati dalla giustizia dell’uomo, essi non la condividono perché le loro menti malate li proiettano in un mondo diverso, altro dal nostro, dove il bene e il male hanno confini ben precisi.

Le loro parole ci disgustano, sembrano e sono del tutto ingiustificabili in qualsiasi contesto, anche pronunciate o scritte in un carcere di massima sicurezza.

Nel ricordare il loro passato di assassini seriali provano un sordo compiacimento, le loro parole sono una testimonianza perenne che ai loro occhi è una gratificazione, mentre per chi ha subito il loro affronto mortale implicano soltanto il riaprirsi di ferite mai chiuse.

Ecco perché, forse, sarebbe meglio sotterrarli una volta per sempre nell’oblio.

I giochi interattivi di Matteo Avella

A conclusione del suo libro l’autore colloca un QR Code per poter continuare a mantenere un contatto coi lettori.

Propone loro approfondimenti, video documentari, foto e soprattutto un collegamento con la sua pagina facebook, all’interno della quale pubblica giochi enigmistici sempre correlati alle storie raccontate.

Al di là di questi, ci sentiamo di suggerire ai lettori un altro tipo di gioco, basato sulla scrittura creativa.

Poiché le flash fiction basano la loro forza sul non detto, sull’implicito che può solo essere rapidamente suggerito, dunque su una forte immaginazione del lettore, perché non completarle, queste storie?

Partendo dalle poche e fulminanti indicazioni di Matteo Avella si può andare a ritroso e ricostruire ciò che lui non ha detto, la vita immaginaria dei suoi protagonisti, le storie e le premesse che hanno determinato l’esito finale.

Nulla nasce all’improvviso, nulla è generato dal nulla e costruire un mondo è come passeggiare nei boschi narrativi di Umberto Eco.

E poi, perché no, inviatele all’autore, che credo sarà felice di passeggiare insieme ai suoi lettori.

Matteo Avella, un inquieto viaggio tra bolge e gironi danteschiAUTORE : Matteo Avella

TITOLO : Falene bianche

EDITORE : Ceanets

PAGG. 91,  EURO 3,00 (disponibile esclusivamente in versione eBook)

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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