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Psicologia-Dottore, perché non riesco a smettere di fumare?

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Nicola Salvadori, psicologo clinico

Le ho provate tutte: l’agopuntura, l’astinenza, il traing autogeno, i cerotti alla nicotina e le sigarette elettroniche. Niente da fare: da vent’anni fumo quasi due pacchetti di sigarette al giorno e non riesco a smettere di fumare. So che la mia è una pessima abitudine, per questo, più volte, mi sono imposto uno stop. Qualche volta ci sono anche riuscito, ma dopo qualche mese ci ricasco.  Eppure ci sono persone che smettono da un giorno all’altro. Perché allora per altri, come me, è una guerra persa?

Tommaso Antonioli, Savona

Non è facile smettere di fumare perché il fumo di sigaretta, come qualsiasi sostanza neuro- o psico- attiva, si tratti di medicazioni farmacologiche o sostanze stupefacenti, ha un tale impatto sul nostro cervello e sulla nostra psiche, da meritare l’antica origine etimologica di “pharmakòn”, ovvero “veleno”. Non dobbiamo mai dimenticarlo quando facciamo uso di certi mezzi chimici per potenziare, compensare o aiutare la nostra sfera psicologica.

La lettera di Tommaso ci mette di fronte una problematica comune, soprattutto per i giovani la dipendenza dal fumo che per molti versi non è diversa da altre. Qualsiasi forma di dipendenza è portavoce di un disagio più profondo.

Da un punto di vista fisiologico, i meccanismi nervosi che sottendono allo sviluppo della dipendenza (che è un fenomeno assai complesso perché coinvolge sia la psiche che l’organismo) sono sempre gli stessi, e mediati sostanzialmente dai medesimi circuiti cerebrali. Semplificando, si può dire che alla base c’è il cosiddetto “sistema della ricompensa” e del rinforzo, che spinge l’individuo a cercare in modo quasi automatico e compulsivo una fonte di “ebbrezza”, che però risponde solo all’aspetto pratico della “soddisfazione” , senza risovere a quei bisogni profondi che sono alla base della dipendenza:  maggiore è il ricorso alla sostanza (il fumo, in questo caso) più si accentua la ricerca spasmodica di una dose sempre maggiore; e di conseguenza il  mantenimento della trappola, si rafforza.

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Tornando alla lettera di Tommaso, ci sono tre principali elementi che a mio avviso meritano un’analisi ed una riflessione, e riguardano tre espressioni che egli utilizza. Il primo è legato alla parola “astinenza”, che Tommaso affianca anche concettualmente a forme di condotta e a soluzioni quali la sigaretta elettronica, il cerotto e altre. L’astinenza è invece una pratica a cui non si può ricorrere “per prova”, come tentativo: implica invece una scelta profonda e una convinzione radicale, una volontà che non ha sfumature, ma è un “tutto o nulla”.

Per questo molti tentativi possono fallire, se non vi è alla base una decisione che si fonda su un reale convincimento “di merito” più che “di metodo”. Non è, cioè, un tentativo come un altro a cui ricorrere, ma una scelta di campo.

Un secondo passaggio della lettera che merita approfondimento è quello in cui si riconosce che “è una brutta abitudine” quella del fumo. Da un lato tale esternazione dimostra una presa di coscienza critica e auto-riflessiva del proprio problema, ed è dunque un passo importante da cui partire per vincerlo; definirlo come “abitudine” però rischia di sminuire o quantomeno traviare l’essenza reale della condotta, che è abitudinaria solo nell’apparenza poiché la compulsione e l’automatismo trasformano un comportamento in un “riflesso”, ma che affonda le radici in un più intimo disagio e in un più complesso bisogno esistenziale.

Infine, l’idea che sia possibile smettere di fumare “ad intermittenza”, ad intervalli periodici, e poi “ricadere” nella debolezza, testimonia ancora che per “dare una svolta” come vorrebbe l’autore della lettera occorre fare molto di più, serve cioè un lavoro che vada molto più in profondità e miri a ristrutturare buona parte della psicologia del fumatore.

E’ recente la polemica sulle sigarette elettroniche da poco introdotte: le critiche vertono principalmente sulla sicurezza del dispositivo e sui dubbi riguardo alla salubrità del mantenimento della gestualità, che continua a evocare la classica sigaretta. Proprio su questo punto, simbolico e psicologico, si dividono gli esperti: se da un lato il mantenimento del gesto può creare una fonte di sicurezza e agevolare il passaggio all’utilizzo della sigaretta elettronica, dall’altro potrebbe invece farci continuare a restare legati indissolubilmente al meccanismo di dipendenza. Anche il tabacco da “rollare”, che appunto ha addirittura richiesto di coniare un neologismo dal verbo inglese to roll, ha in parte fallito il suo tentativo di limitare il fumo grazie al fatto che il soggetto fa più fatica a doversi continuamente fabbricare la sigaretta. Quanti di noi hanno sperimentato innumerevoli occasioni in cui un amico fumatore trascorre compulsivamente la metà del suo tempo a “rollare”?! Oltretutto, anche questa soluzione non risolve il meccanismo alla base della dipendenza: si resta imprigionati nella compulsione a “rollare”.

Come si vince la guerra col fumo? Caro Tommaso, quando si vuole smettere di fumare è la forza di volontà a giocare il ruolo principe nella rottura della dipendenza, ed è forse per questo che non a caso chi riesce a cessarla del tutto è spesso chi “ci dà un taglio” radicalmente senza mezze misure. Ovviamente, in più occasioni si ripresenterà la tentazione a tornare indietro; l’evitamento di  potenziali elementi tentatori (frequentazioni di ambienti per fumatori, esposizione a sigarette,piccole concessioni di “accendere” una o due volte al giorno) potrebbero giovare soprattutto nel primo periodo. A questo proposito, come per l’alcool i controlli di polizia, così anche per il fumo gli accorgimenti presi a livello istituzionale come la legge- Sirchia sul fumo – che lo proibisce in tutti gli ambienti chiusi – ha sempre rappresentato un metodo discusso ma indubbiamente utile alla causa.

In ogni caso, sarà banale, ma il vero cambiamento proviene da noi stessi, da dentro e non da fuori, dalla convinzione e non dalla contingenza. Altrimenti, si è soggetti a quell’intermittenza di “smetto e riprendo” che non fa che protrarre la nostra dipendenza e procrastinare la svolta.

Nicola Salvadori, Psicologo clinico all’ Ospedale Santa Maria della Misericordia- Clinica Neurologica- Perugia

 

 

 

 

 

 

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