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Diagnosi errata: chiedere il risarcimento in caso di errore del medico

Diagnosi errata: chiedere il risarcimento in caso di errore medico

“Abito in provincia di Brescia, ho 32 anni e lo scorso maggio sono stato in vacanza in India con mia moglie. Al rientro, dopo circa un mese, ho cominciato ad avere mal di gola che ho curato con i rimedi consigliati dal farmacista, poi, siccome non passava e nel frattempo era comparsa anche qualche linea di febbre, mi sono rivolto al medico di famiglia. Mi ha detto che probabilmente era la conseguenza di uno sbalzo di temperatura, i primi caldi, l’aria condizionata in auto…  Mi ha consigliato di associare anche del paracetamolo per contrastare la febbre.
Nessun risultato. Dopo una settimana, la febbre invece di scendere è salita a 38° e mi si sono gonfiati  i linfonodi. Decido di tornare dal medico che mi prescrive degli antibiotici per 8 giorni. Comincio a stare davvero male, vomito, la febbre aumenta, sono debole. Chiamo il  medico e lo informo del viaggio nel dubbio di aver contratto qualche strana malattia in India, dove abbiamo seguito le indicazioni igieniche consigliate (non mangiare frutta e verdura cruda, bere solo acqua minerale, evitare il cibo di strada ecc) ma non si sa mai. Il medico però mi dice di stare tranquillo: se fosse una malattia tropicale, sicuramente l’avrebbe contratta anche mia moglie che invece sta benissimo.
Trascorsi 8 giorni la febbre aumenta così tanto che non riesco più ad alzarmi da letto, comincio a perdere peso anche a causa della dissenteria. Il medico mi visita e mi prescrive un altro antibiotico, quello di prima evidentemente non era specifico per i batteri che mi hanno attaccato. Fortunatamente qualche giorno fa è venuta mia madre a farmi visita: sto delirando per la febbre, si spaventa e di sua iniziativa chiama l’Ospedale Civile di Brescia dove c’è un reparto di cura per le malattie tropicali. Spiega l’accaduto, fa presente il viaggio in India. Le dicono di portarmi immediatamente al pronto soccorso e, in meno di mezz’ora, abbiamo  la diagnosi. Ho contratto l’ameba, un parassita endemico nei paesi del terzo mondo, che ha già colonizzato in mio fegato con tre grosse sacche di parassiti. Ora sono ricoverato e comincio a stare un po’ meglio anche se dovrò restare in ospedale per almeno tre settimane. Poi continuerò a curarmi a casa e, per un paio di anni, dovrò monitorare la malattia.
Il medico di famiglia mi ha telefonato per scusarsi, ma io in questo momento sono troppo arrabbiato. Perché non mi ha prescritto un esame? Perché non ha pensato di farmi vedere da uno specialista? Mi ha imbottito di farmaci inutili, nel frattempo il parassita mi ha devastato il fegato. Altro che scusarlo! Quasi quasi lo denuncio!”

Renato Viberti

Questa è una delle tante lettere che giungono quotidianamente in redazione, relative a casi di diagnosi errate da parte dei medici, diagnosi all’origine di danni più o meno seri, sino ad arrivare, nelle situazioni più gravi, alla perdita della vita.

Le tipologie di errori medici che possono arrecare danno alla vittima (e ai suoi familiari) sono davvero molteplici, dovute talvolta a scarsa preparazione (imperizia), talaltra a disattenzione (negligenza) e anche a mancanza delle cautele necessarie (imprudenza). Allo stesso modo, può parlarsi di diagnosi errata anche nei casi in cui l’errore medico riguardi la scelta degli strumenti diagnostici (è anche questo il caso del sig. Viberti: il suo medico ha più volte prescritto terapie assolutamente inadeguate), come pure nei casi in cui l’errore sia stato determinato dalla mancanza di specializzazione del medico che ha effettuato quella diagnosi.

Diagnosi errata: come chiedere il risarcimento?

Per richiedere il risarcimento dei danni subiti a causa di una diagnosi errata, bisogna innanzitutto rivolgersi a professionisti specializzati in questo settore, in grado di intervenire in maniera appropriata a seconda delle situazioni: si tenga presente che ogni caso presenta particolarità sue proprie e necessita di essere analizzato nella sua specificità, verificando con il massimo scrupolo se ci siano o meno gli estremi per un’azione risarcitoria: ciò per evitare processi lunghi e sfibranti, quanto inutili perché basati su premesse errate.

Le maggiori difficoltà che caratterizzano una causa di risarcimento per diagnosi errata riguardano l’accertamento del danno subito dalla persona proprio a causa di quell’errore. Non è sempre facile, infatti, accertare se il pregiudizio lamentato si sarebbe verificato ugualmente anche in ipotesi di diagnosi corretta o tempestiva.

Un altro profilo complesso e, che richiede una preparazione approfondita nell’avvocato difensore della vittima, è quello della quantificazione del danno subito, dovendo essere presi in considerazione tutti i risvolti negativi della vicenda: non soltanto cioè la lesione biologica, ma anche la sofferenza interiore e i cambiamenti indotti nel vivere quotidiano, rispetto cioè alle attività abituali che sono state abbandonate o che si sono imposte a causa dell’errore medico.

Va detto, comunque, che per effetto di una recente riforma, ad oggi la domanda di risarcimento non può essere presentata al giudice prima di avere svolto un tentativo di conciliazione in sede stragiudiziale, cioè fuori dalle aule del tribunale. Spetta all’avvocato dare ragguagli precisi sul punto, indirizzando l’assistito in tale fase. La c.d. mediaconciliazione deve essere tenuta dinnanzi ad un ente di conciliazione che abbia ottenuto il riconoscimento presso il Ministero della Giustizia e prevede necessariamente l’assistenza da parte di un avvocato.

Diagnosi errata: come muoversi in caso di dubbio?

Da un punto di vista pratico, quindi, il paziente che sospetta che il peggioramento delle proprie condizioni di salute a seguito di una terapia sia dovuto ad un errore medico deve prima di tutto sottoporre la questione ad un medico legale con competenze specialistiche, facendosi assistere per queste operazioni da un avvocato.

Primo passo è raccogliere tutta la documentazione medica in suo possesso relativa alla terapia e chiedere alla struttura ospedaliera una copia della cartella clinica.

Una volta raccolto il materiale deve sottoporre il tutto al medico legale che avrà il compito di redigere una perizia scritta che confermerà o smentirà i dubbi del paziente: se la perizia conclude per la presenza di un errore, il danneggiato dovrà inviare una richiesta di risarcimento ai soggetti responsabili, ricevuta la quale l’ente ospedaliero o il professionista apriranno il sinistro presso la compagnia assicuratrice che li copre per la responsabilità civile verso i terzi.

A questo punto, per il danneggiato (tramite il proprio legale) si apre la pratica di liquidazione che normalmente prevede una visita medico legale di riscontro presso un professionista incaricato dalla compagnia. Se essa conferma la presenza di un errore medico le parti potranno tentare chiudere la vertenza attraverso un accordo sull’entità del risarcimento (il tentativo di conciliazione di cui parlavamo). Al contrario, se la visita di riscontro escluderà la presenza di un errore, molto probabilmente la compagnia assicuratrice non si renderà disponibile per una offerta risarcitoria. In questo caso (così come nel caso in cui non si raggiunga un accordo sull’entità del risarcimento), si apre la possibilità per il danneggiato di rivolgersi al giudice civile per tutelare le sue ragioni, istaurando un vero e proprio processo.

Diagnosi errata: cosa dimostrare per ottenere il risarcimento?

Si ricorda che il rapporto che si instaura tra il paziente, il medico e la struttura sanitaria è considerato come un contratto, anche se non è stato firmato alcun accordo scritto. Per questo motivo, il paziente che lamenta un danno dovrà provare di essersi rivolto a quel professionista e a quella specifica struttura, dimostrare di avere subito un danno (e, quindi, un peggioramento delle proprie condizioni) a seguito di un trattamento terapeutico e specificare in cosa consiste tecnicamente l’errore del medico dimostrando che il danno dipende dall’errore. Non è, però, tenuto a dimostrare che effettivamente l’errore che lamenta è stato effettivamente compiuto: toccherà, infatti, al professionista provare di avere agito correttamente perché in caso contrario subirà una condanna al risarcimento del danno.

Diagnosi errata: il medico è responsabile anche penalmente?

Il comportamento del medico che colposamente (ossia con negligenza, imperizia o imprudenza: nel nostro casi di negligenza di può ben parlare dal momento che il medico, a fronte del fallimento delle prime terapie, avrebbe potuto prescrivere al sig. Viberti esami più approfonditi e, comunque, porsi delle domande circa il peggioramento delle condizioni di salute del paziente) procura al paziente un peggioramento delle sue condizioni di salute, oltre a dare vita ai presupposti per un risarcimento del danno, può integrare anche il reato di lesioni personali colpose (art. 590 c.p.) oppure (in caso di decesso del paziente a causa dell’errore) il reato di omicidio colposo (art. 589 c.p.).

La questione è stata oggetto di una importante riforma attuata nel 2012 con la c.d. Legge Balduzzi la quale ha stabilito che il medico che si attiene alle linee guida (previste per il trattamento di una determinata patologia) e si è uniformato alle c.d. buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per le lesioni causate al paziente (o per il suo decesso) se queste derivano da una colpa lieve. La riforma ha generato alcune questioni interpretative che solo recentemente sono state affrontate dai Giudici. In particolare, si è precisato che le linee guida, per poter avere l’effetto di evitare al medico la sanzione penale, non devono essere ispirate a logiche di economicità nella gestione della struttura, ma devono indicare standard per la diagnosi e le successive terapie secondo il criterio della migliore scienza medica a garanzia della salute del paziente.

In ogni caso, resterà fermo il dovere di risarcire il danno. La norma, infatti, riguarda unicamente la responsabilità penale.

Diagnosi errata: quanto tempo ho per chiedere il risarcimento?

La domanda di risarcimento per errore medico deve essere formulata nel termine di dieci anni dall’evento dannoso. Qualora, però, i problemi di salute ricollegabili all’errata diagnosi si siano manifestati a distanza di tempo rispetto ad essa, i dieci anni ai fini della prescrizione potranno essere calcolati dal momento in cui il danneggiato ha avuto la reale percezione dell’esistenza del danno e, quindi, dal momento in cui i primi sintomi si sono verificati.

Diagnosi errata: sono risarcibili anche i familiari?

Anche i familiari e parenti della persona vittima di una diagnosi errata possono domandare il risarcimento dei danni, specie se conviventi o se in stretti rapporti di frequentazione: l’errore diagnostico commesso dal medico, infatti, produce conseguenze negative anche a carico delle persone legate affettivamente alla vittima. Pensate, per esempio, al coniuge di chi riceva una diagnosi tumorale erronea: durante tutto il tempo che precede la scoperta dell’errore, il coniuge si troverà a dover sostenere moralmente l’altro, cercando di confortarlo e di nascondere la propria preoccupazione; e per farlo si troverà probabilmente a dover liberare energie emotive e fisiche modificando i propri impegni quotidiani e lavorativi; senza poi considerare la sofferenza interiore per la modificazione della prospettiva di vita di coppia e individuale.

Ma, pensate anche ai genitori di un bambino nato malformato a causa del fatto che l’ecografista non si era avveduto dell’esistenza della malformazione congenita nel feto e, di conseguenza, non aveva informato la gestante.

Un tempo, il danno subito dai congiunti veniva considerato un danno riflesso, cioè secondario; oggi invece, e già da tempo, anche i familiari vengono considerati vittime dirette dell’errore e frequentemente viene attribuito loro il risarcimento.

 

 

About Maura Corrado

Maura Corrado
Nata e cresciuta in un paesino in provincia di Lecce, nel meraviglioso Salento, dopo gli studi classici si laurea in giurisprudenza, ma la passione per la scrittura non mi ha mai abbandonata. Ha scritto per periodici e quotidiani locali, coltivando il sogno di una carriera in ambito giornalistico. Il 2011 è l’anno della svolta: si classifica al primo posto nel concorso di scrittura Lo scrivo io, organizzato da La Gazzetta del Mezzogiorno e nel luglio di quello stesso anno consegue il tesserino da giornalista pubblicista. Lo stage presso la casa editrice giuridica “Giuffrè Editore”, le permette di unire gli studi giuridici con l’amore per la scrittura e di apprendere nuove competenze nell’abito dell’editing. A luglio 2014, l’incontro con Il Font e la nascita di una collaborazione feconda.

3 comments

  1. Riccardo Madeddu

    Mia figlia incorre in un infortunio durante una fase di gioco a Basket, occorre portarla al PS che dopo una radiografia diagnostica grave distorsione al ginocchio e prescrive risonanza magnetica. Fatta la risonanza Magnetica, portiamo mia figlia e il referto della risonanza da un ortopedico specializzato in traumi al ginocchio. Dalla visione della risonanza e dalla verifica meccanica sul ginocchio di mia figlia diagnostica: rottura del crociato anteriore e del collaterale laterale( cioè, l’esterno) che dovranno essere entrambi operati. Siamo colpiti e abbattuti per la notizia e per il fatto che l’ortopedico preveda di operare nostra figlia tra 6 mesi poichè in accrescimento e ritiene che a settembre questo accrescimento atteso di 4/5 cm sarà avvenuto. Affermazione che ci fa venire dei dubbi. Quindi, contattiamo altro ortopedico e facciamo una seconda risonanza. Esito della visita e della risonanza: mia figlia ha si la lesione del crociato anteriore, ma il collaterale laterale è INTEGRO, mentre, invece, ha subito un trauma il collaterale MEDIALE, ma non necessita di intervento chirurgico. Che dire? Senza parole.. Solo un’ultima precisazione: ovviamente, anche il tutore prescritto nonchè le cure, essendo riferite al collaterale laterale erano fuori luogo..

  2. Buonasera, anche io purtroppo sono stata vittima di una diagnosi sbagliata…avevo una massa maligna e il medico che mi ha fatto l’ecografia l’ha scambiata per una ciste benigna. Gli ho fatto causa e ho ottenuto il risarcimento del danno, grazie a un’associazione che mi ha assistita gratuitamente e con la massima professionalità…non potrò recuperare il tempo perso ma almeno chi ha sbagliato pagherà per i suoi errori!

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