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Discopatia e ernia. Dipende tutto dall'usura dei dischi

Discopatia e ernia. Dipende tutto dall’usura dei dischi

Dopo i 40-45 anni oltre il 50 per cento degli italiani soffre di mal di schiena ricorrente. E le conseguenze sociali di questo disturbo sono maggiori di quanto si pensi: il mal di schiena peggiora la qualità di vita, può costringere ad assentarsi dal lavoro e comporta una voce di spesa consistente per farmaci e controlli specialistici. Il mal di schiena può avere diverse cause naturalmente, ma nell’80 per cento circa dei casi è provocato da una discopatia, cioè un’alterazione dei dischi che si trovano tra una vertebra e l’altra della spina dorsale. E questa alterazione dei dischi può essere più o meno associata a un’ernia.

I dati relativi agli interventi chirurgici confermano quanto questi disturbi siano diffusi: circa il 70 per cento delle operazioni di neurochirurgia in Italia interessano proprio la spina dorsale.

La colonna vertebrale è fatta così

La colonna vertebrale è composta da 24 ossa, le vertebre appunto. E svolge delle funzioni indispensabili: non solo è la “colonna” che sorregge il corpo e consente il movimento, ma protegge il midollo spinale e l’inserzione di muscoli, legamenti e nervi.

La colonna è suddivisa in 3 parti:

  1. il tratto cervicale (7 vertebre)
  2. il tratto toracico (12 vertebre);
  3. il tratto lombare (5 vertebre).

La parte della colonna più interessata dai problemi di lombalgia, discopatia e dolore è, di solito, il tratto lombare.

Usura dei dischi all’origine della discopatia

La discopatia è un’alterazione del disco intervertebrale, quella specie di “cuscinetto idraulico” posizionato tra una vertebra e l’altra della spina dorsale che ha il compito di agevolare la flessibilità della colonna e ammortizzare gli urti, evitando la frizione delle vertebre.

Il disco è formato da tessuto fibroso-cartilagineo: la parte centrale è chiamata nucleo polposo e ha una forma sferica. Al suo interno contiene una sostanza gelatinosa composta da un’alta percentuale di acqua (che si riduce, con l’avanzare dell’età).

Il nucleo polposo del disco è avvolto da un anello fibroso, con funzioni di “contenimento”: impedisce che il peso che grava sulla colonna provochi la fuoriuscita del nucleo. Quando ci si muove e la colonna viene sollecitata, il nucleo polposo lavora come un ammortizzatore tra una vertebra e l’altra, distribuendo il carico di peso all’anello fibroso.

Discopatia come e perché si verifica

Per quale ragione dunque si manifesta una discopatia?

I dischi intervertebrali, a partire da 25 anni circa, cominciano a consumarsi per un naturale processo di invecchiamento. Non è una malattia, ma un processo normale. In alcune persone però questo processo diventa “patologico”, perché avviene in modo più rapido del normale, talvolta coinvolge più dischi allo stesso tempo e si associa ad altri disturbi come l’artrosi delle vertebre o l’ernia del disco.

Il disco intervertebrale si usura perché il nucleo polposo si disidrata: la percentuale di acqua contenuta scende, il nucleo perde spessore e il disco tende ad assottigliarsi. La sua funzione di “cuscinetto idraulico” tra una vertebra e l’altra si riduce, un po’ come accade a un ammortizzatore sgonfio.

In questa condizione le superfici ossee delle vertebre possono venire a contatto: si può verificare una frizione, con una sofferenza delle vertebre stesse e dei nervi vicini.

La discopatia non provoca sempre e comunque il mal di schiena: almeno, non subito. L’usura di uno o più dischi fa si che la parte di colonna vertebrale interessata diventi più rigida e che la persona faccia più fatica a piegarsi o a compiere certi movimenti. Ma il problema può rimanere asintomatico anche per anni, fino a quando per un eccesso di sforzo, un movimento brusco o sbagliato o semplicemente per l’avanzare dell’età, i nervi spinali di quel tratto di colonna si irritano e compare il dolore.

Invecchiamento e non soltanto

Sollecitazioni ripetute e pesanti sulla colonna accelerano senz’altro il processo naturale di invecchiamento dei dischi. Possono favorire la discopatia anche:

  1. posizioni statiche mantenute a lungo;
  2. movimenti sbagliati;
  3. una posizione errata della schiena,
  4. alcune posizioni che provocano continue sollecitazioni alla colonna (per esempio, la guida);
  5. in generale la sedentarietà, la mancanza di attività sportiva e movimento perché riduce l’elasticità fisica e la tonicità del corpo.

Discopatia e non solo. Ecco l’ernia

Una delle complicanze della discopatia è l’ernia del disco. Questo avviene quando l’anello fibroso cede e consente la fuoriuscita di una parte della sostanza contenuta nel disco intervertebrale.

Questa fuoriuscita di materiale può causare pressioni e irritazione delle radici nervose di quel tratto di colonna.

Sintomo tipico di una discopatia che degenera in ernia del disco è un mal di schiena, anche ricorrente, a cui si associa – dopo un certo periodo di tempo – dolore irradiato alla coscia, alla gamba e al piede.

A volte si ha male quando si muove la testa o le braccia e persino (nel caso di un’ernia lombare) quando si starnutisce o si tossisce.

L’ernia del disco si distingue in base a vari gradi di serietà. Si parla di:

  • protrusione discale, quando l’anello fibroso del disco si “sfianca” ma non si lacera;
  • prolasso discale, quando l’anello fibroso del disco si lacera ma il legamento posteriore riesce comunque a contenere il nucleo polposo del disco;
  • estrusione discale, quando il nucleo polposo fuoriesce perforando anche il legamento posteriore;
  • espulsione discale, quando l’ernia – il frammento di materiale espulso – si distacca completamente dal nucleo polposo.

L’ernia dei disco può verificarsi a qualsiasi livello della colonna vertebrale, ma i dischi più colpiti (circa il 90 per cento dei casi) sono quelli del tratto lombare – L5-S1 e L4-L5 – che sostengono gran parte del peso del corpo.

Discopatia non sempre si associa con l’ernia

Non sempre, però, l’ernia del disco è causata da una discopatia precedente. La causa scatenante può essere un trauma acuto o un singolo movimento sbagliato che produce l’espulsione improvvisa di una parte di un disco che non era in precedenza già usurato, a volte, persino un violento colpo di tosse.

Ci possono anche essere una discopatia e un’ernia, ma non legate tra loro. Un esempio specifico, per capire meglio: una persona con mal di schiena – ma senza altri sintomi – può sottoporsi a controllo specialistico e scoprire di avere una discopatia tra le vertebre L5 E S1. A distanza di tempo quella stessa persona avverte anche dolore alla gamba, la cosiddetta “sciatica” e, facendo la risonanza magnetica, può scoprire di avere un’ernia del disco: non nel disco già usurato, ma in quello appena sopra cioè tra le vertebre L4 E L5.

Come si cura la discopatia

Nella maggior parte dei casi il mal di schiena causato da discopatia si risolve stando a riposo e seguendo una cura a base di antidolorifici e antinfiammatori. Talvolta, se l’infiammazione è molto intensa, possono essere necessari farmaci cortisonici per via orale o con iniezioni direttamente nella zona della colonna interessata.

Oltre a riposo e farmaci, può essere di aiuto indossare un busto contenitivo per sorreggere la colonna vertebrale nelle fasi di dolore più acuto.

L’intervento chirurgico per la discopatia è una soluzione consigliata solo in casi molto seri, perché si tratta di un’operazione invasiva.

La diagnosi dallo specialista

Un mal di schiena ricorrente, in ogni caso, non deve essere trascurato. Bisogna approfondirne le cause.

Solo una visita specialistica e una serie di esami consentono una diagnosi accurata. Lo specialista ortopedico o neurochirurgo deve:

  1. valutare l’insieme dei sintomi e i segni di sofferenza neurologica (per esempio, un deficit di forza o la mancanza di riflessi nella gamba);
  2. esaminare i risultati degli esami strumentali.

In base a tutti questi parametri, nasce la sua indicazione alla cura o all’eventuale intervento.

Gli esami

Gli esami da prescrivere dipendono, in parte, dall’età della persona e dai sintomi.

  1. La radiografia della colonna vertebrale è utile soprattutto se si sospetta una causa traumatica del dolore. Nel caso di una persona anziana, per esempio, il mal di schiena può essere legato a una caduta e la radiografia è consigliata, perché consente di individuare un’eventuale frattura oltre a deviazioni della colonna, spondiloartrosi o discopatia.La radiografia però – oltre a emettere radiazioni – non consente di vedere l’ernia del disco.
  2. La risonanza magnetica è l’esame diagnostico più appropriato sia per la discopatia sia per l’ernia discale. Senza emissione di radiazioni, consente una visione completa del rachide e fornisce immagini accurate dei dischi intervertebrali e di eventuali alterazioni della colonna.
  3. La TAC è consigliata, in alternativa, quando la persona non può sostenere la risonanza magnetica (per esempio, ha una protesi metallica in corpo o soffre di claustrofobia e quindi non riesce a tollerare di rimanere chiusa nello spazio stretto del “tunnel” del macchinario che effettua la risonanza).

L’intervento per l’ernia

E’ lo specialista ortopedico o neurochirurgo a valutare, al termine della visita e degli esami, la necessità di un intervento chirurgico. La decisione di operare o meno un’ernia del disco dipende da 3 indicatori importanti:

  1. il dolore deve essere caratteristico dell’ernia discale, cioè irradiarsi anche alla gamba e non concentrarsi solo nella schiena;
  2. il dolore deve persistere da oltre 2 settimane, nonostante una cura a base di antinfiammatori (anche cortisonici)
  3. la risonanza magnetica deve dimostrare che l’ernia del disco e il dolore sono collegati (non è sempre così, in certi casi il dolore anche forte non è causato dall’ernia presente).

Questi tre elementi, insieme, descrivono i casi di ernia del disco di media e seria entità.

In che cosa consiste

La tecnica chirurgica più diffusa per l’ernia del disco è la micro-discectomia.

Si tratta di un intervento di microchirurgia che prevede l’asportazione dell’ernia (cioè del frammento di disco espulso) e che si effettua con il microscopio operatorio e strumenti chirurgici dedicati, attraverso una piccola incisione di circa 2 centimetri e a una profondità di 6/7 centimetri.

L’intervento è poco invasivo. Si effettua in anestesia generale e dura circa 1 ora e 15/30 minuti.

La degenza è molto breve: di solito, ci si può muovere il giorno successivo all’intervento e si torna casa dopo 2 giorni.

La convalescenza però richiede pazienza e tempo. Per un recupero completo servono almeno 3 settimane, in cui è richiesto il massimo riposo.

I rischi dell’intervento

L’operazione comporta, come sempre, i rischi connessi a ogni intervento chirurgico. Ci sono inoltre due complicanze specifiche:

  1. Rischio di recidiva, cioè la ricomparsa di un’ernia dallo stesso lato e nello stesso livello di prima. Può accadere anche se il primo intervento ha avuto completo successo. E verificarsi dopo un periodo di tempo variabile da 3-4 settimane fino a 10-15 anni. E’ fortunatamente un evento abbastanza raro, non più del 5-8 per cento circa dei casi.
  2. Rischio di infezione post-chirurgica, che interessa il disco intervertebrale che è stato operato. Provoca un mal di schiena molto intenso e richiede cure specifiche. Si verifica molto raramente, in meno dell’1 per cento dei casi.

L’intervento per la discopatia

Solo nei casi seri e invalidanti la chirurgia può essere una possibile soluzione per la discopatia (senza ernia del disco). I motivi sono due: si tratta di un intervento abbastanza o molto invasivo (a seconda della tecnica) e non garantisce al 100 per cento il successo.

Esistono 2 tipi diversi di procedure.

1) Una tecnica chirurgica consiste nell’applicare un disco artificiale – o protesi di disco – al posto di quello usurato. E’ un’operazione “a cielo aperto”: il neurochirurgo deve raggiungere la colonna vertebrale passando dall’addome.

  • Si tratta di una tecnica invasiva, che si effettua in pochi centri specializzati in chirurgia spinale. E ha alcuni limiti seri:
  • per l’uomo ci può essere il rischio di impotenza, perché nel raggiungere la colonna attraverso l’addome il neurochirurgo deve passare molto vicino al plesso nervoso che controlla gli sfinteri.
  • Nel caso la protesi di disco dia qualsiasi tipo di problema, intervenire di nuovo e riaprire nello stesso punto è una procedura ad alto rischio.
  • Dato che si tratta di una tecnica chirurgica abbastanza recente, infine, non si conoscono i risultati della protesi di disco nel lungo periodo.

2) Un’altra procedura chirurgica consiste nell’inserire – al posto del disco usurato – delle “gabbiette” in materiale biocompatibile, che a contatto con l’osso andranno a incorporarsi con le due vertebre. Per favorire questa fusione e dare stabilità alle vertebre vengono usate delle viti e delle piccole barre sempre in materiale biocompatibile.

  • Il neurochirurgo opera direttamente sulla schiena, ma l’intervento richiede l’anestesia generale.
  • E’ consigliato solo nei casi di discopatia molto invalidante associata anche a scivolamento delle vertebre.

3) Esiste poi una terza procedura – meno consolidata nella pratica chirurgica rispetto alle prime due – che prevede l’inserimento di uno “spaziatore interspinoso”, cioè un dispositivo di materiale sintetico biocompatibile che viene introdotto tra le apofisi spinose (cioè le sporgenze ossee) delle due vertebre. Questo spaziatore sopperisce in parte alla funzione che il disco usurato non può più svolgere: limita in parte l’estensione delle due vertebre e le tiene separate, evitando la frizione.

  • E’ un intervento che viene effettuato in anestesia locale e dura circa 30-40 minuti. E può essere consigliato nei casi di discopatia molto seria.

 

 

 

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