Benessere

In Italia 1 lavoratore su 3 chiede supporto psicologico sul posto di lavoro

21/11/2023
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Sono sempre di più i lavoratori che sperimentano situazioni di malessere e disagio sul posto di lavoro.

L’Osservatorio Jointly Balance (azienda che si occupa di Wellbeing) ha analizzato, dal 2020 a oggi, un campione statisticamente rappresentativo di 500 persone che hanno usufruito del servizio di counseling aziendale, portando alla luce come un supporto psicologico all’interno dell’azienda svolga una funzione di ascolto delle persone, e di comprensione delle loro problematiche, fondamentale per supportare il benessere e l’engagement dei dipendenti e dell’azienda stessa.

Supporto psicologico sul posto di lavoro

“Il beneficio di adottare all’interno della propria azienda una serie di strumenti di ascolto è quello di evitare l’insorgere o il peggioramento di situazioni di malessere individuale, affrontando tempestivamente i segnali e intervenendo a sostegno. È ormai consolidato che l’investimento in strumenti e pratiche di benessere organizzativo, anche a supporto dei dipendenti, favoriscono l’engagement dei lavoratori. Il servizio che combina counseling e supporto psicologico alle persone è da considerare parte integrante di una strategia più ampia per ascoltare e comprendere i propri collaboratori e affrontare meglio le nuove sfide organizzative e di business”, spiega Anna Zattoni, Founder e Presidente Jointly.

Le aziende non possono più fingere che tutto sia come prima, oggi il lavoro deve essere organizzato al fine di far star bene i propri dipendenti, perché il malessere ha ripercussioni negative sul modo di lavorare, e sul fatturato dell’azienda stessa a seguire. Adottare strumenti di benessere organizzativo permetterebbe, invece, di creare un ambiente di lavoro positivo.

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I dati emersi dall’indagine

Da aprile 2020 a luglio 2023 centinaia di persone distribuite in tutto il territorio nazionale hanno fatto richiesta del servizio Jointly Balance e hanno usufruito di un primo colloquio di supporto e orientamento con un counselor-psicologo (il 51% delle persone che ne hanno avuto l’opportunità).

Il 77% delle persone che ha svolto il primo colloquio ha attivato il successivo percorso di counseling di tre colloqui. Altri hanno ulteriormente proseguito – o stanno proseguendo – in ulteriori percorsi di counseling o sono stati indirizzati in altre forme di supporto.

La maggioranza delle persone che hanno usufruito del servizio sono donne (il 64%), concentrate nella fascia tra 30 e 50 anni di età e in larga maggioranza con figli e con un partner.

In ampia misura si tratta di persone che svolgono funzioni impiegatizie, ma accedono in misura significativa anche manager e dirigenti; anzi, si sta registrando un progressivo aumento dell’accesso di questi ultimi.

Al momento della richiesta le motivazioni relative il lockdown rappresentavano il’7,8%, con punte più elevate a ridosso della pandemia. In seguito al colloquio di orientamento tale percentuale si è ridotta al 2%.

Quali sono i problemi segnalati dai lavoratori?

I problemi personali coprono inizialmente il 42,4% fino ad arrivare al 46,5% nel 2023, i problemi relazionali personali passano dall’11,3% al 16,2%. Diminuiscono i problemi di tipo professionale organizzativo (da 19,5% a 17,5%) e relazionali lavorativi (da 18,9% a 17,8%).

stress sul lavoroPer il 35% dei fruitori dei percorsi le tematiche sono state di tipo lavorativo, in misura prevalente inerenti al proprio ruolo, nel senso di difficoltà a svolgerlo per cambiamenti interni all’azienda o difficoltà nel definire tempi e spazi di lavoro ben separati da quelli domestici; cambiamenti che talora hanno inasprito problematiche e difficoltà pregresse nel proprio lavoro e all’interno del team.

A questo si aggiungono spesso questioni di riconoscimento e valorizzazione del proprio contributo in azienda.

Nel resto dei casi si è trattato di situazioni relative alla sfera personale, con tematiche e risvolti diversi (46,5%).

Dinamiche famigliari talvolta esacerbate dai cambiamenti di contesto e, in misura decisamente maggiore, il desiderio di chiedersi se davvero la vita che stiamo vivendo sia quella che avremmo voluto, spinti da incertezze e accadimenti destabilizzanti.

All’interno di questi, solo una minima parte (il 7% complessivo) dei percorsi attivati riguardano problematiche strettamente cliniche e di disagio, derivanti da disturbi o situazioni personali e familiari particolarmente complesse.

Addentrandosi nell’analisi colpisce un dato: per oltre un terzo delle persone (il 34%) le tematiche, personali o lavorative, presentavano marcati tratti di problematicità relazionale (rapporti con capi/collaboratori, con i familiari, con i colleghi, ecc).

La lontananza fisica dai propri colleghi e dall’azienda ha reso difficoltoso il lavoro e fatto emergere problematiche come il senso di abbandono, di insicurezza del proprio ruolo professionale ma anche – a livello più personale – il senso d’isolamento e solitudine, con il ripensamento delle relazioni in diversi ambiti.

Nuove soluzioni ed equilibri per il lavoro

mobbing sul lavoro“Le modalità e le forme del lavoro cui siamo abituati da generazioni sono state fortemente sollecitate – ha dichiarato Francesca Rizzi, amministratore delegato di Jointly – Oggigiorno la funzione sociale del luogo di lavoro come costruzione di legami e ambito di socializzazione è messa in discussione, ruoli e compiti spesso cambiano con velocità inconsuete, il lavoro in remoto rende vane le normali forme di indirizzo e controllo. Lavoratori e manager nelle aziende stanno cercando nuove soluzioni ed equilibri: a volte sono movimenti e sperimentazioni rapidi, come anche testimoniato dal fatto che molte aziende dopo un ricorso massiccio allo smart-working durante il periodo pandemico e nel post-pandemia stanno rivedendo le proprie posizioni”.

“Allo stesso tempo -continua Rizzi- , le generazioni più giovani testimoniano stili di vita diversi, orientati a trovare equilibri e ‘bilanciamenti’ diversi tra lavoro e vita. Non dimentichiamo, peraltro, che abbiamo visto aumentare le situazioni di sofferenza, incertezza, insicurezza, ansia e stress delle persone. Dalla ricerca Jointly Voice, che Jointly ha condotto in collaborazione con l’Università Cattolica di Milano analizzando nel tempo un campione rappresentativo di 30 mila lavoratori, è emerso come ben l’80% dei lavoratori vorrebbe ricevere dalla propria azienda un aiuto e un sostegno per la propria sfera privata. E quando l’azienda sa rispondere in maniera puntuale e personalizzata, l’engagement aumenta fino al 30%”.

Durante il lockdown molte aziende hanno messo in campo un insieme di azioni che potremmo definire di ‘empatia organizzativa‘, dimostrando cioè vicinanza e attenzione per le dimensioni psicologiche, mentali e relazionali, e della salute dei propri collaboratori, minacciati dal senso di precarietà e insicurezza della pandemia.

Questo senso di vulnerabilità avrà impatti di lunga durata anche nel mondo del lavoro e le aziende sanno di non poterlo sottovalutare.

Copertina: Foto di Andrea Piacquadio: https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-d-affari-maturo-triste-che-pensa-ai-problemi-nel-soggiorno-3772618/

Immagine di Jointly Balance

Foto di Yan Krukau: https://www.pexels.com/it-it/foto/persone-donna-scrivania-ufficio-7640484/