
Lifetrap: cosa sono e come si affrontano le “trappole per la vita”
La vitalità e il piacere di tante persone sono spesso intrappolate in quelle che Jeffrey Jung – fondatore del Cognitive Therapy Center di New York e dell’omonimo centro a Farfield nel Connecticut – chiama lifetrap, letteralmente “trappole per la vita”.
Non è necessario soffrire di disagi psichici gravi e conclamati per avvertire sensazioni spiacevoli costanti che in qualche modo ci accompagnano nell’intera vita, riemergendo di continuo. Le lifetrap ci bloccano su vari piani, nei modi di pensare, di sentire, di agire, di entrare in relazione con noi stessi e con gli altri.
In sostanza sono modelli di vita che se, non osservati consapevolmente, diventano un destino, intrappolando – dunque limitando e condizionando fortemente – la vita stessa delle persone.
Trappola del bambino che diventa destino
La cosa più grave è che le lifetrap ingabbiano una ingente quantità di vitalità che, invece di essere circolante e libera, resta impegnata e ferma nel mantenimento di queste memorie che agiscono in noi come schemi congelati e ripetitivi.
Dovremmo qui scomodare tante fonti, ricerche, scienziati, autori e non ultimi molti pionieri che hanno studiato e osservato sul campo un fenomeno inconfutabile: queste memorie quando sono nella mente sono anche nel corpo. Non vi è distinzione. È questa la ragione per cui i percorsi di terapia che si basano solo sulla parola e non prevedano l’utilizzo di pratiche corporee rivelano spesso risultati limitati. Serve unire alla verbalizzazione anche l’uso del corpo attraverso specifici metodi e strumenti, fra cui il principale è senz’altro il respiro nelle sue tantissime funzioni.
Le memorie creano “limitazioni ripetitive e automatiche” che qui chiamiamo trappole, prendendo in prestito il termine coniato dal succitato fondatore del centro per le terapie cognitiviste. E le trappole, va notato, hanno sempre ricadute in termini di “disturbi delle relazioni affettive”.

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Iniziare a osservare questi tipi di sofferenza in noi stessi ci permette di poterli poi riconoscere e osservare anche negli altri. Solo così i nostri sguardi imparano ad andare oltre la sola apparenza e gradualmente ad osservare “oltre il velo”.
Vi porto due esempi a caso fra gli infiniti possibili, che traggo da altrettante due esperienze di osservazione che mi è capitato di fare nel tempo.
- Primo esempio: sono in aeroporto e vedo una persona che urlando prende a calci una valigia per farla entrare a tutti i costi nel misuratore dei bagagli (il bagaglio deve entrare nel misuratore per essere certi che sia in regola con le misure previste dalle regole di volo). Quella persona in piena reazione che si avventa sulla valigia non è forte e neppure ignorante: è in una reazione da carattere che deriva dalla trappola legata al rispetto delle regole e alla relazione con l’autorità.
- Secondo esempio: sono al ristorante e noto che nasce un alterco fra una persona e il titolare del ristorante. La prima – in modo plateale – difende una cameriera dal suo datore di lavoro, a suo dire poco gentile con la lavoratrice. Ebbene, quella persona non è un paladino del bene e della giustizia: è in una trappola legata al suo senso di disvalore che sta proiettando completamente su cameriera e titolare.
Imparare a osservare gli altri in modo nuovo
In entrambi i casi descritti sopra, quando siamo allenati a vedere oltre il velo, avviene che non possiamo provare alcuna forma di giudizio. Vediamo la “sofferenza in azione” e ciò che sorge è più simile alla compassione verso la condizione umana. Essa diventa evidentemente penosa quando non siamo consapevoli di ciò che mettiamo in atto e non sappiamo prenderci cura dei nostri stati interni e del nostro dolore.
Le persone nei due esempi litigano con le proprie trappole e continueranno a farlo sino a che celeranno a se stessi la qualità delle proprie reali emozioni, vivendole solo attraverso reazioni costanti e ripetitive.
Quando non abbiamo la capacità adulta di osservare un meccanismo infantile dentro di noi – poniamo una ferita di disvalore come nel secondo esempio – ecco che incolpiamo il mondo. Se il tema è il disvalore, ogni situazione di svalutazione che si paleserà ai nostri occhi diventerà un attivatore della nostra ferita profonda. La reazione visibile che viene messa in scena è rivelatrice del dolore emotivo represso ossia non riconosciuto consapevolmente e non accolto in se stessi come invece andrebbe fatto.
Cosa sono le lifetrap e gli schemi mentali?
Le lifetrap sono schemi adattivi profondi e precoci che hanno creato modelli (quelli che gli psicologi chiamano pattern) relativi a comportamenti e pensieri affettivi e relazionali.
John Bowlby – psicologo, medico e psicoanalista che ha elaborato la famosa teoria dell’attaccamento – li ha chiamati MOL-modelli operativi interni. Nessuno di noi ne è estraneo dato che derivano da esperienze di relazione e dato che noi umani in quanto mammiferi siamo strutturati e dipendiamo per la nostra sopravvivenza proprio dalle relazioni.
Le trappole nascono quando subiamo un danno nella prima fase di vita e in generale nell’infanzia ossia in un periodo durante il quale siamo esseri completamente dipendenti dagli adulti. Le conseguenze in età adulta sono più o meno le seguenti:
- anche se gli altri ti approvano e stimano non ti senti meritevole o sereno e puoi sentirti un impostore che rischia di essere scoperto;
- anteponi i bisogni degli altri alle tue esigenze, che spesso non conosci neppure proprio per questa tendenza a non stare vicino a te stesso;
- hai problemi con la salute e hai paura delle malattie;
- hai la sensazione che in te ci sia qualcosa di sbagliato;
- ti coinvolgi in relazioni con persone che ti offrono poco;
- hai la sensazione che neppure le persone a te più care ti capiscano e ti vogliano bene.
Anche da adulti
La cosa interessante è che siamo attratti verso situazioni che fanno scattare le nostre trappole. Questo avviene perché in noi la trappola crea una forte spinta verso ciò che conosciamo e ci è “familiare”. Che sia funzionale o disfunzionale al nostro impulso umano verso la coerenza non importa. Siamo attratti da ciò che ci è noto anche se danneggia il senso di sé, la salute, le relazioni.
Questi pattern sorgono in noi per adattamento al sistema famigliare e sociale e rappresentano modelli realistici di quando eravamo bambini. Il problema sorge poiché continuiamo anche da adulti ad agire sulla base di questi stessi impulsi e Modelli Operativi Interni.
Quali sono gli schemi mentali?
Ecco le undici lifetrap che Jeffrey E. Young aggrega ed elenca in base a categorie di appartenenza e che vi spiego in pochissime stringenti parole:
- RAPPORTI DI BASE: 1 Abbandono (le persone che amo mi lasceranno); 2 Sfiducia e Abuso (gli altri mi vogliono fare del male)
- RAPPORTI CON GLI ALTRI : 3 Deprivazione Emotiva (nessuno può amarmi); 4 Esclusione Sociale (mi sento diverso dal mondo)
- AUTONOMIA: 5 Dipendenza (sono incapace di fare da solo); 6 Vulnerabilità (sta per accadere qualcosa di terribile)
- AUTOSTIMA: 7 Inadeguatezza (in me c’è qualcosa che non va); 8 Fallimento (sono inadeguato e non posso affermarmi)
- ESPRESSIONE DI Sè: 9 Sottomissione (prima compiaccio gli altri poi vengo io); 10 Standard Severi (aspettative elevate verso se stessi)
- LIMITI REALISTICI: 11 Pretese (incapace di accettare i limiti reali della vita).
Perché finisco sempre nelle stesse esperienze deludenti e negative?
Il primo a intuire che gli esseri umani sono portati a rivivere la sofferenza provata nell’infanzia è stato Sigmund Freud che ne fece anche una delle basi della psicoanalisi.
Da questi modelli scaturiscono le nostre esperienze ripetitive e disfunzionali, come ingaggiarsi sempre in relazioni con persone che si mostrano affettivamente fredde con noi. In tal caso è probabile che sia in azione un MOL che ci fa credere inconsciamente che anche le persone a noi più care non ci amano e non ci capiscono e – poiché questa è l’esperienza della nostra ferita che ci portiamo dentro da anni – con questa abbiamo appunto un’alta “familiarità”.
In sostanza il ragionamento ci porta a pensare e desiderare di essere amati ma su un piano non consapevole siamo attratti da chi corrisponde al nostro MOL interno e ce lo conferma. Il termine familiarità non denota qui un fattore ereditario familiare ma una confidenza, una abitudine a stare in intimità con certe sensazioni, credenze, emozioni che ci sono appunto familiari.
Esempi di lifetrap
Stesso meccanismo avviene su una possibile lunga lista di esempi:
- anteporre i bisogni degli altri ai nostri, al punto da perdere di vista le nostre stesse esigenze e finire per non sapere neppure più quali siano;
- nonostante il riconoscimento e il successo, continuiamo a sentirci immeritevoli e forse anche non all’altezza e con la paura che la nostra incapacità emergerà prima o poi agli occhi di tutti;
- avvertiamo un senso indefinibile che ci fa sentire sbagliati e ci fa pensare che se gli altri ci conoscessero davvero non potrebbero di certo amarci e apprezzarci;
- viviamo nella paura che ci capiti qualcosa di brutto.
Queste sono solo alcune descrizioni che segnalano la presenza di MOL specifici, che giocano un ruolo continuo e determinante nella nostra vita.
Come rompere uno schema mentale?
Il cambiamento è sempre un cammino che richiede una scelta precisa e tanta energia. L’atteggiamento che si deve creare per rompere le lifetrap è quello di un confronto empatico con se stessi. Bisognerebbe cioè sviluppare la capacità di auto-osservazione (quello che chiamiamo osservatore cosciente) unitamente a sentimenti di accoglienza verso ciò che è fragile e non ci piace di noi stessi. Per farlo, serve avvicinarsi al bambino interiore con la fermezza affettiva di un buon genitore.
In questo processo è molto opportuno cercare un aiuto. Un educatore, un counselor, uno psicologo, uno psicoterapeuta, un educatore, un formatore – ognuno con le proprie specificità – sono i professionisti capaci di aiutarci a sviluppare la nostra capacità di osservazione cosciente e anche i sentimenti di empatia verso parti di noi stessi. Alcune metodiche psico-energetiche o psico-corporee saranno indispensabili per trasformare anche le memorie che sono presenti nel corpo. Un lavoro solo “parlato” potrà difficilmente essere davvero efficace e donarci la giusta autonomia.
Cambiare per riscattarci dalle lifetrap significa scoprire cosa ci rende sereni e cosa attiva la nostra vitalità senza basarci esclusivamente su quello che fa stare bene gli altri.
È un cammino di riscoperta delle proprie inclinazioni e le due guide cardine in questo sono le emozioni e le sensazioni corporee. Altra “abilità” da apprendere è la capacità di distoglierci dalle relazioni e dalle esperienze che ci mortificano per indirizzare le nostre vite verso ciò che ci vivifica ed entusiasma. Questo è il cammino da praticare.
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Irene Barbara Richini
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