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Per avere successo: è più importante il talento o impegnarsi duramente?

Per avere successo: è più importante il talento o impegnarsi duramente?

Il problema attrae da decenni l’interesse di psicologi, genetisti e biologi… Per avere successo, che cosa conta di più, tra talento e duro lavoro? Cosa, insomma, rende geniale un “genio”? Il DNA, il grado di cultura o la perseveranza con cui ci si applica?

Di recente, due ricercatori americani hanno dedicato un nuovo studio alla questione. E le loro conclusioni sembrano contraddire in parte l’opinione prevalente in materia: a parità di studio e impegno, dicono i due psicologi statunitensi, il talento fa la vera differenza. Come sono giunti a questa affermazione? E che conclusione devono trarne le persone comuni mandare i figli a lezione di musica e invitarli a lavorare sodo è inutile, a meno di non avere in casa un nuovo Mozart? Vediamo.

Una ricerca studia come fare per avere successo

Due professori di psicologia degli Stati Uniti – David H. Hambrick ed Elizabeth J. Meinz – hanno scritto un breve saggio dal titolo “Sorry Strivers: Talent Matters” (che si può tradurre con “Scusate ‘sgobboni’: il talento conta”).

In questo articolo i due ricercatori hanno descritto i risultati di uno studio condotto su un gruppo di musicisti molto dotati, per capire che cosa li rendeva migliori di altri e che cosa, tra lunghe ore di pratica e talento individuale, contava di più ai fini di una ottima performance musicale.

Nella prima fase dell’esperimento, essi hanno studiato l’attitudine alla pratica dei musicisti: quanto erano abituati a studiare ed esercitarsi duramente per migliorarsi.

Nella seconda fase è stata studiata la loro “working memory capacity” (la si può chiamare “memoria di lavoro”), cioè la capacità di ricordare e elaborare una serie di informazioni a breve termine, mentre si svolge un’altra azione.

Nella terza fase dello studio, infine, i due ricercatori hanno chiesto ai pianisti di leggere degli spartiti musicali senza alcuna preparazione. Questa prova ha mostrato che – sebbene una lunga pratica fosse indispensabile per un’ottima performance dei musicisti – la capacità intellettuale di elaborare velocemente nuove informazioni (di leggere lo spartito, in questo caso) aveva un peso molto rilevante.

In altre parole, prendendo due pianisti di talento con un uguale numero di ore di pratica, il musicista con la capacità di “memoria di lavoro” maggiore ha più probabilità di fare un’esecuzione migliore del collega, altrettanto preparato.

“Abbiamo scoperto”, scrivono i due autori che avere un’alta ‘working memory capacity’ (considerata una componente chiave del genio intellettuale) consente il massimo successo. Questi risultati non negano l’importanza del duro lavoro e nemmeno che un individuo con intelligenza media non possa ottenere un dottorato in fisica. E’ solo relativamente più improbabile”.

Un lungo dibattito

Ma perché il dilemma: geni si nasce o si diventa? talento o pratica? ci affascina tanto?

La questione, in realtà, rientra in un ambito di ricerca molto più ampio che riguarda l’intelligenza. Fin dai primi anni del ‘900 gli studiosi di diverse discipline (psicologia, biologia eccetera) hanno dedicato tempo e ricerche alla comprensione di questo elemento della natura umana. Che cos’è l’intelligenza? E’ innata o è determinata dall’ambiente? E’ possibile svilupparla? E così via.

All’interno di questo grande contesto si inseriscono le ricerche per capire cosa che fa la differenza – tra talento e pratica – ricerche molto importanti perché hanno un risvolto pratico: influiscono cioè sulla società e sul modello di educazione e sviluppo.

Lo studio americano, all’apparenza, sembra contraddire il principio che “lavorare sodo è il segreto per avere successo”. Questa è una convinzione molto diffusa e anche molto importante per le società moderne – quella degli Stati Uniti, in testa – basate sulla meritocrazia e sull’iniziativa individuale, società competitive che premiano chi “si fa da sé”.

Questo è anche il principio in base al quale molti genitori chiedono impegno e perseveranza ai propri figli, nella convinzione che la serietà e lo studio siano essenziali per ottenere qualsiasi risultato. Il lavoro e l’impegno, in questo modo, diventano un valore morale.

E’ un principio falso? Assolutamente no. Nessuna ricerca – e neanche quest’ultimo studio – ha mai contraddetto questo principio. E i due psicologi americani non negano che il duro lavoro e la disciplina siano essenziali, né che la perseveranza porti a certi risultati.

Qualsiasi ricerca dimostra, in sostanza, che il genio – senza duro lavoro – non porta da nessuna parte.

A parità di allenamento e studio però – questa è la conclusione dei due psicologi – il talento fa una certa differenza, che viene anche misurata: chi ha più talento avrebbe dalle 3 alle 5 volte più chance, nella vita, di ottenere un dottorato o di registrare un nuovo brevetto o di pubblicare un lavoro scientifico.

Talenti diversi per avere successo

La memoria di lavoro (working memory capacity”) viene presa a riferimento per definire chi è più dotato di un altro, nel caso dei pianisti coinvolti nello studio.

Un altro parametro che i ricercatori usano per definire il “genio” è il punteggio ottenuto al test SAT, usato nelle scuole degli Stati Uniti per definire il livello di cultura degli studenti. E’ un test che dura 4 ore, che serve alle migliori università americane per selezionare l’ingresso degli studenti.

Ecco due esempi diversi di come viene calcolato il talento. Questo dimostra che non esiste – neanche nella ricerca scientifica – una misurazione “pura” del genio. E che lo stesso talento, in assoluto, è legato anche al livello socio-culturale della persona. Per esempio: se due ragazzi hanno un quoziente di intelligenza uguale ma frequentano due livelli di scuole differenti, quello con il percorso scolastico più alto (le scuole migliori, gli insegnanti migliori) otterrà certamente un risultato migliore anche nel test SAT.

La definizione e lo sviluppo di un genio dipendono da molte variabili, che non sono tutte innate.

Per avere successo contano anche le abilità individuali

E’ innegabile, però, che gli individui siano diversi tra loro. E che ci siano persone più dotate, più talentuose di altre. Il “genio” esiste, anche se al giorno d’oggi non ci si trova più di fronte a un Leonardo da Vinci o a un Michelangelo, che eccellevano a 360 gradi.

Come una “memoria di lavoro” migliore consente, a un musicista, di avere una performance eccezionale, così esistono altre predisposizioni e abilità che possono far distinguere le persone in vari campi diversi.

In sostanza, è una capacità cognitiva a fare la differenza tra un pianista bravo e uno geniale: e questa capacità cognitiva è in parte biologica (è nel Dna) e in parte si sviluppa, in base alle condizioni di vita di quella persona.

Queste abilità individuali sono le più diverse: per esempio, può trattarsi di una capacità cognitiva (come la memoria di lavoro) oppure percettiva (cioè connessa allo spazio e alla visione, la capacità di distinguere le forme o le analogie nelle forme). La prima serve molto a un musicista, ma poco a un pittore. Avere un particolare talento percettivo, al contrario, può rendere geniale un pittore ed essere ben poco utile a un musicista.

Questo mette in luce un altro elemento importante della genialità e di come si manifesta: oltre a certe abilità innate e al duro lavoro, diventare un “genio” oppure no dipende dalle scelte o dalle opportunità della vita. Se si prende la giusta direzione, si possono sfruttare appieno le migliori capacità che si hanno, il proprio talento.

Se un ragazzo con straordinarie capacità percettive, per fare un esempio contrario, viene indirizzato a un lavoro da contabile o da banchiere, difficilmente diventerà un genio (né in banca, né in campo artistico).

Non una ma intelligenze multiple

Ecco perché oggi si parla ormai di “intelligenze multiple” e non di intelligenza al singolare. La convinzione diffusa in campo scientifico è che esistano tanti e diversi aspetti dell’intelligenza e che la loro misura (che sia il Quoziente di Intelligenza, il SAT o altro) sia comunque limitativa: esistono persone con talenti diversi adatte ad attività diverse.

Una performance “geniale” è il frutto di un mix di talento innato, arduo impegno e condizioni fortunate/giuste scelte che consentono di sviluppare appieno quello specifico talento.

Per avere successo, il talento individuale deve essere sfruttato nel campo giusto e comunque non sarà mai misurabile, in modo uguale, a un altro: un genio della musica non è lo stesso – e non si può paragonare – a un genio della matematica. E chi ha talento in un settore può essere scadente in tanti altri: questo spiega, per esempio, perché molti geni siano stati dei pessimi scolari oppure persone che, nella vita quotidiana, non hanno alcuna capacità pratica e si perdono nelle cose più semplici.

 

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