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Aids nel libro di Martino Ripa, storia vera di un cliché

Aids nel libro di Martino Ripa, storia vera di un cliché

Aids, non fa più notizia?

Considerate un cliché. Secondo il dizionario, “voce onomatopeica che in origine esprimeva il rumore della matrice che cade sul metallo in fusione”.

Pensate che sia una minaccia? Considerate, dunque, uno stereotipo. Inseritelo in un nitido fluire di pensieri, che è tale perché si basa su un’esperienza negativa vera. Modulatelo con le altre parole in una prosa nitida. Lasciate che si srotoli, fatelo scorrere, nella sicura loquela dell’autore. Vi accorgerete che non è più uno stereotipo. E’ uno dei più fini strumenti del mestiere di scrivere. Anche la sieropositività, dopo milioni di campagne stampa, laboratori di sensibilizzazione, pubblicità in mondovisione, è diventata un cliché. Nota a tutti, ormai, è parte dello sfondo, “se lo conosci lo eviti”.

Lo scrivere di Martino Ripa, ritmato da alcune virgole necessarie, nel testo dal titolo MIODIO, è il percorso che lo trae fuori dall’isolamento creato dalla sieropositività. E’ il suo muovere oltre l’esperienza trascorsa, segnata dagli stupefacenti, ai quali si era avvicinato a diciassette anni: a vent’anni, il primo arresto. La sua prosa è la maniera di rielaborare il vissuto e anche manifestare la sua sensibilità. Quella prosa che “in più di un modo aveva salvato la sua vita” (Deconstructing Harry, di Woody Allen)

Qualche volta la difficoltà della prova è correlata alla portata dello spirito di chi si cimenta. Agli standard di onestà di una persona che vuole arrivare a riconoscere se stessa in questi standard.

La sindrome da immunodeficienza acquisita, peraltro, non è un mero classico nella carne e nel sangue di chi la ha contratta. Si insinua nella vita di ogni giorno: con coloro che transitano “senza salutarlo perché spaventati, senza guardarlo negli occhi, senza capire”. Diamo la parola, quindi, a chi il problema lo ha avuto. La malattia non è più un punto fermo. Diventa un punto di partenza.

Aids, punto fermo dal quale sfuggire. Scrivere un libro può essere una terapia, perché l’opera in sé compiuta può dare la spinta propulsiva per ridefinire la vita. È questo il suo percorso?

Credo che la scrittura, almeno per me sia stata terapeutica nel vero senso della parola. Lo scrivere, il focalizzare i miei sforzi e la mia attenzione esclusivamente sulla finalizzazione dell’opera ha in qualche modo riempito quel “vuoto” che tutti, me in primis, viviamo e sentiamo, anche se magari per motivazioni diverse. Credo sia per questo che c’è chi focalizza la propria attenzione e i propri sforzi sulla palestra, sull’andare in bici, correre o in qualsiasi altra attività che possa in qualche modo impegnare la mente allontanandola da quelli che sono in realtà le nostre reali problematiche. La scrittura per me è stata la mia migliore amica ma anche il mio peggior nemico costringendomi a confrontarmi con i miei limiti ma anche con le mie nuove possibilità, è stata la mia confidente, la mia psicologa, è stato il mio freddo specchio. Dopo anni di tossicodipendenza e di vita non convenzionale, la scrittura, lo scrivere ha probabilmente riempito quel vuoto che venticinque anni fa, nel tentativo di colmarlo, mi ha fatto avvicinare agli stupefacenti e a tutte le conseguenze che da essi son derivate e che ancora oggi mi ritrovo a pagare. Vedere l’opera compiuta, attraverso una chiusura di cerchi cominciata probabilmente un quarto di secolo prima, ascoltare e vedere le emozioni che trasmette, per riflesso mi hanno dato la forza necessaria per accettare un mondo che ho ritrovato diverso da quello abbandonato forse troppo in fretta a 17 anni, mondo nel quale non vorrei vivere ma nel quale devo abitare. La scrittura mi ha aiutato a rielaborare determinate esperienze, esperienze che nessuno credo dovrebbe mai provare, esperienze che avrei volentieri evitato, anche se oggi, oggi che ho superato tutto, con il senno del poi, mi dico che se per diventare l’uomo che oggi sono, son dovuto passare attraverso determinate esperienze, son felice, per assurdo, di averle conosciute… questo è il mio percorso.

Aids, passare oltre. “Guardarsi indietro per vedere meglio avanti”: qual è la genesi di quest’opera? Come procede quando scrive?

Se per genesi si intende l’inizio, credo che per me sia stata la pace più assoluta di un paesino sulle montagne svizzere ad aver fatto nascere il tutto, intima pace fin lì per me sconosciuta, associata alla solitudine più estrema, quella che mi ha costretto a guardarmi attorno, quella dove non ti riconosci in niente ed in nessuno, quella pace che ti costringe a guardarti dentro, fin nel più recondito e profondo dell’ “io”. Addentrarmi in me stesso, in quella pace, trascrivendo i miei pensieri e le mie mille riflessioni sulla “strana” vita fin lì da me vissuta o subita, scrivendo a penna, di getto, in modo che i pensieri fossero direttamente collegati alla mia mano, mi ha fatto scoprire solo rileggendo sensazioni ed emozioni che non credevo o non ricordavo di aver mai avuto. Oggi di rado riapro quel mio libro, lo apro a caso, rileggo alcuni passaggi su quel che è stato e sul dolore subito, però oggi chiudo e smetto di leggere quando voglio, lo chiudo, e il mio romanzo è lì tra i miei tanti altri libri, tra le mie mensole, come un romanzo, una storia di vita di uno sconosciuto che forse inconsapevolmente mi ha cambiato, forgiato, ma che oggi non mi appartiene più.

Aids, trarsi fuori. “La paura, come la rabbia, moltiplica le forze”: come la siero-positività può far innamorare della vita?

Per assurdo è l’allontanamento dalla vita che mi ha fatto innamorare della vita, perché è solo dopo esser morto, mille volte morto che ci si riscopre amanti della vita, la vita reale, quella che ti riscopri a desiderare solo dopo esserti reso conto che la stai perdendo. Io ho conosciuto e mi sono avvicinato all’Hiv e all’Aids durante la mia prima carcerazione, fine anni ottanta, in quel periodo i malati di Aids erano “condannati a morte”, non c’era cura, venivano arrestati e subito rilasciati, perché ormai malati terminali, dopo rapine e reati perpetrati in modo sfrontato, a volto scoperto e senza paura, forse perché quella loro condizione non gli permetteva neanche di avere paura. In quel periodo radio, giornali e tv hanno montato su una vera è propria campagna di terrorismo mediatico su tutto quello che è il mondo dei sieropositivi e dei malati di Aids, terrore gratuito che non hanno mai voluto o provato a smorzare anche quando quella condizione è diventata qualcosa di gestibile e dalla quale non si può forse ancora guarire ma che, io ne sono l’esempio vivente, si può curare. Riscoprirmi sieropositivo, spaventato, terrorizzato da quello che per anni avevo sentito, mi ha cancellato il futuro, ha limitato il mio futuro anche perché all’epoca, ignaro dei progressi fatti dalla medicina a riguardo, ho vissuto come una condanna a morte quella condizione, memore delle esperienze passate e delle campagne terroristiche conosciute in passato e mai smentite. Per chiudere, la rabbia di chi sa che non c’è più niente da fare, la rabbia di chi si rende conto che sta per morire moltiplica le forze facendoti aggrappare e valorizzando quel po’ di vita che ti rimane, dilatando all’infinito quell’ultimo minuto che vorresti non far finire mai.

AUTORE: Martino Ripa

TITOLO: MIODIO

EDITORE: Europa Edizioni

PAG. 424, EURO 17,90

 

About Isabella Lopardi

Isabella Lopardi
Isabella Lopardi ha lavorato come giornalista, traduttrice, correttrice di bozze, redattrice editoriale, editrice, libraia. Ha viaggiato e vissuto a L'Aquila, Roma, Milano. Ha una laurea magistrale con lode in Management e comunicazione d'impresa, è pubblicista e redattore editoriale. E' preside del corso di giornalismo della Pareto University.

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