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Amos Oz, storia di un uomo e di uno scrittore voce del popolo di Israele

Amos Oz, storia di un uomo e di uno scrittore voce del popolo di Israele

Il 2018 si è chiuso da pochi giorni, ma andandosene ha portato con sé lo scrittore israeliano Amos Oz, lasciandoci più poveri a livello di pensiero illuminato.

Nato nel 1939 a Gerusalemme, egli ha legato la sua storia individuale e quella della sua famiglia al difficile cammino dello Stato di Israele, alle guerre che ne hanno accompagnato la formazione e lo sviluppo, al senso di non appartenenza che ha distinto tutti coloro che, arabi o israeliani che fossero, sono da settant’anni alla ricerca di una patria dai confini ben definiti.

Amos Oz ha vissuto questo percorso e lo ha trasformato nella materia prima della sua scrittura, sia essa narrativa o saggistica, affidando alle sue parole il compito di combattere tutti gli “–ismi” di cui è  infarcita la cultura moderna.

Nato in una famiglia di liberi pensatori, estranei alla religiosità estrema, scelse per sé la vita del kibbutz , sebbene egli fosse quanto di più lontano si potesse immaginare da un bracciante agricolo: il principio stesso su cui si fondava una simile comunità aderiva però così tanto al suo pensiero che egli vi rimase per molti anni, ritagliandosi lo spazio per la scrittura, la sua arma più potente.

Come tutti i giovani israeliani della sua generazione, anche Amos Oz dovette in più occasioni smettere l’abito del filosofo e del letterato per indossare quello del soldato per difendere una nazione che aveva solidità solo sulla carta.

Ostile al colonialismo che l’Europa aveva attuato ossessivamente tra il XIX e il XX secolo pensava che non vi fosse soluzione al conflitto arabo-israeliano se non quella di contemplare la definizione di due stati, garantendo sia agli ebrei che ai palestinesi il diritto ad avere una propria terra.

Su questo elementare principio Oz ha costruito nei decenni il suo pensiero politico, rimanendo, com’è purtroppo noto, inascoltato, ma non venendo mai meno alla sua convinzione, come sempre ripeteva quando gli capitava di incontrare dei giovani, degli studenti anche italiani, accompagnato dalla sua fedele traduttrice Elena Loewenthal.

Anche in Amos Oz alberga l’idea della banalità del male, così come l’ha definita Hannah Arendt, ovverosia il pensiero che a dare concretezza a teorie dannose  non  siano solo i loro propugnatori, ma anche gli esecutori materiali di quelle azioni che determinano la scelta tra la vita e la morte per uno o milioni di individui.

Paradossalmente, egli arriva a contemplare la necessità ed anche l’utilità del tradimento, azione necessaria per cambiare lo stato delle cose: chiunque voglia donare al mondo qualcosa di nuovo, un pensiero o una filosofia, è per ciò stesso un traditore rispetto al passato, ruolo in cui Amos Oz si identificava senza timore di esprimerlo.

A vincerlo è stata solo la malattia, la peggiore tra tante, che lo ha obbligato al silenzio, ma la sua vena di scrittore è stata così inesauribile che ci restano di lui decine e decine di pubblicazioni, che gli sono valse, soprattutto negli anni duemila, riconoscimenti e premi, portandolo vicinissimo al Nobel.

Amos Oz saggista

Di questa specifica scrittura di Amos Oz abbiamo già parlato in questa rubrica a proposito della scelta di combattere il fanatismo, in tutte la sue manifestazioni.

“Contro il fanatismo” ha avuto il grande merito di proporre al mondo una soluzione solo apparentemente di comodo, ovverosia il compromesso: “Il compromesso è considerato come una mancanza di integrità, di dirittura morale, di consistenza, di onestà”, mentre in realtà è una soluzione realistica ai conflitti come quello arabo-israeliano.

Poiché nulla nel tempo è mutato, l’autore ha ripreso il concetto negli anni successivi, in “Cari fanatici”, ribadendo che il fanatismo, di qualunque tipo o colore esso sia, è di per sé un male, la cui cura sta in parte nel senso dell’umorismo, un sentimento accantonato a favore del sarcasmo.

“In terra di Israele” si propone di tratteggiare la storia dei due popoli in lotta tra di loro, con lo sforzo di assumere anche il punto di vista dell’”altro”, il nemico in guerra ma il vicino di casa nella realtà quotidiana. E’ auspicabile e realizzabile una pace basata sull’amore reciproco? No, secondo lo scrittore non lo è, non è l’amore il propulsore dell’equilibrio, ma ancora una volta il compromesso, quello che accetta la necessità di erigere un muro al di qua e al di là del quale l’israeliano e il palestinese possano convivere in pace.

Insieme alla figlia Fania Amos Oz si è inoltrato nella intricata foresta della lingua ebraica, elemento di unione tra le generazioni grazie alla sua unicità, alla sua ricchezza di sfumature espressive. “Gli ebrei e le parole” apre al mondo occidentale, caratterizzato da lingue molto sintetiche come può essere quella inglese, la conoscenza di un retaggio antico, una catena comunicativa mai interrotta nei secoli, una ricchezza espositiva ai più sconosciuta (si pensi ad esempio all’umorismo tipico di scrittori, attori e registi di estrazione ebraica, come può essere Woody Allen).

Amos Oz narratore

Il ruolo di incontrastata regina nella bibliografia di Oz spetta però alla narrativa, a cui si è dedicato fin dalla giovinezza e che ha testimoniato la vita di un uomo e del suo popolo, celata sotto personaggi di finzione, fin dai tempi del kibbutz. Autobiografico è “Una storia d’amore e di tenebra”, dove un intero secolo di vicende famigliari è narrato nelle sue luci e nelle sue ombre sotto forma di romanzo, capace di far emergere le illusioni e i sogni di un popolo, quanto le sue peggiori inclinazioni all’odio.

Il tradimento, nella forma che l’autore gli ha dato, è il cardine del romanzo “Giuda”, significativo già nel titolo, ma costruito in modo tale da rendere plausibile che lo stesso discepolo di Gesù possa essere  giustificato nella sua ultima azione.

Lo si comprende attraverso la storia di tre personaggi che appaiono impregnati di mistero e di necessità, di azioni apparentemente ingiustificabili.

“Tocca l’acqua, tocca il vento” ha per protagonista un semplice orologiaio, sfuggito ai rastrellamenti attraverso una rocambolesca fuga di foresta in foresta, lasciandosi alle spalle una moglie con la quale sogna di ritrovarsi.

“Altrove, forse” è una fotografia di quella che era la vita nel kibbutz, così come “Tra amici”; “Lo stesso mare” è un poetico affresco corale in cui si delineano nette le personalità dei tre attori principali, sempre e comunque legati alla terra di Israele, vero filo conduttore di tutte le narrazioni di Amos Oz.

Questa non è che una piccola vetrina dell’attività di romanziere di Oz, a questi racconti altri e altri ancora se ne affiancano, grazie alla sua instancabile immaginazione profondamente calata nella realtà del presente legato al momento della specifica scrittura.

Scrivere, come spiega lui stesso, è osservare l’umanità in tutte le sue declinazioni, fantasticare prendendo il via da uno spunto che passa inosservato ai più ma non allo scrittore, che sarà capace di costruire da esso una storia complessa e unica, facendo dell’uomo qualunque e di una nazione-non nazione i protagonisti di pagine straordinarie della letteratura contemporanea.

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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