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Andrea Bajani racconta di case vissute, amate, abbandonate

Andrea Bajani racconta di case vissute, amate, abbandonate

 Due candidature, al Premio Strega e al Premio Campiello, hanno caratterizzato nel 2021 l’uscita del romanzo “Il libro delle case” di Andrea Bajani.

Avvezzo alle candidature ma anche ai riconoscimenti finali, l’autore ha scelto per la scrittura un percorso a ostacoli, che lo ha portato a confrontarsi con il romanzo, con la poesia, ma anche col reportage, le opere teatrali e le traduzioni di opere dal francese e dall’inglese.

In questa varietà di generi ha potuto dare voce ad un uso della parola che si pone come innovativo, una voce fuori dal coro rispetto alla mediocre omogeneità a cui ci hanno abituato i troppi romanzi pubblicati.

Andrea Bajani è da sempre un funambolo delle parole, cammina in equilibrio sul filo teso in alto al quale tutti rivolgono i loro occhi, con la consapevolezza di una distanza incolmabile.

La lingua si fa nelle sue mani materia docile da plasmare, sia nella prosa che nella poesia, e ad essa sono offerti espliciti riconoscimenti, perché nelle pagine di Andrea Bajani troviamo bambini che si scoprono attraverso l’alfabeto, uomini che si perdono nelle parole folli, scrittori giovani e anziani che condividono sentieri comuni.

Ma le parole, fondamentalmente, sono il mezzo attraverso il quale si attiva la memoria, raramente identificabile come un blocco compatto, più spesso come una trama sfilacciata, difficile da ricostruire: la difficoltà insita nel ricordare porta con sé la responsabilità del non plasmare il passato col presente, nel tentativo di colmare lacune generate da mancanze e omissioni.

La memoria è il fil rouge che lega la produzione di Andrea Bajani, dalle poesie scritte per dare un nome alle emozioni generate dalla nascita di un figlio al racconto delle case in cui si vive, si cresce, si gioisce, si soffre.

Le case emotive di Andrea Bajani

Casa è il luogo fisico in cui trascorriamo le nostre vite, ma è anche un luogo dell’anima, un rifugio in cui ammassare ricordi, emozioni, sensazioni tattili, olfattive, uditive o emozionali, frammenti di vita sovrapposti e a volte dimenticati.

La casa protagonista del libro omonimo non è in realtà una sola, poiché ognuno di noi ha vissuto in più luoghi dalla nascita all’età adulta, ha conosciuto traslochi sfinenti per la necessità di far pulizia di un passato inutile e ingombrante.

Si parla dunque di Case, in cui i diversi personaggi , facenti parte di un unico sistema familiare, si trovano a vivere, a confrontarsi attraverso dinamiche nascoste, assorbite nel tempo e mai risolte.

Queste case hanno molti nomi, necessari per orientarsi in un arco di tempo di circa cinquant’anni, esaminato più nelle vicende intime che in quelle pubbliche.

Protagonista è un uomo che non ha un nome proprio ma viene definito soltanto come Io, attorno al quale ruotano Padre, Madre, Nonna, Moglie, Bambina, Poeta, Prigioniero, identità tratteggiate e mai troppo definite, necessarie per poter costruire il puzzle della memoria.

La più metaforica di tutte queste case è il carapace di Tartaruga, entrata nella vita di Io quando era un bambino piccolo e simbolo dell’appartenenza di un essere alla sua casa e della casa come elemento indistinguibile dall’individuo, caratterizzante il suo percorso di vita.

Il racconto di Andrea Bajani non ha uno sviluppo temporale omogeneo, sono frammenti di ricordi che si susseguono casualmente, sotto forma di brevi capitoli identificati dalla definizione dell’abitazione e dalla data in cui in essa Io trascorse parte della sua vita.

Si va dal 1976 al 2021, con una proiezione al 2048, anno che solo Tartaruga, con la sua possibilità di vita centenaria, vivrà assistendo ai tanti cambiamenti architettonici incapaci di scalfire la sua tranquillità, legata ad una quotidiana foglia di lattuga.

Di casa in casa, la costruzione di un’identità

La memoria di Io trova i suoi primi agganci nel 1976, con la Casa del sottosuolo, che lo vede bambino con Padre, Madre, Sorella e Nonna.

A questa farà da contrappunto la Casa di Famiglia del 2009, un’abitazione borghese a Torino in cui sarà per lui possibile un riscatto dalla povertà dei primi anni di vita, ancor più rafforzato dalla Casa signorile di Famiglia, di due anni posteriore.

Io ha cercato stabilità e felicità nella Casa del persempre che ha forma e la natura di un anello nuziale, siglato da un nome e da una data, fondamento simbolico della Casa della Felicità dove vivere con Moglie e Bambina.

La Casa di parenti è invece quella che deve scomparire per volontà di Padre, con cui Madre mantiene i contatti attraverso una manciata di monete che spenda in una cabina telefonica, la Casa della Voce.

Nei passaggi dall’una all’altra di queste case Io cambia il suo pensiero, il suo modo di essere, cresce da bambino a uomo e matura anche attraverso case difficili, come la Casa dell’adulterio in cui viene accolto da una donna che cerca un brivido nuovo o la Casa del Tumore, dove la sofferenza si è fatta persona.

Impara a conoscere la poesia, il sesso, la rabbia, l’ingiustizia che si nasconde dietro la parvenza della rispettabilità, è studente universitario nella Casa del materasso, adulto realizzato a Londra, di nuovo studente a Parigi, prima Marito e poi di nuovo Bambino, nel rincorrersi del flash della memoria.

Ma c’è anche una Casa dei ricordi fuoriusciti, quella in cui si sono sedimentati momenti della vita di Io impossibili da riportare a galla, quelli che risolverebbero dubbi e incertezze, ma rimarranno per sempre perduti sul fondo .

A fianco delle case di Io ne esistono altre in cui non è mai entrato, ma hanno fatto parte della sua vita indirettamente: sono le case di Prigioniero e Poeta, uomini destinati ad una morte violenta e ingiusta, riconducibili grazie alle date ad Aldo Moro e Pier Paolo Pasolini.

Nell’Ultima Casa di poeta, nel 1975, e nella Casa rossa con le ruote nel 1978 sono state scritte due pagine terribili della storia di tutti, non solo di Io, per il quale non erano che immagini provenienti dallo schermo televisivo, diventato anch’esso una sorta di casa come fosse la continuazione di un lungo corridoio, in cui tutta la famiglia cercava di abitare per sfuggire alla realtà

E’ anche la nostra storia, quella che possiamo individuare nelle pagine  di Andrea Bajani, nelle vicende del suo protagonista.

Abbiamo abitato una Casa dell’adolescenza che ritorna, che ci ha permesso di capire se ci siamo schierati dalla parte giusta o da quella sbagliata; abbiamo vissuto una Casa dello Stato, un edificio zeppo di ricordi adolescenziali; abbiamo avuto bisogno di una Casa dell’amicizia quando il mondo degli affetti costruito con fatica si è rivelato così fragile da crollare; abbiamo immaginato una Casa di Nonna Bambina attraverso i suoi racconti, con le parole che si facevano oggetti, così vivi da avere l’impressione di poterli toccare.

Il romanzo di Andrea Bajani ci dice che portare con noi i ricordi del passato e delle case vissute non è sbagliato, non è un attaccamento a cose materiali prive di valore, è un mantenere vivi i ricordi che hanno accompagnato il nostro sradicamento, il nostro muoverci di casa in casa.

E’ costruire il nostro scudo, il nostro carapace, di fronte all’evidenza che di una casa abbiamo bisogno e non smetteremo mai di cercarne una.

Andrea Bajani racconta di case vissute, amate, abbandonateAUTORE : Andrea Bajani

TITOLO : Il libro delle case

EDITORE : Feltrinelli

PAGG. 251     EURO 17,00  (disponibile versione eBook euro 11,99)

 

 

 

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo, Critico Letterario

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