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Art & Show – In tempi di presepi un'asinella anomala per Massimo Tallone

Piemontese doc, Massimo Tallone è ironico autobiografo laddove, nella terza di copertina, cita la sua data di nascita (1956) e di morte, uno scaramantico 2044 che lascia ben sperare noi tutti suoi lettori….

E’ così chiaro sin da subito, per chi si accosta per la prima volta alle storie talloniane, con chi si avrà a che fare, dal punto di vista dell’impianto narrativo e dello stile, volto alla leggerezza in un’ ottica spesso dissacrante.

Massimo Tallone fa parte di quei dodici apostoli del Giallo Noir che hanno dato vita al gruppo Torinoir, all’interno del quale vige il principio della collaborazione e del sostegno, in barba alle più bieche leggi di mercato che impongono agli scrittori di ultima generazione di farsi la guerra a vicenda.

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Questo gruppo, fondato a Torino nell’aprile del 2014, si propone di raccontare una città che non è più quella dei famosissimi romanzi di Fruttero & Lucentini, ma che è profondamente cambiata, vive un respiro europeo ma deve affrontare problematiche e situazioni nuove, impensabili ai tempi in cui il Quadrilatero e San Salvario, oggi quartieri in, erano zone malfamate e pressoché innominabili.

La nuova Torino è la protagonista assoluta di Tallone & soci, come appare evidente sin dai titoli scelti per la ricca produzione narrativa, spesso infarciti di rimandi ai luoghi sabaudi più suggestivi.

Così non è, però, nell’ultimo prodotto di Massimo Tallone, “L’amaro dell’immortalità”, recante come sottotitolo “Le metamorfosi del Cardo”, che subito richiama alla mente altre storie, altri momenti vissuti con questo personaggio.

Nelle pagine dello scrittore, infatti, il Cardo non è il gustoso ortaggio “gobbo” principe di molte ricette piemontesi, bensì il soprannome del protagonista, un vagabondo sui generis che vive di espedienti per procacciarsi le quotidiane soddisfazioni (non di solo pane vive l’uomo….), mai abbassandosi però al livello del chiedere, dell’elemosinare: ciò che si riesce ad ottenere è il risultato del lavoro non proprio frenetico delle sue meningi.

Rozzo e apparentemente insensibile, vive a Stupinigi, frequenta il bar della bocciofila insieme ad una squinternata banda di avventori, è amico delle prostitute che hanno eletto il viale che dà accesso alla Palazzina come proprio contesto lavorativo e trova nel vino la sua consolazione ai dispiaceri della vita, il più significativo dei quali è quello di dover talora prendere in considerazione la necessità di lavorare.

"....se mi penso a Stupinigi ho l'impressione  di vedere le cose dall'alto, come se fossi il cervo che guarda dalla cupola della Palazzina di Caccia." (pag. 190)
“….se mi penso a Stupinigi ho l’impressione di vedere le cose dall’alto, come se fossi il cervo che guarda dalla cupola della Palazzina di Caccia.” (pag. 190)

Tutto cambia, però, quando il Cardo si imbatte in Nella, un’asinella raminga persasi dopo essere fuggita da un camion ribaltatosi lungo la tangenziale torinese.

L’animo arido del Cardo si scioglie all’improvviso, si dichiara finanche infiammato d’amore per la creatura che deve temporaneamente lasciare incustodita per procacciarsi il denaro necessario per mantenerla.

Lavorando, ahimè.

Gli incastri del destino sono però imprevedibili: Cardo sa fare decentemente una sola cosa, i trompe l’oeil, e guarda caso gli viene offerta l’opportunità di realizzarne uno a Monforte, tra meravigliosi vigneti,per volontà di un magnate ridotto all’impotenza fisica da una inarrestabile malattia.

"Queste colline tutte perfette, ricoperte di file diritte e ordinate di vigneti,  sembrano pettinate e mi mettono le lacrime agli occhi. (....)  La natura, da sola, non avrebbe mai potuto portarsi a livelli così alti di bellezza.  C'è voluto qualche ubriacone per pensare un miracolo così semplice e completo."  (pagg. 52-53)
“Queste colline tutte perfette, ricoperte di file diritte e ordinate di vigneti,
sembrano pettinate e mi mettono le lacrime agli occhi. (….)
La natura, da sola, non avrebbe mai potuto portarsi a livelli così alti di bellezza.
C’è voluto qualche ubriacone per pensare un miracolo così semplice e completo.”
(pagg. 52-53)

Investito di questo nuovo incarico da Rombo, eminenza grigia del ricchissimo mecenate, Cardo capisce però ben presto di essere finito a capofitto in una vicenda ben più complessa, surreale e beffarda, in cui ogni azione ruota attorno ad una presunta pozione, un amaro, capace di donare l’immortalità.

Le avventure dell’ingenuo nullafacente si accavallano vorticosamente tra miniere abbandonate e antiche distillerie, mentre il suo pensiero fisso è l’adorata asinella, lasciata a Stupinigi in una cascina abbandonata e che teme di non rivedere.

L’amore per un animale può essere più forte del disamore per se stessi e per l’umanità e sarà proprio Nella a dare la svolta decisiva alla vicenda giunta all’acme della tensione, quando davvero sembra che per il povero Cardo non ci sia più via d’uscita.

Massimo Tallone è letteralmente scivolato nella mente del suo personaggio con una regressione in puro stile verghiano, regalandoci esilaranti momenti di profonda incomprensione linguistico-letteraria, con equivoci che solo l’ingenuità di un uomo a cui non vengono adeguatamente irrorate alcune zone della materia grigia può giustificare, in un gioco di rimpalli in cui l’essere tonti raggiunge punte di tale elevatezza da trasformare la tontolaggine in saggezza sofistica.

Non andiamo a svelare nulla di più di questa strana vicenda, per non sottrarre piacere alla lettura di una storia un po’ gialla, un po’ nera, un po’ sentimentale, un po’ realista, un po’ kafkiana, soprattutto per il protagonista.

Così va il mondo, sembra dirci Tallone tra le righe…..

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AUTORE : Massimo Tallone

TITOLO : L’amaro dell’immortalità

EDITORE : Fratelli Frilli Editori

PAGG. 218,  EURO 9,90

 

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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