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Elvio Fassone: una storia lunga una vita tra un’aula di tribunale e una cella carceraria

Elvio Fassone: una storia lunga una vita tra un’aula di tribunale e una cella carceraria

Elvio Fassone, ottant’anni appena compiuti, due occhi instancabili che osservano con sguardo acuto il mondo circostante, è stato un magistrato, un politico, uno scrittore.

Ma Elvio Fassone è stato anche e soprattutto un uomo, rappresentante di un umanesimo di cui sembrano essersi perse le tracce, che fa sì che un individuo, a fronte di un altro uomo come lui, sappia all’occorrenza spogliarsi dell’abito istituzionale e creare una relazione diretta, costruttiva, financo alla pari, anche in un contesto dove ciò possa apparire una follia.

Dopo essere stato Magistrato della Cassazione, Presidente della Corte d’Assise e Senatore della Repubblica per due mandati, ha deciso di raccontare ventisei anni della sua vita in un libro pubblicato da Sellerio, “Fine pena: ora”, in cui prevale l’impostazione autobiografica, il richiamo ad una vicenda unica nel suo genere.

Un Magistrato ed un  ergastolano, Elvio Fassone e Salvatore

Elvio Fassone è Magistrato a Torino nel 1985, quando la città si prepara ad ospitare un maxi-processo contro la mafia catanese, più di duecento imputati, in un periodo storico in cui la paura serpeggia tangibilmente tra coloro che avrebbero dovuto assumersi il difficile compito di giudicare.

Ci sono numerose rinunce, ma Elvio Fassone accetta di presiedere la Corte d’assise, si accolla l’onere di calibrare la giustizia umana su individui che hanno alle loro spalle una serie impressionante di delitti di mafia e, nonostante l’evidente responsabilità, sanno di far parte di uno stato nello Stato, nel quale non sono colpevoli e, anzi, appaiono come uomini d’onore.

Tra questi c’è anche il giovane Salvatore, ventotto anni ed un passato più che decennale di delinquenza, tra spaccio di droga, omicidi (quindici) e minacce.

Il giudice Elvio Fassone è inflessibile e incorruttibile, ma oltre la toga c’è l’uomo che sceglie di trattare gli imputati e le loro famiglie con umanità, non scordandosi mai che sono anch’essi persone e non soltanto lunghi elenchi di nomi senza volto.

Dopo un tempo che sembra  non finire mai, durante il quale il Magistrato è vissuto lontano dalla sua famiglia, “condannato” ad un isolamento necessario, arrivano le sentenze, decine di migliaia di pagine in cui è contenuto il dolore che i responsabili in questione hanno seminato, a cui fanno da equo contraltare le pene giustamente comminate.

Salvatore è condannato all’ergastolo, quello che Fassone definisce una morte parziale, se non implica la rieducazione del condannato, a cui si aggiungerà l’irrevocabile postilla: fine pena, mai.

Salvatore entra in carcere con la prospettiva di non avere più contatti con il mondo esterno, perché la clausola citata esclude la possibilità di vedere la propria pena tramutata in un trentennio di reclusione, in base a parametri ben definiti.

Il fine pena mai si associa al 41bis, alle carceri di massima sicurezza, ad un futuro caratterizzato soltanto dall’attesa dello scorrere del tempo, senza alternativa.

Elvio Fassone sa che è stata presa la decisione giusta, eppure si sente turbato dalla vicenda e decide di scrivere una lettera a Salvatore, già in carcere, nella quale lo invita a non perdere dignità e speranza, accompagnandola col dono di un libro, Siddharta, da cui spera possa trarre utili riflessioni.

La reazione del detenuto è una risposta scritta, un’altra lettera, nella quale egli sottolinea la sua convinzione che il giudice lo abbia condannato per giustizia, perché la legge italiana vuole così, non per spirito di vendetta o di ritorsione.

Due lettere, l’inizio di una corrispondenza che si snoda per ventisei anni attraverso 1300 lettere, un carteggio che nemmeno due amanti, dice Fassone, sarebbero in grado di uguagliare.

Da un epistolario nasce “Fine pena:ora” di Elvio Fassone

Durante quei ventisei anni Salvatore ha studiato, ha acquisito conoscenze di giardinaggio e di ebanisteria, ha vissuto l’abbandono della sua fidanzata, ha fatto parte di un gruppo teatrale interno al carcere, ben consapevole del fatto che lo stava facendo per se stesso, per non perdere la dignità di cui Fassone gli aveva parlato.

Non può avere permessi di lavoro o godere di licenze, proprio per il suo fine pena:mai, che lo porta a tentare il suicidio, del cui fallimento rende partecipe il giudice.

E’ a questo punto che Elvio Fassone decide che è giunto il momento di interrompere definitivamente il contatto epistolare, ma che altrettanto necessario è trasformare questa esperienza personalissima in una storia da raccontare, che possa servire anche a smentire tutti i luoghi comuni che circolano sui detenuti e sulla detenzione.

Nasce così “Fine pena: ora”, in cui la sostituzione dell’avverbio di tempo vuole indurre chi legge a riflettere sulla necessità di avere delle pene che abbiano reale valore riabilitativo per i detenuti, di cui le carceri italiane sono affollate al di là di quanto previsto dalla legge stessa.

Elvio Fassone racconta la sua storia senza scivolare nell’eccesso, fedele ai fatti accaduti, costruendo un romanzo in buona parte autobiografico (il nome di Salvatore è però di fantasia) che a volte sembra diventare un saggio sociologico, legato com’è all’annoso problema delle carceri.

Che Salvatore meritasse la condanna è indubbio, che una volta in carcere abbia dovuto fare i conti con una realtà diversa da quella che dovrebbe essere ( e l’Europa ha imposto all’Italia pesanti multe per il mancato adeguamento delle carceri italiane ai parametri europei) lo è altrettanto.

Fassone è anche padre e Salvatore ha all’incirca l’età di suo figlio, ma è nato, come lui stesso dice, nel posto sbagliato, se gli fosse toccato in sorte l’essere figlio del giudice forse avrebbe avuto una vita diversa.

E’ un concetto per il quale si possono scomodarei i filosofi delle teorie positiviste del tutto sconosciute a Salvatore, ma che contiene una verità di fondo molto semplice: la nostra vita è come una lotteria e a lui non è toccato in sorte il numero vincente.

Elvio Fassone vuole col suo libro indurre alla riflessione, sollecitare risposte individuali e collettive sul problema della detenzione, del suo scopo, della sua attuale condizione: la sua è la posizione di chi ha vissuto dall’interno la Giustizia, l’ha frequentata in ogni momento della sua esistenza e crede, soggettivamente e dichiaratamente, che non si debba mai scordare che i detenuti sono anche, in prima battuta, uomini, e come tali debbano essere trattati.

L’autore ha voluto condividere la sua esperienza unica con la convinzione che il fine pena:mai possa diventare un fine pena:ora, perché la pena detentiva possa servire a migliorare l’individuo e non ad incattivirlo soltanto, trasformandosi in una scuola di delinquenza come ora sembra essere, affinché ogni colpevole paghi sino all’ultimo centesimo il suo debito con la giustizia, ma possa ancora sentirsi uomo tra uomini.

Elvio Fassone: una storia lunga una vita tra un’aula di tribunale e una cella carceraria

 

AUTORE : Elvio Fassone

TITOLO : Fine pena: ora

EDITORE : Sellerio

PAGG. 224,  EURO 14,00

 

 

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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