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Manfred Spitzer, quando la vita virtuale diventa una patologia

Manfred Spitzer, quando la vita virtuale diventa una patologia

Troppa tecnologia nella nostra vita quotidiana è indigesta.

L’uso corretto degli strumenti tecnologici è auspicabile, l’abuso determina il regresso e non il progresso dell’individuo.

Sono due asserzioni spesso considerate dei luoghi comuni, tipicamente in uso quando si parla di tutto e di niente e si tende ad ammantare di verità il sentito dire, senza preoccuparsi di verificarne il fondamento.

Quando a condurre quest’ultima operazione è però Manfred Spitzer,  Direttore della clinica universitaria psichiatrica di Ulm, con approfonditi studi di medicina, psicologia e filosofia alle spalle, allora il fastidio per la banalità lascia il posto al dubbio sulla fondatezza e veridicità.

Manfred Spitzer, che ha fatto degli studi sul cervello e le sue funzionalità il suo interesse primario, ha optato per una scelta che lo ha reso facile bersaglio di altri suoi colleghi cattedratici, quella di rendere note le sue convinzioni anche al grande pubblico, attraverso saggi la cui lettura è possibile anche da parte di chi non è addetto ai lavori.

Il passaggio dal linguaggio aulico ed estremamente specifico, settoriale, a quello più comune, di registro inferiore, non toglie contenuto alle conclusioni degli studi, ma raggiunge un pubblico molto più ampio, quello stesso a cui sono rivolte le indicazioni di massima del dottor Manfred Spitzer.

Stabilito l’assioma inconfutabile che l’uomo è nato per imparare (dai primitivi che imparano ad accendere il fuoco superando la difficoltà di conservarlo a Dante che sottolinea come “fatte non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” a “un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità” di Armstrong), bisogna porre l’attenzione agli strumenti più utili, non sempre i più comodi, per portare a termine questo processo.

Al momento attuale, potrebbe sembrare che nulla sarà più possibile senza strumenti tecnologici, ma in realtà questo è credibile solo dai fruitori dei medesimi, che non hanno sufficiente dimestichezza coi processi cerebrali, non certo dal Dottor Spitzer, che ne intuisce e dichiara apertamente la pericolosità.

Da ciò derivano due saggi, “Demenza digitale” e “Solitudine digitale”, utili manuali di approfondimento per chi non voglia fermarsi ai luoghi comuni.

Manfred Spitzer, la demenza digitale come malattia del presente

La convinta affermazione che la tecnologia non aiuti la crescita intellettiva dei bambini ma addirittura la ostacoli non è stata accolta con benevolenza neppure dai genitori, i quali sono invece certi della necessità di dotare i propri figli di ogni possibile strumento del genere.

Manfred Spitzer, invece, focalizza l’attenzione su come non alleniamo più a sufficienza il nostro cervello che, come ogni muscolo del corpo, si mantiene in perfetta forma solo se esercitato.

Le nuove generazioni non sentono più lo stimolo ad imparare perché esso è stato soffocato da Internet, dai pc, dagli smartphone: un tasto cliccato e le informazioni appaiono come per magia nella loro completezza, senza fatica ma anche senza distinguo.

Si legge senza  sfogliare un libro, si gioca sdraiati sul divano con i videogiochi, non si memorizzano impegni o appuntamenti perché a tutto pone rimedio il telefono cellulare, che a volte è diventato una sorta di protesi della nostra stessa mano, senza la quale ci sentiamo monchi.

Tutto questo rappresenta un pericolo, sottolinea Spitzer, un grave pericolo perché è sfuggito al controllo di chi avrebbe dovuto cogliere non solo gli immediati vantaggi, ma anche i futuri svantaggi.

Dieci anni di studi scientifici hanno dimostrato che la demenza digitale non è una novità, è una vera e propria patologia a causa della quale noi allontaniamo dalla nostra mente (de-mente) abilità e conoscenze ataviche, consolidate nell’uso da millenni, che ci hanno permesso una straordinaria evoluzione.

La tecnologia, e su questo Manfred Spitzer è risoluto, non va demonizzata, non bisogna saltare a conclusioni affrettate giudicando o bianco o nero il mondo in cui viviamo: Google non ci rende stupidi, ma il suo utilizzo spropositato di certo genera disturbi della memoria, dell’attenzione e della concentrazione, oltre all’appiattimento emotivo e alla generale ottusità.

Per questo lo psichiatra lancia il suo grido d’allarme, perché teme la degenerazione della società futura, con un concorso di colpa dei genitori e dei docenti di oggi, incapaci di togliersi il paraocchi.

Manfred Spitzer, destinati ad una solitudine digitale

Cui prodest, a chi giova l’illusoria speranza di un mondo migliore solo se digitalizzato?

Ovviamente a chi ne ricava profitti, per cui ha tutto vantaggio nel contestare le previsioni funeste del professor Spitzer, facendo leva sulla ingenuità dei non addetti ai lavori.

Nel suo più recente saggio, “Solitudine digitale”, l’autore riprende il discorso dove lo aveva interrotto, suffragando la sua tesi con nuovi ed incontrovertibili dati sugli effetti collaterali della tecnologia.

In una società perennemente connessa si è sempre più vittime della solitudine, dell’ansia e della depressione, coi relativi disturbi alimentari e del sonno, perché ci ritroviamo a vivere una vita virtuale, circondati da centinaia di amici su Facebook che non abbiamo mai incontrato, incapaci di relazionarci con il mondo che è oltre la soglia del nostro divano.

Tutto ciò avviene consapevolmente, il che aggrava la dipendenza, senza volontà di recedere: gli adulti ritengono infelici i figli senza dotazione digitale e li sommergono di regali controproducenti, trasformandosi essi stessi nei veicolatori delle sindromi cibernetiche.

Nelle aule scolastiche le Lim sostituiscono le vecchie lavagne e la polvere del gessetto, siti autorizzati offrono gratuitamente temi svolti, riassunti pronti, problemi risolti, versioni tradotte; ministri dell’istruzione sbandierano la loro adesione al progresso autorizzando l’uso dello smartphone in classe; psichiatri come Manfred Spitzer appaiono come voci nel deserto, sempre troppo poco ascoltate.

Prima di cadere vittime delle lobby del settore, il cui unico intento è generare profitto a se stesse, dobbiamo garantire un percorso di apprendimento diverso alle nuove generazioni, rassicurandole sul fatto che la loro esistenza è bella così com’è, senza bisogno di crearsene una virtuale da pubblicizzare sui social, tanto più ricca quanto più fasulla.

La tecnologia è alla base della vita futura e di per sé non è né buona né cattiva, sta solo all’essere umano, come raccomanda Manfred Spitzer, soprattutto se genitore, saper dare la giusta dimensione all’uso che se fa, per non creare una società di uomini cliccanti e non più pensanti, illusi di possedere il massimo della conoscenza possibile e incapaci di fermarsi a riflettere da se stessi.

Manfred Spitzer, quando la vita virtuale diventa una patologia

AUTORE : Manfred Spitzer

TITOLO : Demenza digitale

EDITORE : Corbaccio

PAGG. 331,      EURO 19.90

 

 

 

 

 

 

Manfred Spitzer, quando la vita virtuale diventa una patologia

AUTORE : Manfred Spitzer

TITOLO :  Solitudine digitale

EDITORE : Corbaccio

PAGG. 340,   EURO 19.90

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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