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Pietro Castellitto, essere trentenni o avere trent’anni?

Pietro Castellitto, essere trentenni o avere trent’anni?

Pietro Castellitto, trent’anni fra qualche settimana, è figlio di Sergio Castellitto e Margaret Mazzantini.

Dire che è figlio d’arte è scadere in un luogo comune, per altro denso di verità in questo particolare caso, ma in fondo già i nostri nonni, con la popolare saggezza dei contadini, sostenevano che il frutto non casca mai lontano dalla pianta.

Attore, regista, sceneggiatore il padre, scrittrice, attrice, drammaturga la madre: Pietro Castellitto ha respirato sin da bambino un’aria permeata di cultura, di parole, di sguardi densi di significati.

Una formazione classica con una laurea in Filosofia, qualche parte da attore sin da giovanissimo per arrivare al ruolo di protagonista nella fiction su Francesco Totti,  poi subito a misurarsi con la sceneggiatura e la regia, con riscontri prestigiosi a Venezia e ai David di Donatello, infine la scrittura, con il primo romanzo “Gli Iperborei”: un percorso in costante accelerazione, se si pensa alla sua età anagrafica.

Gli Iperborei, dal mito alla realtà dell’autore

Furono i greci a parlare per primi degli Iperborei, un popolo leggendario che viveva a Nord della Grecia, in terre lontanissime mai viste ma solo immaginate.

Una terra poi ricoperta dai ghiacci, ma inizialmente perfetta, li aveva ospitati agli albori della civiltà umana, inducendoli a spostarsi progressivamente verso sud, per sfuggire alla morsa dei ghiacci perenni.

Il filosofo Friedrich Nietzsche se ne servì per identificare un’élite culturale del suo tempo, uomini che vivono al margine, che non possono essere raggiunti da alcun cammino, la cui felicità sta in un altrove che solo essi conoscono.

Pietro Castellitto individua nella categoria degli Iperborei una metafora dei suoi coetanei, li trasforma nei trentenni di oggi, giovani all’apparenza felici, intenti a bruciare il loro tempo senza preoccuparsi di nulla, grazie alla generazione che li ha preceduti e li ha messi al mondo.

Delle lotte per la conquista della libertà, del diritto individuale di poter scegliere del proprio destino, della volontà di cambiare un mondo stantio attraversato da un dannoso immobilismo essi non sanno nulla: sono stati i loro genitori a costruire le loro sicure dimore, a garantire una disponibilità economica costante, a metterli in condizione di soddisfare ogni capriccio.

Gli Iperborei di Pietro Castellitto possiedono tutto perché credono che tutto si possa avere, senza bisogno di essere, di costruirsi un’identità che rispecchi il loro pensiero.

Per questo hanno trent’anni e non sono dei trentenni maturi e responsabili, consci del giusto modo di affrontare la vita.

Il romanzo rispecchia com’è ovvio una fetta di questa generazione, non ha pretesa di definire una categoria sociologica che certo farebbe torto a tanti altri giovani di quella medesima generazione, ben diversamente identificabili.

I trentenni, la generazione di Pietro Castellitto

Poldo Biancheri, “Ciccio” Tapia, Guenda Pech, Stella Marraffa, Aldo: sono i cinque protagonisti del romanzo, intorno ai quali ruota un universo fatto di soldi facili e non sempre puliti, di droghe, di vita vissuta al limite delle possibilità, di sfide volte soltanto ad affermare il potere del singolo e la sua forza.

Di questi è il primo, Poldo, ad essere l’io narrante di una stagione che i cinque trascorrono tra Roma e le località di vacanza, al bordo di lussuose piscine o su imbarcazioni adatte all’organizzazione di grandiose feste, all’insegna dell’ostentazione.

Ciò che hanno imparato dall’esistenza non è molto edificante: nessuna fatica per ottenere ciò che si desidera, alle spalle ci sono padri facoltosi che vedono nei loro figli il raggiungimento di una affermazione di sé che essi hanno ottenuto a fatica, o forse solo sfiorato.

I figli incarnano i sogni dei padri, quelli che essi non hanno potuto avere, una vita senza fatiche, senza lotte quotidiane, in cui ciò che non è a portata di mano, che sia un libro su un tavolino o un impegno da rispettare, viene abbandonato senza fatica.

Sono ragazzi non cresciuti che mangiano patanegra, non prosciutto, che fumano marijuana, non tabacco, che vestono abiti firmati di cui non hanno alcuna cura, che guidano auto costose di cui forse neppure conoscono il valore.

Sono viziati ma annoiati, cominciano a percepire concretamente l’assenza di qualcosa che non sanno ancora definire, capiscono soltanto che sarebbe bene iniziare a cercarlo.

Poldo pensa e parla esattamene come loro, anche se la sua esperienza di vita gli ha fatto toccare con mano il significato della precarietà: è stato un paziente oncologico, ha imparato a misurare i secondi nella sua mente grazie alle gocce cadenzate della chemioterapia, porta come memoria una lunga cicatrice nel corpo e nello spirito.

Il suo sguardo è forse per questo più acuto, si incunea nelle fessure in cui i suoi amici non vedono altro che buio e a lui appare invece il contorno di un’altra verità.

Lo sguardo tagliente di Pietro Castellitto

Ai suoi Iperborei, lontani dal mondo reale, legati da un’amicizia più che ventennale, l’autore non fa sconti: i loro pensieri sono incasellati negli stereotipi della Roma bene, delle famiglie di potere che la animano, hanno una personalità costruita dall’esterno, attraverso le marche degli abiti, delle macchine, del cibo, degli orologi.

Sono cinque figli del perbenismo, non hanno saputo sfruttare il breve spazio dell’adolescenza in cui hanno vissuto un tempo di ribellione che ha lasciato in loro ben poco.

Il padre di Guenda ha dei piranha nell’acquario al posto di innocui pesci tropicali perché sono un simbolo del modo in cui si affronta la vita, trasformando gli altri in innocenti topolini bianchi votati al sacrificio.

Tapia è all’esordio della carriera politica e non vuole lasciarsi attrarre da nulla che possa sporcare la nuova candida immagine che vorrebbe dare di sé, chiudendo gli scheletri nell’armadio.

Poldo sta cercando l’affermazione come scrittore, Stella vorrebbe diventare l’attrice che non è, Guenda ipotizza che ci vorrebbe una guerra per cambiare il mondo, qualcuno è pronto ad affrontare la sfida della vita futura, qualcuno sceglie di rinunciarvi.

Tra una cucciolata di cani rapiti, sulla cui ricerca l’attenzione è troppa per essere sincera, tra desideri superficiali come quello di appartenere al Club delle Case Volanti, Poldo ripercorre momenti condivisi con gli amici, ricordi che  affondano le loro radici in una recita scolastica organizzata dalla maestra Pamela.

Ognuno di loro interpretava un animale e a lui, Poldo, era toccato il canguro, che mai appariva in scena perché rappresentavano “Il canguro scomparso”: una sola apparizione fugace, saltellando sul palco, a recita finita aveva segnato il suo esordio come attore.

La festa per i trent’anni si Stella stride con il funerale della maestra Pamela, ma gioia e dolore hanno forse ugual peso per chi sta giocando con la vita, godendo solo dei benefici che comporta.

Non saranno neppure i gesti estremi a cambiare il corso della loro esistenza, perché la terra dove gli Iperborei possono essere felici è lontanissima: qui, nel presente e nell’unico mondo possibile, tra droghe, alcool e psicofarmaci, si può cambiare poco, ma  si può evaporare abbracciando un’ultima volta l’orizzonte.

Poldo Biancheri si è dato il compito di raccontare questo mondo con le sue storture: “Allora rimango qui, perché sempre è stato: vivere e non godersi mai nulla. Abbiamo un compito, noi. Un compito impossibile: distruggere, creare, distruggere.”

Pietro Castellitto si è dato quello di narrare di Poldo e dei suoi amici attraverso una storia di pura fantasia.

Ma attenzione, ricorda in chiusura: “La realtà di quest’epoca supera spesso la forza del pensiero stabilendo un limite da cui la fantasia può partire. È tutto falso, ma per pochissimo.”

Pietro Castellitto, essere trentenni o avere trent’anni?AUTORE : Pietro Castellitto

TITOLO : Gli Iperborei

EDITORE : Bompiani

PAGG. 240      EURO 18,00 (disponibile versione eBook euro 11,99)

 

 

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo, Critico Letterario

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