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Tullio De Mauro, una vita da linguista

Tullio De Mauro, una vita da linguista

Il 5 gennaio 2017, mentre eravamo intenti a pensare a come ci sarebbe piaciuto poter festeggiare ancora un compleanno di Umberto Eco, ci raggiungeva la notizia che uno dei suoi amici, uno che aveva percorso con lui molta strada, se ne era andato.

Tullio De Mauro ci aveva lasciati orfani, privi di una delle menti più acute del Novecento nel campo della Linguistica.

In realtà De Mauro era stato, nei decenni del secondo dopoguerra, uno dei fondatori di questa disciplina, a quel tempo neppure considerata tale in Italia, grazie anche e soprattutto al lavoro di traduzione dell’opera di Ferdinand De Saussure, il padre della linguistica moderna.

La passione per lo studio della e sulla lingua lo ha accompagnato sempre, sia quando ricopriva importanti incarichi di Docente nelle Università italiane, sia quando tentava, come Ministro della Pubblica Istruzione, di impostare un nuovo corso per la scuola italiana, sia quando rilasciava interviste pungenti come strali sulla situazione attuale della nostra lingua.

In ogni occasione la sua straordinaria ricchezza culturale appariva evidente, sebbene Tullio De Mauro non fosse intenzionato a metterla in mostra, creandosi un alone da personaggio mediatico come oggi sembra essere fondamentale per chiunque sia un personaggio pubblico.

L’uomo coltissimo si esprimeva con la semplicità di chi vuole e sa raggiungere una platea molto ampia, perché De Mauro aveva fatto sua la lezione di Alessandro Manzoni sulla inutilità di un parlato e di una conoscenza che vengano riservati ad un’élite e non raggiungano le masse.

Tullio De Mauro, una lingua di tutti e per tutti

Era il 1961 quando si celebrava il primo secolo di vita dell’Italia Unita e Tullio De Mauro pubblicava la “Storia linguistica dell’Italia unita”, risultato di uno sforzo titanico di ricerca e di analisi di dati sufficienti a definire i caratteri dei parlanti di quel tempo.

Quanto emerso non era certo entusiasmante: nel 1861, all’atto della dichiarazione dell’Unità, la lingua italiana era privilegio di pochissimi, la gran parte della popolazione si esprimeva in dialetti assolutamente incomprensibili tra di loro.

Le prime riforme scolastiche, dopo il 1876, avevano avuto come spinta ideale la diffusione di una lingua unica, quella che Manzoni aveva recuperato dopo l’oblio settecentesco e che aveva illustri progenitori come Dante, Petrarca, Boccaccio.

Il lavoro di De Mauro dimostrò che, a un secolo di distanza, ben poco era cambiato nella sostanza: la penisola era attraversata da fiumane di emigranti padroni solo del proprio dialetto, incapaci di comunicare a livello nazionale grazie alla conoscenza dei fondamentali espressivi.

La lingua italiana era ancora un’utopia, cinquant’anni fa, proprio quando Tullio De Mauro cominciava a muovere i primi passi in un magmatico caos espressivo.

I grandi cambiamenti socio-economici avvenuti negli anni del boom economico fecero da propulsore ad un cambiamento in ambito linguistico che rimase però, come più volte ribadito da Tullio De Mauro, ad un livello di superficie, senza intaccare la profondità del problema.

Lo studioso mai si erse a baluardo della “italianità” a scapito dei dialetti, mai demonizzati ma sempre riconosciuti come un valore aggiunto.

I cambiamenti sociali in atto, però, avrebbero richiesto un altro uso della comunicazione, più efficace, più condivisa tra parlanti, più solida.

Nei suoi interventi recenti, Il Professore sottolineava con amarezza il fallimento di un sistema di crescita linguistica fermo ai blocchi di partenza, se non addirittura in regresso: a cinquant’anni di distanza dal suo primo monumentale lavoro, a cui ne seguirono decine e decine di altri, la realtà non era mutata in modo sostanziale.

Agli analfabeti strutturali dell’Ottocento, quelli incapaci di leggere e scrivere, si sono sostituiti nel tempo gli analfabeti funzionali, quelli che, pur avendo alle spalle un percorso scolastico, abbandonano  del tutto le due suddette attività fondamentali e si  dimostrano, col passare del tempo, incapaci di produrre o decodificare un testo di un livello appena superiore a quello basico.

E la colpa non va attribuita alla scuola, secondo Tullio De Mauro che ne conosceva molto bene il funzionamento, o almeno non solo alla scuola, bensì alle pessime abitudini del popolo italiano, fanalino di coda in diverse statistiche europee relative al numeri di quotidiani, di giornali in genere o di libri acquistati nel corso di un anno.

Solo leggendo si solidifica la propria formazione, non si perde quanto acquisito ma lo si amplia e si evita il dramma dell’analfabetismo funzionale: una lezione di vita semplice, quella lasciataci in eredità da Tullio De Mauro, ma fondamentale, da porre come fondamento della nostra esistenza, perché, come da lui sostenuto, solo un popolo padrone della propria lingua diventa padrone del proprio destino.

Tullio De Mauro, una bibliografia sterminata

Nei suoi cinquant’anni di attività costante, le pubblicazioni sono state centinaia, per cui non si ha che l’imbarazzo della scelta, nel momento in cui ci si voglia avvicinare senza filtri al suo pensiero, di una chiarezza cristallina.

La “Storia linguistica dell’Italia repubblicana” ci permette di destreggiarci tra i problemi e le mancate soluzioni degli ultimi decenni, i problemi che ci hanno condotti oggi ad esprimerci con un vocabolario ridotto, con ingiustificabili anacoluti, con formule espressive che hanno eretto le “male parole” a strumento di affermazione.

La funzione di divulgatore assunta da Tullio De Mauro è evidente in saggi come “In principio c’era la parola?”, “Prima lezione sul linguaggio” o “Che cos’è una lingua?”, in cui il Professore abbandona la sua cattedra di Filosofo del Linguaggio e compiendo un percorso di regressione si avvicina il più possibile ai parlanti per poter entrare in empatia con loro, trasmettere le sue conoscenze e renderli più ricchi, compito principale di un docente.

Per chi riuscirà ad appassionarsi alla Linguistica, la scelta tra i libri di De Mauro sarà inevitabile, dalla “Minisemantica dei linguaggi non verbali e delle lingue” alle “Lezioni di linguistica teorica”, passando per i testi di riflessione sulla scuola.

Le lezioni che ci ha lasciato in eredità ci compenseranno in parte della sua perdita, illudendoci che la sua cultura, la sua ironia, la sua discrezione e il suo veder lontano non ci abbiano abbandonati per sempre.

Tullio De Mauro, una vita da linguista

 

 

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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