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Imparare a parlare: quando ci vuole un aiuto in più

Imparare a parlare: quando ci vuole un aiuto in più

C’è chi dice prima “mamma” e chi pronuncia prima “papà” o “pappa”, ma una cosa è certa: non esiste un momento esatto in cui tutti i bambini pronunciano la prima parola. Questo perché a sviluppare il linguaggio concorrono molti fattori sia biologici che ambientali e imparare a parlare per qualcuno è un traguardo che si raggiunge più tardi.
Di solito, intorno al secondo anno di vita, il vocabolario del bambino è già composito e arriva a disporre di circa 200 parole. Eppure ci sono bimbi che non hanno queste capacità, mandando in ansia i genitori.  Come ci si rende conto se un bambino ha davvero dei problemi in tal senso? Quando i genitori devono davvero preoccuparsi?

Imparare a parlare è un’operazione complessa

“Il linguaggio è una funzione cognitiva altamente complessa e integrata. Questo significa che può essere messo in crisi da problematiche cognitive, percettive, deprivazione sociale e disturbi relazionali”, spiega Mauro Ventura, logopedista del Dipartimento di Neuroscienze del Bambino Gesù. “Ma il disturbo del linguaggio specifico primario si può manifestare anche in maniera indipendente da questi disturbi”.

Si stratta di un fenomeno che nel nostro paese interessa circa il 30 per cento dei bambini, non pochi.
Sono soggetti che si rivolgono ai centri territoriali delle Asl già con diagnosi sospetta per difficoltà di linguaggio o di apprendimento scolastico. Ma ci sono dati più specifici
“La Consensus Conference dello scorso anno ha confermato che i cosiddetti ‘parlatori tardivi‘, vale a dire quei bambini che in presenza o meno di un disturbo, parlano tardi sono circa il 13%”, specifica Ventura. “Di questa quota, un 70% di loro recuperano il disturbo intorno ai 3 anni. Possiamo davvero stimare la difficolta’ primaria del linguaggio intorno a un 5% su base nazionale. All’interno di questo 5% il rapporto tra maschi e femmine è del 2,5% a 1. I maschi, come per altre patologie neuropsicologiche, sono il sessomaggiormente vulnerabile”.

Monitorare la situazione senza allarmarsi

Spaventarsi non serve, anzi. Piuttosto è importante informarsi e tener presente cosa accade nella
fascia di età da 0 a 3 anni, identificata come cruciale per lo sviluppo del linguaggio.

“È in questo periodo che il neonato comincia ad emettere suoni vegetativi per poi passare al vocalizzo allo scoccare dei 3 o 4 mesi, si passa alla lallazione fino ad arrivare all’anno di vita dove il bambino emette la prima o le prime parole”, continua il logopedista. “Attorno ai 24 mesi ci si aspetta che il piccolo possa disporre di un vocabolario costituito da 100, 150 o 200 parole e ne combini almeno due insieme. Intorno ai 3 anni il bambino dovrebbe essere in grado di costruire frasi complete”.

Ma se questa tempistica non viene rispettata, cosa bisogna fare?

“Se il bambino tarda rispetto a queste tappe, è giusto che i genitori approfondiscano il problema che va discusso con il pediatra di libera scelta”, risponde Ventura. “Dopo questo primo step sarà il pediatra, quasi sicuramente o dovrebbe farlo, a direzionare il paziente dallo specialista. In ogni caso va dato rilievo anche alla comprensione delle parole del bambino, un aspetto cruciale nelle eventuali future scelte terapeutiche”.

Imparare a parlare non è impossibile

Fortunatamente, se ben seguiti, la maggior parte di questi bambini risolve il problema.

“Se parliamo di disturbi primari del linguaggio, un 70% dei bambini ‘parlatori tardivi’ entro i 3 anni puo’ risolvere il problema”, continua Ventura. “Si tratta di bambini che, diciamo così, ‘sbocciano più tardi’. Poi il 30% di questi ‘parlatori tardivi’, che corrisponde al 5% dei bambini con disturbi del linguaggio, puo’ riportare progressi significativi. Altri invece porteranno delle tracce di disturbi del linguaggio anche oltre i 10 anni. Questi pazienti allora vanno seguiti e monitorati perché il linguaggio progredisce nel tempo ed è una competenza che non serve solo a inviare e recepire un messaggio, ma serve anche a strutturare il pensiero e fare un processo di apprendimento di lettura e scrittura. Queste fasi possono essere migliorate e indirizzate con un intervento corretto”.

Per imparare a parlare serve collaborazione tra famiglia, scuola e specialista

“Dovrebbero certamente confrontarsi ed essere collegati fra di loro. E’ importante che la famiglia riceva perciò dallo specialista, in primo luogo il logopedista, le indicazioni per interagire al meglio con il bambino affetto da disturbi del linguaggio. Questo è importante anche nei casi lievi, perché il problema in ogni caso può generare delle complicazioni di tipo emotivo e relazionale. Il bambino che non riesce a farsi capire e comprende di non essere capito, pur essendo intelligente, puo’ andare verso una chiusura della relazione con l’altro.

Un errore da non fare

Spesso i bambini che hanno difficoltà a parlare possono manifestare anche una irritabilità maggiore. È controproducente chiedere al piccolo di ripetere, far finta di non capire per costringerlo a pronunciare bene le parole.

Il genitore deve ascoltare il bimbo ed espandere la comunicazione in forma corretta e mostrarsi come modello senza sgridarlo.

Su indicazioni dello specialista la famiglia e la scuola devono collaborare e utilizzare un lessico comune. Lo scopo non è quello di convergere tutti sul disturbo, ma sul bambino e il suo disturbo. Cosa ben diversa. Solo comprendendo l’identità del piccolo paziente sarà possibile compiere dei progressi”.

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