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La buona scuola sarà anche scuola di qualità?

Il dibattito intorno alla scuola pubblica ha animato e anima tutt’oggi la scena politica, economica e sociale del nostro Paese, ma soprattutto il mondo della cultura, dell’università e della ricerca. Da più parti si è sollevato un coro di proteste e il bisogno disperato di una scuola pubblica di qualità che sia al passo con i tempi e che soddisfi le esigenze di tutti e di ciascuno. Ma, purtroppo, come sempre più spesso accade, al di là di semplici proclami e di demagogiche promesse elettorali nulla è cambiato. Seppur riconosciuta in teoria, l’esigenza di una scuola di qualità, la buona scuola viene negata nella pratica.

La buona scuola: il conflitto con la crisi economica

Le leggi, i provvedimenti e i decreti che hanno caratterizzato la politica scolastica lo dimostrano: in poco tempo, il nostro sistema ha subito un’implosione ed è stato risucchiato dal vortice della crisi economico-finanziaria.

A fronte di un incremento del numero degli alunni, soprattutto disabili, si è registrata, negli anni, in maniera inversamente proporzionale, una drastica diminuzione degli insegnanti, che – come se non bastasse – sono sempre più in là con l’età. L’Italia, infatti, ha il poco onorevole primato per l’anzianità del corpo docente, triste effetto dell’allungamento dell’età pensionabile e delle criticabili modalità di svolgimento dei nuovi concorsi e degli speciali corsi abilitanti.

Ne consegue che la precarietà, oggi, è diventata una categoria sociale, una condizione di vita che pone alcune centinaia di migliaia di docenti meno fortunati a piegarsi alle logiche della spending review e del contenimento della spesa pubblica. Come se non bastasse, ogni giorno, bisogna fare i conti con la scarsa sicurezza degli edifici, gli alti costi delle mense, con la carenza di personale specializzato, con l’aumento della conflittualità tra colleghi e tra questi e le famiglie, con la mancanza di supplenti, gestendo, contemporaneamente, il contraddittorio rapporto tra scuola pubblica e scuola paritaria. La qualità dell’educazione e dell’istruzione di una nazione intera è in caduta libera e le garanzie fondamentali previste dalla Costituzione sia per i docenti che per i discenti sono solo frasi altisonanti che restano sulla carta. Dall’altro lato della barricata le migliori intenzioni, l’ostinazione del testardo, la passione del non arrendevole, il sacrificio dello stoico, la tenacia di chi ultima gli studi nel più breve tempo possibile, una lode sul pezzo di carta e un bacio accademico in fronte, il tutto condito da mancanza di stabilità e di fiducia.

Eppure, il cambiamento culturale è assolutamente necessario: Renzi parla di buona scuola, di un “patto educativo”, di “un anno di tempo per rivoluzionare la scuola italiana” e per “darle importanza”. Un anno per la costruzione della crescita dei prossimi venti anni. Basta con la “supplentite”, basta con gli scatti di stipendio per anzianità, via a una campagna di ascolto che ponga al centro dei programmi gli studenti e le loro esigenze, le aule digitali, il merito, presidi che siano in grado di praticare davvero l’autonomia. La “buona scuola” sarà “al centro dello sviluppo dell’Italia che verrà”.

La buona scuola è solo un’idea. Almeno per ora

Una scommessa, un progetto, un impegno, dopo anni di scommesse, di progetti di impegni. Per il momento la buona scuola è solo un disegno di legge, a fronte di assunzioni che sono una priorità ed un’urgenza. Intanto, sull’Italia grava come un macigno la sentenza della Corte di Giustizia europea che, lo scorso mese di novembre, ha condannato il nostro Paese per abuso di contratti a tempo determinato nell’istruzione. E si fa sentire sempre più il peso della paura, del timore che tante parole non si trasformino mai, nemmeno questa volta, in fatti concreti.

di Maura Corrado

 

 

 

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