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Antonio Manzini: orfani bianchi, figli di un Dio minore

Antonio Manzini: orfani bianchi, figli di un Dio minore

Che cosa ha spinto lo scrittore Antonio Manzini a lasciare il certo per l’incerto, ad abbandonare il solco da lui ben tracciato del romanzo giallo per addentrarsi in un contesto narrativo a sfondo sociale, di denuncia del presente?

L’essere venuto a contatto diretto con una realtà prima soltanto filtrata dai resoconti altrui, lui dice, la voglia di staccarsi dai personaggi che, una volta creati, assumono vita autonoma e schiacciano, con la loro ingombrante presenza il loro autore, pensiamo noi dalla privilegiata posizione di lettori.

In effetti tra il vicequestore Rocco Shiavone e la badante moldava Mirta, protagonista del romanzo “Orfani bianchi”, non c’è alcuna correlazione, Antonio Manzini si è strappato l’abito del giallista per volgere il suo sguardo altrove, recuperando  memorie di scrittura che affondano le loro radici nei primi decenni dell’Ottocento, nei romanzi sociali di Balzac.

Esperimento riuscito?  In parte, si potrebbe dire, perché lo sguardo sulla realtà viene talora offuscato da una emotività eccessiva che prende il sopravvento, perché i buoni e i cattivi, gli eroi e gli antieroi non sono divisibili in categorie preconcette, ma costituiscono un magma indivisibile, perché se in un poliziesco il finale appare un elemento scontato, al massimo costruito con un effetto a sorpresa, in questo tipo di narrazione non è così, ogni autore sceglie di portare la propria storia dove desidera, cercando una attendibile verosimiglianza (e Antonio Manzini sembra aver esagerato proprio a questo punto, nel finale).

Solitudini a confronto nel romanzo di Antonio Manzini

A fianco di Mirta, badante che vive in Italia nella speranza di poter fare ritorno nel suo paese e riprendere in mano la sua vita e quella del figlio lasciato con la nonna, l’autore tratteggia altre figure femminili, alcune non dissimili da un semplice bozzetto, altre analizzate più nel profondo, nella loro condizione di attesa di ciò che la vita può loro riservare senza scampo, ovvero la fine dell’esistenza stessa, com’è nel caso di Eleonora.

Ma al centro dell’attenzione ci sono sempre loro due, Mirta e Ilie, il figlio di dodici anni, ciascuno con il proprio dolore che grava su spalle troppo fragili per sopportarlo.

Mirta ha lasciato la Moldavia e Ilie solo per garantire a quest’ultimo un futuro migliore del suo, ma i soldi e i doni che spedisce non sono sufficienti a colmare il suo senso di colpa per l’abbandono e il vuoto affettivo che il ragazzo sente crescere intorno a sé, soprattutto dopo la morte della nonna e la successiva collocazione all’interno di un orfanotrofio.

In questo istituto, di certo non costruito a misura di bambino o di adolescente, solo la metà dei piccoli orfani è realmente tale, gli altri sono orfani bianchi, quelli così chiamati perché, pur avendo un genitore, crescono da soli, dal momento che questi si trova a migliaia di chilometri di distanza nel disperato tentativo di guadagnarsi da vivere.

Mirta scrive mail a Ilie, in cui gli racconta la sua quotidianità, ma lui non risponde, non comunica con la madre, non prova ad abbattere il muro di silenzio che li separa, così condannandola ad una ulteriore inutile sofferenza.

E’ una donna giovane e forte, pur con grande fatica non si lascia annientare da questo dolore e cerca disperatamente un lavoro dopo l’altro,  giocando “sporco” quando è necessario, perché guadagnare lo stipendio è ciò che le dà la forza di andare avanti, di accettare una condizione di emarginata sociale comune a molti stranieri che svolgono attività simili alla sua in Italia.

E’ proprio nel creare questa personalità che Antonio Manzini sembra indulgere al buonismo astratto, nel generare nei lettori la veridicità dell’equivalenza straniero = buono, italiano = cattivo, arido e profittatore.

Alla sua Mirta non si può rimproverare quasi nulla, come avviene nella realtà per molte badanti straniere che si prendono cura dei nostri anziani, laddove gli obblighi lavorativi non consentono alla famiglia una presenza costante, ma questo atteggiamento non è sempre dettato dall’essere figli egoisti ed anaffettivi, incapaci di riconoscenza verso chi li ha cresciuti, come talora si evince dai personaggi di Antonio Manzini.

La costante dell’incomunicabilità nelle pagine di Antonio Manzini

Sono rare le occasioni in cui Mirta matura la convinzione di essere ascoltata e compresa, qualunque sia il suo interlocutore: nel suo lavoro è insita una costante dolorosa, quella che si tratta di un impiego a tempo, quello che resta agli anziani a lei affidati prima di morire.

Sono persone che hanno perso o hanno volutamente interrotto i rapporti col mondo esterno, sono chiuse nel loro bozzolo e sembrano impermeabili a qualunque sollecitazione: Antonio Manzini racconta questa quotidianità fatta di conversazioni a senso unico, di monologhi che si sostituiscono ai dialoghi, di speranze in un futuro diverso indispensabili per sopravvivere a un presente desolante.

Mirta conduce la sua esistenza a fianco di individui che solo raramente, come accade ad esempio con Pavel, nutrono sentimenti nei suoi confronti, per la maggior parte del tempo attraversa in solitudine le sue giornate, sempre troppo uguali tra di loro.

Lo spaccato sociale illustrato da Antonio Manzini lascia poco spazio alla speranza, appare come un monito a chi si ritiene privilegiato perché non toccato da vite tanto difficili, lontano dai propri figli e dalla possibilità di garantire loro un domani dignitoso se non pagando un prezzo molto, spesso troppo, elevato.

Anche per Mita sarà così, le toccherà fare i conti con la scelta fatta per Ilie ma anche a danno di Ilie, con l’inutile tentativo di offrirgli in cambio di un vuoto di tipo affettivo scarponcini nuovi, maglioni, guanti e sciarpe.

Questi non basteranno a scaldare il cuore di un ragazzino smarritosi tra le mura di un istituto, né a permettergli di costruirsi un sogno futuro, garanzia di resilienza alla difficoltà del presente.

Il dissolversi del sogno del figlio sarà causa dell’annientamento di quello materno, in un finale in cui Antonio Manzini si propone certamente di scuotere le nostre coscienze, inducendoci ad abbandonare gli stereotipi per un maggior impegno da profondere nella conoscenza dell’altro, quello che vive al nostro fianco quotidianamente ma che noi diamo per scontato, senza preoccuparci di vederlo ed ascoltarlo pienamente.

Antonio Manzini: orfani bianchi, figli di un Dio minore

 

AUTORE : Antonio Manzini

TITOLO : Orfani bianchi

EDITORE : Chiarelettere

PAGG. 266,   EURO 16,00

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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