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Massimo e Niccolò Ammaniti, riflessioni a due

Massimo e Niccolò Ammaniti, riflessioni a due

Niccolò Ammaniti, a ragione considerato una delle migliori penne del nostro tempo, è nome certamente noto, in quanto autore di personaggi e storie entrate nella memoria letteraria di molti, come il piccolo protagonista di “Io non ho paura”.

Più difficile è fare immediatamente chiarezza su Massimo Ammaniti, conosciuto invece in un contesto più specialistico, quello universitario, come Docente di psicopatologia dell’età evolutiva.

Un figlio e un padre, due uomini di successo che hanno anni fa deciso di incrociare le loro strade di scrittura per dare vita ad un lavoro tra la saggistica e la narrativa, recentemente poi rieditato per tornare ad essere letto non più come specchio del presente, ma come riflesso di un’epoca che può essere un utile confronto per l’attualità.

Un giovane Niccolò Ammaniti alle prese con il padre

“Nel nome del figlio” è scritto a quattro mani, con spazi esclusivamente dedicati a ciascuno dei due autori, che sempre si affiancano ma non si sovrappongono.

Niccolò Ammaniti era un giovane scrittore appena agli esordi quando suo padre Massimo scelse i suoi racconti brevi come struttura di base su cui costruire le sue analisi da psichiatra,in un parallelo che si snoda lungo tutto il testo.

Il sottotitolo del libro, “L’adolescenza raccontata da un padre e da un figlio”, svela sia il tema su cui ruota la scrittura, sia la volontà di osservare uno stesso fenomeno sotto due punti di vista molto differenti, anche e soprattutto in ambito generazionale.

L’adolescenza, quella terra di nessuno che porta all’età adulta e che è ricca di insidie e di gioie inattese, diventerà poi oggetto di grande interesse per Niccolò, perché non ci sarà opera nella quale non venga dato spazio a questo momento dell’esistenza, facendo sì che molti suoi lavori possano rientrare di buon grado nel novero dei romanzi di formazione.

In questo lavoro col padre egli racconta come gli adolescenti si trovino a fare i conti con metamorfosi continue che coinvolgono il corpo e la mente, dibattuti tra la ricerca di una propria identità come singoli e come parte di un gruppo, a volte addirittura di un branco, che rafforza le debolezze e maschera gli insuccessi sotto falsi successi.

E’ un’età così critica che il solo ripeterlo appare banale, ma occorre con tristezza constatare che molte delle difficoltà identificate allora da Niccolò Ammaniti non hanno ancora trovato soluzione, in primis quelle che potrebbero essere risolte grazie ad una società più a misura di adolescente, che gli dia delle possibili indicazioni sul futuro e non lo abbandoni nell’incertezza del presente come accade ancora di più in questo nuovo millennio.

Un padre, Massimo, a sostegno di un figlio, Niccolò

Nelle riflessioni a specchio dei racconti che Massimo Ammaniti costruisce, trapela invece la saggezza del padre e dello psichiatra, dovuta certo al percorso professionale intrapreso ma anche al lavoro svolto sul campo come genitore.

Questa seconda è la parte di impianto più saggistico, in cui lo scrittore sceglie come punto di partenza una delle più antiche raccolte di narrazioni, i Vangeli, con la parabola del figliol prodigo, una delle più difficili da accettare nella sua simbologia.

Si dipanano da questa riflessione iniziale, da questo figlio che è passato dalla eccessiva fiducia in se stesso alla umiliazione di una fatica che neanche i servi di suo padre compiono, le analisi del Professor Ammaniti, con uno sguardo a suo figlio ed uno a tutti i possibili padri che leggeranno quanto scrive.

Qual è il giusto comportamento del padre?

Come può conciliare l’amore per due figli così diversi senza ferire nessuno?

Come può un qualsiasi padre trovare la strada più giusta da percorrere con i propri figli?

Domande senza tempo e troppo spesso senza risposta, laddove manchino gli strumenti per cercarla, proprio quelli che Massimo Ammaniti prova a dare.

Massimo e Niccolò Ammaniti, si è figli e padri per sempre

In questa prospettiva “Nel nome del figlio” è un libro senza tempo: non è così importante che siano cambiate le coordinate spazio-temporali, che l’evoluzione dell’individuo e della società ci facciano apparire gli anni Novanta, in cui apparve per la prima volta, come degni di un passato remoto.

Ciò che non cambia sono i fondamentali: un padre, un figlio, una crescita, un’educazione.

La relazione di un figlio con un padre è un surrogato di cordone ombelicale, è il risultato di battaglie e di tappe di crescita, è l’insieme di due rette che a volte corrono parallele per tutta la vita, a volte, per uno scarto imprevisto, diventano convergenti.

Massimo Ammaniti con la fiducia del padre concede al figlio il piacere che tutti i figli desiderano, un momento di condivisione assoluta, in questo caso la stesura di un libro; Niccolò Ammaniti con il rispetto e l’ammirazione del figlio nei confronti di un genitore così importante gli concede il dono della sua scrittura.

La convergenza è data, le strade si sono ricongiunte, l’obiettivo che il Professor Ammaniti auspica come risolutivo per tutte le relazioni di questo tipo è stata raggiunto.

Forse non sarà così facile per tutti, forse essa sarà solo sfiorata e poi di nuovo persa, ma l’importante è averla percepita nel corso della propria esistenza, aver sentito il proprio padre come la più ingombrante delle presenze al nostro fianco: una presenza fatta d’amore.

 

Massimo e Niccolò Ammaniti, riflessioni a dueAUTORE: Massimo e Niccolò Ammaniti

TITOLO: Nel nome del figlio

EDITORE: Mondadori

PAGG. 228, EURO 9,50

 

 

 

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Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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