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Disturbo bipolare: un' incontenibile felicità che può portare al suicidio

Disturbo bipolare: un’ incontenibile felicità che può portare al suicidio

Negli Usa è considerata la “malattia dei vip”, per quanto è diffusa tra i personaggi del mondo dello spettacolo (Ben Stiller, Robbin Williams, Sinéad O’Conner, Jim Carrey, Peter Gabriel). E se ne possono seguire le “tracce” anche in passato, nella storia personale di importanti artisti, scrittori, personaggi politici e creativi (Marilyn Monroe, Ernest Hemingway, Victor Hugo, Winston Churchill, Vincent van Gogh). A tutt’oggi il disturbo bipolare è una malattia che riguarda almeno 30 milioni di persone nel mondo.
Ed è in realtà un problema molto serio – e molto poco “glamour” – che pesa sulla qualità di vita sociale e lavorativa dei malati e delle persone che sono loro vicine.
La malattia bipolare è difficile da gestire (per i medici e per chi ne soffre) e accade abbastanza frequentemente che le persone interrompano le cure, per una serie di motivi diversi.
Ma si può curare e anche con ottimi risultati, a patto che si riceva una diagnosi corretta, il più precoce possibile, e i giusti trattamenti.

Che cos’è il disturbo bipolare

Il disturbo bipolare è caratterizzato da oscillazioni del tono dell’umore: periodi di euforia (mania o ipomania) si alternano a periodi di depressione. E non si tratta dei classici “sbalzi d’umore”, a cui ogni persona può essere soggetta.
Nel disturbo bipolare le oscillazioni sono evidenti, cicliche, si verificano nella maggior parte dei casi per tutta la vita e influiscono direttamente sulla qualità della stessa.
Nelle fasi di depressione – che occupano la maggior parte del tempo di malattia – oltre al forte calo di umore, c’è un rallentamento dei pensieri, la mancanza di energia e l’incapacità ad affrontare gli impegni quotidiani; nella fase maniacale, l’esaltazione dell’umore, il senso di euforia, possono essere così forti da far perdere, nei casi più seri, la cognizione dei limiti e il rapporto con la realtà.

I sintomi del disturbo bipolare

In media la malattia si sviluppa nella prima età adulta, intorno ai 25 anni e può esordire sia con fasi di depressione, sia di ipomania o mania.
A seconda della serietà di malattia, si distinguono due tipi di disturbo bipolare:
– il disturbo bipolare di tipo I, con episodi depressivi ed episodi maniacali;
– il disturbo bipolare di tipo II con episodi depressivi ed episodi ipomaniacali.
Nel corso del disturbo bipolare ci possono essere anche degli stati cosiddetti “misti”, caratterizzati dalla presenza contemporanea di sintomi delle due fasi (ad esempio la persona è depressa ma al contempo molto loquace ed agitata), che tendono oggi ad essere considerati una vera e propria “terza polarità” e che sono talvolta molto difficili da diagnosticare.
La caratteristica fondamentale del disturbo è la ciclicità, che può avere talora un andamento stagionale. Tra un episodio e un altro, la persona può avere dei periodi di relativo benessere e stabilità emotiva, più o meno lunghi, soprattutto grazie all’assunzione dei giusti farmaci.

Mania

Tra i sintomi della fase di mania ci sono:
– euforia, agitazione, senso di felicità, a volte umore irritabile o vera e propria rabbia
– incremento dell’energia fisica e mentale
– diminuzione del bisogno di sonno, senza sensazione di fatica.
– estrema velocità di pensiero, associazioni molto veloci tra un’idea e l’altra
– maggiore loquacità, la persona parla molto più del normale
– convinzione di essere invincibile sino, nei casi più gravi, al delirio di onnipotenza
– impulsività e scarsa capacità di giudizio
– comportamenti sregolati, inappropriati e rischiosi (compresi approcci sessuali disnibiti, abuso di droghe o alcol eccetera).

Ipomania

L’ipomania è una forma attenuata di mania: corrisponde a uno stato dell’umore chiaramente alterato rispetto alla condizione di base di una persona e può durare alcuni giorni, ma anche molti mesi. L’ipomania presenta delle caratteristiche “solari” che possono aiutare a distinguerla dalla normalità:
– maggiore fiducia in se stessi,
– maggiore motivazione nel lavoro,
– minore timidezza,
– minori inibizioni,
– eloquio più ricco,
– maggiore tendenza a scherzare e ridere,
– capacità di pensiero più rapida eccetera.
D’altra parte, vi sono le caratteristiche del lato “oscuro” dell’ipomania, cioè i comportamenti rischiosi (guida imprudente, gioco d’azzardo, investimenti avventati), maggiore tendenza alle spese e/o agli acquisti, maggiore irritabilità e impazienza, maggiore energia e interesse sessuale, maggiore consumo di caffè, sigarette, alcool e droghe.
Di fatto, si tratta delle stesse manifestazioni della mania ma in forma più lieve.
Molti di questi sintomi sono percepiti, dalla persona con un disturbo bipolare di tipo II, come funzioni normali: sono persino desiderati o rimpianti dai malati. Per questa ragione, quando la persona si rivolge allo specialista, spesso non riferisce spontaneamente la sua storia di sintomi ipo-maniacali, ma solo quelli di depressione.

Depressione

Tra i sintomi della fase di depressione ci sono:
– irrequietezza e irritabilità, difficoltà di concentrazione
– tristezza profonda, senso di disperazione
– perdita delle energie fisiche, senso di fatica
– insonnia o ipersonnia
– perdita dell’appetito o ricerca continua di cibo (specie carboidrati)
– aumento delle sensazioni di ansia e preoccupazione
– perdita di interesse per le normali attività quotidiane
– senso di colpa
pensieri di suicidio sino al desiderio di compierlo ed alla messa in atto di comportamenti autolesivi
– calo di appetito e di sonno.

Alcuni punti chiave sul disturbo bipolare

Le fasi del disturbo bipolare sono sempre due: la depressione e la mania. Possono essere a vari gradi, ma entrambi (e non solo la mania) sono sintomi della malattia.
Le persone che soffrono di disturbo bipolare hanno spesso, nella propria storia familiare, parenti che hanno sofferto della stessa malattia o di altri disturbi dell’umore. Questo dato avvalora l’ipotesi che ci sia anche una componente “genetica” nel disturbo.
Perché la malattia si manifesti – oltre alla componente genetica – gli specialisti ritengono necessaria anche la presenza di fattori ambientali (le esperienze di vita, l’ambiente familiare, gli eventi esterni). Ciò vale a dire che, tra due persone con lo stesso patrimonio genetico cresciute in ambienti diversi (come i gemelli monozigoti adottati alla nascita), può accadere che una sviluppi la malattia e l’altra no.
Nel disturbo bipolare, infine, si riscontra spesso uno squilibrio chimico nei neurotrasmettitori (le sostanze che consentono il passaggio delle informazioni tra le cellule del sistema nervoso), ma non si osserva alcuna anomalia specifica a livello del cervello.
Il disturbo bipolare può essere molto invalidante – se non curato bene – perché il rischio di ricaduta rimane per tutta la vita.

L’importanza della cura

Anche le forme più serie del disturbo bipolare possono essere curate con ottimi risultati e la malattia in tal caso è compatibile con una normale vita produttiva, sociale e affettiva. E molte persone bipolari – anche con importanti ruoli sociali e responsabilità – riescono ad avere una vita soddisfacente ed evitare che il disturbo pregiudichi il loro lavoro.
Ma sono necessari:

  • una diagnosi corretta e precoce, perché il disturbo bipolare non sia scambiato (e curato) come una depressione convenzionale (quella, in sostanza, che non si alterna a euforia). In questi casi, infatti, l’ipomania lieve (del tipo II) non viene considerata un sintomo di malattia e la persona viene curata con soli antidepressivi che possono invece destabilizzare ancora di più l’umore, nei soggetti predisposti;
  • un trattamento farmacologico adeguato, efficace, ben tollerato e continuativo, che deve proseguire, spesso, per tutta la vita.

Il disturbo bipolare si cura con i farmaci e non solo

L’obiettivo della cura del disturbo bipolare è stabilizzare l’umore ed evitare le continue oscillazioni tra mania e depressione. Non si cura l’episodio singolo, ma la malattia nel suo complesso. E quanto più precoce è la scoperta della malattia, tanto più aumentano le chance di ridurre il numero e la gravità degli episodi;

  • I farmaci da impiegare come terapia fondamentale sono gli “stabilizzatori del tono d’umore”: contengono gli eccessi di euforia, possono alleviare la depressione e soprattutto aiutano a prevenire nuovi episodi.
  • Tra gli stabilizzatori del tono dell’umore il più diffuso e storicamente più datato è il litio, in particolare per trattare gli episodi di mania e per prevenire soprattutto le ricadute maniacali.
  • Sempre come stabilizzatori dell’umore vengono usati da tempo alcuni farmaci anticonvulsivanti (per esempio il valproato sodico, la carbamazepina o la lamotrigina) o gli antipsicotici atipici (per esempio l’olanzapina, la quetiapina o il risperidone).
  • Da pochi anni viene utilizzata anche l’Asenapina un composto che rientra nella categoria degli “antipsicotici atipici”. Questo  farmaco è stato autorizzato dalla Commissione Europea per la cura del disturbo bipolare di tipo I (nella fase acuta di mania), sulla scorta dei risultati positivi di una sperimentazione condotta su circa 1300 malati in tutta Europa. In base a quanto osservato nello studio di sperimentazione, l’Asenapina offre la stessa efficacia dei farmaci già in uso (è stata messa a confronto con l’olanzapina) ma risulta più tollerabile, specie per quanto riguarda gli aspetti legati al metabolismo: il nuovo farmaco determina, infatti, un ridotto incremento di peso corporeo e ha un effetto assai lieve sui livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue. Come è accaduto per altri composti della stessa classe, sono in corso ulteriori studi per documentare la sua efficacia e tollerabilità sul lungo periodo, per la fase di mantenimento del disturbo bipolare.
  • La psicoterapia e la psicoeducazione (cioè il fornire informazioni utili alla gestione della malattia, in modo strutturato, al malato e ai familiari) possono essere di grande aiuto per intervenire sugli aspetti psicologici, relazionali e sociali. Ma non possono sostituire i farmaci, né nella cura degli episodi bipolari né nella prevenzione delle ricadute.

Molte persone affette da disturbo bipolare interrompono le cure

Un problema diffuso nel disturbo bipolare, così come in altre malattie psichiatriche, è che le persone interrompono i trattamenti in corso. Perché? Ciò accade per diversi fattori, legati alla gravità del disturbo, alla personalità del malato, all’ambiente sociale e ai farmaci stessi. Vediamoli.

Per la serietà del disturbo

Durante gli episodi maniacali gravi con sintomi psicotici (deliri e allucinazioni), la persona ha una scarsa consapevolezza del disturbo e scarso contatto con la realtà. Non si sente malata, in sostanza, si sente solo euforica e piena di energia e pensa di non aver bisogno di cure.

Per la personalità

Se al disturbo bipolare è associato un disturbo di personalità (border-line od altro, con frequente uso di droghe o alcol) il malato è incostante, impulsivo, intollerante alle frustrazioni e quindi è meno portato ad assumere i farmaci con regolarità.
In certi casi c’è un rifiuto personale ad accettare l’idea di essere malati: soprattutto nel disturbo bipolare II le persone sono portate a interpretare la fase di lieve euforia come una condizione normale di benessere e non la vogliono curare, semmai la vogliono prolungare il più possibile. Dato che la fase ipomanicale non è mai così acuta da richiedere un ricovero in ospedale (come invece può accadere nel bipolare I) le persone la vivono come un periodo positivo di felicità. Ma è controproducente: ogni fase di euforia si “paga” con una fase depressiva e non curarsi porta a un peggioramento del disturbo complessivo.

Per gli effetti collaterali

Quando i farmaci non si rivelano abbastanza efficaci o hanno effetti collaterali non ben tollerati, la persona non è invogliata a prenderli con costanza, aumentando così le probabilità di ricadute.
Non esistono farmaci efficaci che non abbiano anche effetti collaterali, per cui la scelta terapeutica deve essere effettuata valutando, nel singolo paziente, il rapporto tra il beneficio ed i possibili rischi derivanti dal trattamento.
Il litio per esempio – che pure è molto efficace nel disturbo bipolare tipo I – può provocare vari problemi, dal tremore fino all’ipotiroidismo, deve essere monitorato nel sangue ed ha un notevole effetto “teratogeno”, può cioè creare danni al feto e richiede cautela nelle donne in età fertile.
Altri composti ancora, per esempio gli anticonvulsivanti sono “teratogeni” e possono presentare problemi di gestione o di associazione con altre terapie.
Infine, alcuni antipsicotici atipici possono provocare un aumento del peso corporeo o un incremento dei livelli di zuccheri o di grassi nel sangue, mentre altri, soprattutto a dosi elevate, possono indurre disturbi del movimento quali rigidità e tremore.

Per l’ambiente circostante

L’ambiente familiare e il clima culturale incidono sul successo o sul fallimento della cura. Gli episodi di depressione sono spesso visti come crisi passeggere e la persona che ne soffre viene invitata a “farsi forza”, a “tirarsi su e andare avanti”.
In altri casi ci si rivolge esclusivamente a uno psicologo: ma si tratta di una scelta incompleta, perché il disturbo bipolare non può essere gestito con la sola psicoterapia e ha bisogno di una diagnosi clinica e di una cura con farmaci specifici, diversi da quelli per la depressione “semplice” (unipolare).
Infine, come spesso accade per i disturbi che riguardano la mente, lo stigma ed i pregiudizi che ancora li accompagnano fanno si che la persona stessa ed il suo entourage familiare e sociale vedano l’intervento dello psichiatra come un “marchio” disonorevole.

Numeri e “costi sociali” del disturbo bipolare

Il disturbo bipolare colpisce circa 30 milioni di persone in tutto il mondo. Ed è la sesta causa di disabilità. In Europa almeno 4 milioni di persone ne soffrono.
La prevalenza del disturbo bipolare è di circa 1-2 persone su 100. E uomini e donne sono colpiti in egual misura. Le stime più attuali, inoltre (che prendono in considerazione anche le manifestazioni meno eclatanti, ma altrettanto impegnative sul piano clinico) raddoppiano almeno la stima delle persone colpite.
I costi “sociali” sono molto alti: non si tratta solo di cure mediche o ricoveri in ospedale, ma anche di problemi familiari, problemi sul lavoro causati dagli episodi di euforia o depressione, fino all’impossibilità vera e propria di mantenere un lavoro.
Il disturbo bipolare provoca fasi depressive anche più gravi della depressione “unipolare” (il tasso di suicidi è il più alto di tutti i disturbi psichiatrici), che sono difficili da riconoscere e vanno curate in modo diverso.
Se non è curato, rende molto difficili i rapporti interpersonali perché a ogni crisi di mania o depressione si distrugge ciò che si è costruito nelle fasi di benessere.

 

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