
Falsi miti alimentari, quelli che i nutrizionisti sentono più spesso
“I carboidrati fanno ingrassare”, “la frutta dopo i pasti non va mangiata”, “se un alimento gonfia significa che sono intollerante”. Sono solo alcune delle convinzioni sul cibo che possono sembrare innocue, ma che, quando diventano regole rigide, rischiano di condizionare il modo in cui mangiamo e viviamo l’alimentazione. A fotografare quali siano oggi i falsi miti alimentari più diffusi è un sondaggio condotto tra 25 professionisti della nutrizione di Serenis, ai quali è stato chiesto quali convinzioni incontrino più frequentemente nei loro pazienti e quali considerino più preoccupanti.
Dalle risposte emerge un dato interessante: il mito più diffuso non è necessariamente quello che desta maggiore preoccupazione. I carboidrati, per esempio, sono quasi sempre presenti tra le convinzioni più frequenti. Ma a preoccupare i professionisti è soprattutto un altro aspetto: la tendenza a vivere il cibo attraverso divieti, sensi di colpa e ricerca della perfezione.
Carboidrati, il falso mito alimentare più diffuso
Pasta, pane, riso e, più in generale, i carboidrati continuano a essere al centro di molte convinzioni errate. C’è chi li elimina quando vuole dimagrire, chi evita di mangiarli a cena e chi considera alcuni tipi di carboidrati “peggiori” di altri. Ed è proprio la convinzione che “i carboidrati fanno ingrassare” quella che emerge con maggiore frequenza dalle risposte dei nutrizionisti coinvolti nel sondaggio di Serenis. «È quella più gettonata e inoltre mette il paziente in costante allerta: se ne mangia troppi ha sbagliato, deve rimediare, deve controllare», conferma Irene Celestre, biologa nutrizionista.
Il problema, quindi, non è soltanto l’idea che i carboidrati facciano ingrassare. È il rapporto di controllo che può svilupparsi nei loro confronti: una porzione di pasta diventa qualcosa da “concedersi”, un alimento che deve essere compensato oppure evitato in determinati momenti della giornata.
In realtà, i carboidrati possono tranquillamente rientrare in un’alimentazione equilibrata. L’aumento di peso, infatti, non dipende dalla presenza di un singolo alimento, ma dall’insieme dell’alimentazione e dello stile di vita.

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È però un’altra la convinzione che molti professionisti considerano più insidiosa: quella secondo cui esistono alimenti “buoni” e alimenti “cattivi”, da concedersi oppure da evitare. Il problema si presenta soprattutto quando questa distinzione diventa molto rigida e si trasforma nella ricerca di un’alimentazione perfetta.
«Il risultato è spesso un’alternanza tra restrizione e perdita di controllo, accompagnata da ansia, senso di colpa e paura di alcuni alimenti», spiega Silvia Bigucci, dietista-nutrizionista specializzata nel trattamento dei disturbi del comportamento alimentare. «Con il tempo si rischia di perdere la capacità di ascoltare i propri segnali di fame e sazietà».
È un meccanismo che può essere difficile da riconoscere, anche perché nasce spesso da un desiderio apparentemente positivo: mangiare bene. Ma quando “mangiare sano” significa non concedersi mai un alimento considerato poco salutare, seguire regole sempre più numerose o sentirsi in colpa dopo un pasto diverso dal solito, l’alimentazione può diventare fonte di ansia.
Mirko Ragazzini, biologo nutrizionista clinico, individua proprio nella ricerca della perfezione uno dei falsi miti più insidiosi: «Trasforma le scelte alimentari in un giudizio morale e divide il cibo in “puro” o “sbagliato”». Il risultato può essere un circolo fatto di restrizione, senso di colpa e successiva perdita di controllo. In alcuni casi, la rigidità alimentare finisce anche per influenzare la vita sociale, portando a evitare cene, pranzi o occasioni conviviali per paura di non riuscire a rispettare le proprie regole.
Mangiare meno non significa necessariamente dimagrire meglio
Un’altra convinzione molto radicata è quella secondo cui meno si mangia e più velocemente si perde peso. È la logica che porta a saltare la colazione o gli spuntini, ridurre drasticamente le porzioni, digiunare dopo un pasto abbondante o fare attività fisica con l’obiettivo di “smaltire” quello che si è mangiato. Ma la restrizione eccessiva può diventare difficile da sostenere e può aumentare la fame e la frustrazione.
Anche la compensazione può diventare un problema: dopo aver mangiato più del previsto, si cerca di “rimediare” saltando il pasto successivo o aumentando l’attività fisica.
In questo modo, il cibo rischia di trasformarsi in una sorta di bilancio quotidiano di colpe e riparazioni, anziché essere semplicemente una componente della vita.
“Mi gonfia, quindi sono intollerante”: non sempre è così
Tra i falsi miti alimentari più frequenti c’è anche quello che porta a interpretare automaticamente un sintomo digestivo come la prova di un’intolleranza. Gonfiore, pesantezza e altri disturbi dopo aver mangiato possono spingere alcune persone a eliminare autonomamente alimenti o intere categorie: glutine, lattosio, legumi, verdure. Ma un sintomo da solo non permette di stabilire la causa del disturbo.
«Un sintomo isolato non può essere considerato di per sé la prova di un’intolleranza», sottolinea Simone Di Stefano, biologo nutrizionista specializzando in Scienza dell’Alimentazione. Prima di eliminare intere categorie alimentari, spiega, è necessario considerare il contesto, le quantità e, quando indicato, effettuare gli accertamenti necessari.
Il gonfiore addominale, infatti, è un sintomo aspecifico e può essere influenzato da diversi fattori. Eliminare un alimento sulla base di una semplice associazione può quindi portare a una dieta sempre più restrittiva senza aver realmente individuato la causa del problema.
Un’attenzione particolare riguarda il glutine e il sospetto di celiachia: iniziare una dieta senza glutine prima degli accertamenti può interferire con il percorso diagnostico. Per questo, in caso di sintomi compatibili o di un sospetto, è importante parlarne con il medico prima di modificare l’alimentazione.
Il nuovo mito delle calorie: quando il numero diventa più importante del cibo
I falsi miti alimentari non sono però rimasti fermi alle vecchie convinzioni. Il sondaggio evidenzia anche una tendenza più recente, legata all’utilizzo di app e strumenti digitali, compresa l’intelligenza artificiale. Il rischio segnalato dai professionisti è quello di pensare che sia sufficiente far “tornare” il conto delle calorie per mangiare in modo sano.
Ma l’alimentazione non è soltanto una questione numerica. Due giornate con lo stesso apporto calorico possono essere molto diverse dal punto di vista nutrizionale, per esempio per la quantità di fibre, proteine, grassi, vitamine, minerali e sodio. Inoltre, le esigenze nutrizionali cambiano da persona a persona e possono essere influenzate anche da età, attività fisica e condizioni di salute.
Questo non significa che app e strumenti digitali siano necessariamente inutili. Possono essere strumenti di consapevolezza, ma il numero delle calorie non racconta da solo la qualità complessiva di un’alimentazione.
Il vero problema non è sempre quello che mangiamo
Mettendo insieme le risposte dei professionisti emerge un elemento comune. I falsi miti alimentari riguardano alimenti molto diversi, ma spesso hanno la stessa origine: la tendenza a ragionare per categorie rigide. Ci sono cibi “permessi” e cibi “vietati”, pasti “corretti” e pasti “sbagliati”, calorie da risparmiare e da compensare, alimenti da eliminare per paura di ingrassare o di stare male. È proprio questa mentalità tutto o niente a essere indicata da molti professionisti come l’aspetto più problematico.
Il cibo, infatti, può smettere di essere semplicemente cibo e diventare una fonte continua di controllo. Una fetta di torta non è più soltanto una fetta di torta, ma qualcosa che bisogna meritare. Un piatto di pasta diventa un possibile errore. Una cena fuori può trasformarsi in una situazione da evitare.
E così il problema non è più soltanto cosa si mangia, ma come si vive il rapporto con il cibo.
Un’alimentazione sana non deve essere perfetta
Non esiste un singolo alimento che, da solo, possa rendere sana o malsana la dieta di una persona. Allo stesso modo, un pasto diverso dal solito non compromette un percorso alimentare. Questo non significa che tutto sia equivalente dal punto di vista nutrizionale, ma che la qualità dell’alimentazione va valutata nel suo insieme e nel tempo, senza trasformare ogni scelta in un giudizio.
Prima di eliminare un alimento perché considerato “nemico”, prima di saltare un pasto per compensare una cena più abbondante o di attribuire un disturbo a un’intolleranza, può essere utile fermarsi e chiedersi da dove nasce quella convinzione. Quando il rapporto con il cibo diventa fonte di ansia, sensi di colpa o comportamenti molto rigidi, parlarne con un professionista della nutrizione può aiutare a fare chiarezza e a costruire un’alimentazione più equilibrata e sostenibile.
Foto di copertina di StockSnap via Pixabay



