Ritardi terapeutici
Salute

Ritardi terapeutici, quando il tempo può fare la differenza per chi ha bisogno di una cura

06/10/2026
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Una terapia può essere efficace, innovativa e già autorizzata, ma non essere ancora concretamente disponibile per il paziente che ne ha bisogno. È uno dei paradossi con cui può confrontarsi oggi la sanità: la ricerca mette a disposizione nuove possibilità di cura, ma tra l’innovazione e il suo reale utilizzo possono esserci tempi di attesa anche molto lunghi.

Il tema dei ritardi terapeutici è stato riportato al centro dell’attenzione a Venezia con la presentazione del cortometraggio Tutte o Nessuna, scritto e diretto da Giovanni B. Algieri. Il progetto, presentato nell’ambito della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, racconta attraverso il cinema il peso che l’attesa e gli ostacoli nell’accesso alle cure possono avere sulla vita delle persone.

Che cosa si intende per ritardo terapeutico

Con l’espressione ritardo terapeutico si fa riferimento, in senso ampio, al tempo che intercorre tra il momento in cui una persona avrebbe bisogno di una determinata cura e quello in cui riesce effettivamente a riceverla.

Non esiste quindi un unico tipo di ritardo.

Può esserci, per esempio, un ritardo nella diagnosi, quando una malattia viene individuata tardi e il trattamento viene di conseguenza iniziato più avanti. Può esserci un ritardo nell’avvio della terapia, legato all’organizzazione del percorso assistenziale, alla disponibilità di una prestazione o alla necessità di effettuare ulteriori accertamenti.

Un’altra questione riguarda invece l’accesso ai farmaci innovativi: anche dopo l’autorizzazione europea, infatti, possono essere necessari ulteriori passaggi prima che un medicinale sia concretamente disponibile e rimborsabile per i pazienti in un determinato Paese.

AIFA spiega che l’accesso al farmaco può avvenire attraverso procedure europee o nazionali e che, in determinate circostanze, esistono anche percorsi di accesso precoce.

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Quanto bisogna aspettare per un farmaco innovativo

Il problema delle tempistiche è particolarmente evidente quando si osserva il percorso che porta un nuovo medicinale dalla sua autorizzazione alla disponibilità effettiva per i pazienti.

Secondo l’ultimo WAIT Indicator citato da EFPIA nel 2026, in Europa il tempo medio di attesa è arrivato a 597 giorni, cioè oltre un anno e mezzo, con differenze significative tra i diversi Paesi. Il dato misura il periodo che intercorre tra l’autorizzazione all’immissione in commercio e la disponibilità del farmaco per i pazienti. (⁠

Questo non significa che ogni paziente debba necessariamente attendere quel periodo per ricevere una terapia. I tempi variano infatti in funzione del farmaco, del Paese, delle procedure di rimborsabilità e delle modalità organizzative del sistema sanitario.

Il dato, però, aiuta a comprendere la distanza che può esistere tra “una terapia è stata approvata” e “questa terapia è concretamente accessibile a chi ne ha bisogno”.

Perché l’accesso tempestivo alle cure è importante

Il fattore tempo non ha lo stesso peso per tutte le patologie. In alcune condizioni, soprattutto quando la malattia è aggressiva o può evolvere rapidamente, la tempestività della diagnosi e dell’intervento terapeutico può assumere un’importanza particolare.

Nel settore dell’oncologia, per esempio, esistono tumori caratterizzati da una maggiore aggressività biologica e da un rischio più elevato di progressione o recidiva. In questi casi il percorso di cura deve tenere conto non soltanto della disponibilità delle terapie, ma anche della loro appropriatezza rispetto alle caratteristiche della singola persona e della malattia.

È il caso del tumore della mammella triplo negativo, che rappresenta circa il 15% delle diagnosi di tumore al seno e conta circa 8.000 nuovi casi ogni anno in Italia. Si tratta di un sottotipo che non presenta i tre principali bersagli molecolari utilizzati per alcune delle terapie mirate impiegate negli altri tumori della mammella.

Per questo, quando la ricerca introduce nuove possibilità terapeutiche, diventa importante che il percorso che porta queste innovazioni al paziente sia il più possibile rapido, appropriato e uniforme.

Il problema non è solo burocratico

Quando si parla di ritardi terapeutici, il rischio è pensare semplicemente a una questione amministrativa. In realtà, dietro una lista d’attesa, una procedura di autorizzazione o un passaggio burocratico c’è una persona che sta aspettando.

L’accesso a una terapia, infatti, non coincide soltanto con la sua esistenza.

Un farmaco deve essere valutato per efficacia e sicurezza, deve seguire le procedure previste, deve essere definito il suo eventuale regime di rimborsabilità e deve poter essere concretamente erogato all’interno del sistema sanitario. AIFA valuta, tra gli altri elementi, il bisogno terapeutico, il vantaggio terapeutico aggiunto e la qualità delle evidenze scientifiche quando viene attribuito lo status di innovatività.

Sono passaggi indispensabili per garantire che le terapie utilizzate siano appropriate e sicure. Il punto, quindi, non è eliminare le valutazioni necessarie, ma fare in modo che il sistema riesca a conciliare rigore, sostenibilità e tempestività.

Esistono anche percorsi di accesso precoce

In Italia, in situazioni specifiche, sono previste modalità che permettono di accedere a determinati medicinali prima della normale conclusione dell’iter di disponibilità.

AIFA indica, tra gli strumenti di accesso precoce, la Legge 648/1996, l’uso compassionevole e il Fondo nazionale AIFA, ciascuno con condizioni e requisiti specifici.

Per esempio, la Legge 648/1996 consente, in determinate condizioni, l’erogazione a carico del Servizio sanitario nazionale di medicinali innovativi autorizzati in altri Stati ma non ancora autorizzati in Italia, di medicinali ancora in fase di sperimentazione clinica o di farmaci utilizzati per indicazioni terapeutiche diverse da quelle autorizzate. (

Si tratta di strumenti pensati proprio per rispondere a situazioni nelle quali il normale percorso di accesso potrebbe non essere sufficiente rispetto alle necessità cliniche.

Quando l’innovazione non basta

La ricerca scientifica sta producendo terapie sempre più mirate e, in alcuni ambiti, completamente nuove. Ma l’innovazione terapeutica produce un beneficio reale solo quando riesce a trasformarsi in una possibilità concreta per le persone che ne possono trarre beneficio.

È questo il messaggio al centro di Tutte o Nessuna, che utilizza una storia cinematografica per raccontare il peso dell’attesa, delle difficoltà burocratiche e delle differenze nell’accesso alle cure.

Il progetto, prodotto da IMMAGINAZIONE APS e Summeet, con il sostegno della Calabria Film Commission nell’ambito dell’iniziativa We Breast “Nuove frontiere terapeutiche nei tumori della mammella”, vede tra i protagonisti Violante Placido, Donatella Finocchiaro e Filippo Librando, con la partecipazione di William Baldwin.

Al di là del film, il tema riguarda una questione più ampia: quanto deve aspettare una persona prima di poter beneficiare di una terapia di cui ha bisogno?

La risposta non può dipendere soltanto dalla disponibilità dell’innovazione. Richiede un sistema capace di accompagnare il paziente lungo tutto il percorso: dalla prevenzione alla diagnosi, dalla presa in carico alla scelta terapeutica, fino all’accesso effettivo alle cure.

Perché tra una terapia che esiste e una terapia che arriva davvero al paziente può esserci una distanza fatta di giorni, mesi e procedure. E, in alcune malattie, anche il tempo fa parte della cura.

Foto di copertina di Prylarer via Pixabay

Giornalista freelance dal 2001, giornalista professionista dal 2008, web writer e copywriter dal 2010, scrive principalmente di salute, medicina, attualità, benessere, psicologia, crescita personale, alimentazione e maternità. Collabora con diverse testate nazionali e vari siti di informazione. Inoltre, svolge attività di web writer, content editor e copywriter per agenzie e aziende. Ha scritto numerosi libri e volumi.