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Dieta aproteica: efficace in caso di insufficienza renale cronica e di PKU

Due malattie molto diverse tra loro, ma nemmeno troppo distanti, per le quali è stato confermata l’efficacia terapeutica della dieta aproteica. Si tratta dell’insufficienza renale cronica (IRC) e di una malattia metabolica congenita, la Fenilchetonuria, anche nota con la sigla PKU. Se nei pazienti affetti da IRC, questo regime alimentare è in grado di rallentare di oltre un anno la necessità di trapianto o di dialisi, per le persone affette da PKU, scegliere (in modo quasi obbligato) la dieta aproteica significa migliorare la qualità di vita e limitare i possibili effetti negativi della malattia.

Se l’insufficienza renale è cronica

L’insufficienza renale cronica, con un’incidenza del 4-6% nella popolazione italiana, è una patologia dal forte impatto sanitario e sociale, che è destinata a interessare un numero sempre più alto di persone. Infatti, secondo gli esperti, circa un individuo su 10  è affetto da un’insufficienza renale moderata.

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“Le ultime evidenze scientifiche dimostrano chiaramente come, oltre alla necessità di favorire l’aumento delle diagnosi precoci con gli esami di laboratorio disponibili, semplici e di basso costo, sia necessario adottare trattamenti adeguati non solo farmacologici. A questo proposito la nostra recente pubblicazione su American Journal of Kidney Disease(1) parte da dati che chiariscono come l’adozione della terapia nutrizionale aproteica sia in grado di ritardare l’insufficienza renale cronica e le sue co-morbilità, riducendo il rischio di morte renale del 50% e prolungando del 41% il tempo di vita renale. Lo studio quindi dimostra come i pazienti con insufficienza renale cronica a regime alimentare aproteico possano ridurre fino al 38% il rischio di progressione verso la fase dialitica. Infine la pubblicazione su Nephrol Dial Transplant(2) dimostra come ritardando di almeno 1 anno l’ingresso della terapia dialitica grazie alla dieta aproteica, si riesca sia a migliorare significativamente la qualità di vita del paziente sia ad ottenere un risparmio annuo/paziente per il Servizio Sanitario Nazionale di 21.180 € nel solo primo anno di trattamento in dieta aproteica” ha osservato il dottor Giuliano Brunori, Direttore del reparto di nefrologia dell’ospedale Santa Chiara di Trento.

Meglio sottolineare che la dieta aproteica è da consigliare, per promuovere il calo ponderale, nelle fasi precoci dell’insufficienza renale cronica, perché tardivamente, invece, potrebbe incidere sul ph del sangue favorendo l’acidosi metabolica. Il regime alimentare dei pazienti affetti da IRC dovrebbe prevedere: un moderato apporto lipidico, da preferire gli acidi grassi polinsaturi; un consumo limitato di proteine di buon valore biologico; un ridotto introito di alcuni oligoelementi, come sodio, potassio e fosforo, e, al contrario, un apporto supplementare  di calcio, ferro, acido folico e piridossina.

Una malattia metabolica rara, la fenilchetonuria

Se, chi più chi meno, si conoscono le caratteristiche dell’insufficienza renale cronica, della malattia metabolica nota con la sigla PKU si sa molto meno. La fenilchetonuria è una malattia pediatrica congenita rara che, se non riconosciuta e curata nel modo adeguato, può avere effetti devastanti sui piccoli pazienti. In particolare, sul loro cervello, sul loro sistema nervoso, provocando problemi neurologici di varia entità e ritardo mentale. Fino a pochi decenni fa, nella maggior parte dei casi, questa malattia non veniva diagnosticata tempestivamente, perché i primi sintomi sono evidenti quando ormai è troppo tardi per approntare una cura. Oggi, fortunatamente, c’è un test neonatale, test di Guthrie, obbligatorio in Italia dall’inizio degli anni ’90, in grado di diagnosticare la patologia nelle prime ore di vita.

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La dieta aproteica è la protagonista della terapia quotidiana per gestire e convivere con la fenilchetonuria. In caso di PKU, infatti, il fegato (a causa della poca o inesistente attività dell’enzima fenilalanina idrossilasi) non assimila la PHE (feninlalanina) contenuta nelle proteine e la accumula nel sangue, che diventa progressivamente tossico per il cervello. Perciò chi è affetto da PKU deve limitare l’assunziome di proteine, integrando l’alimemtazione anche con delle speciali miscele di aminoacidi.

 

 

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