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Arianna Ulian, quando a Venezia sbarcarono i cavalli

Arianna Ulian, quando a Venezia sbarcarono i cavalli

Arianna Ulian (1975) vive a Venezia, in sestiere Cannaregio, è laureata in filosofia, ha una formazione musicale e ha lavorato come sound designer. Attualmente insegna arte e musica in una scuola elementare.

E’ una scrittrice esordiente, al primo romanzo, in cui la sua città appare sotto una luce insolita, lontana dalle cartoline patinate che siamo abituati a vedere o a immaginare.

“La questione dei cavalli” ci porta in una città problematica, in cui ogni decisione che altrove parrebbe semplice si trasforma in un problema da risolvere, inseguendo leggi e decreti speciali, funzionari esperti o imbelli, burocrati insensibili al buon senso comune: nella città lagunare nessuna scelta può essere fatta con leggerezza.

In questo contesto reale Arianna Ulian ambienta una storia surreale, del tutto improbabile, ma così amalgamata con la quotidianità che nel succedersi dei fatti si ha l’impressione che in fondo tutto il narrato avrebbe potuto essere un autentico vissuto.

Messi da parte i colori soffusi delle albe e dei tramonti in gondola, la scrittrice ci offre per Venezia una tavolozza di colori eclatanti declinati in innumerevoli sfumature (verde vegetale, giada, blu scuro-grigia, verde foglia-argento, grigio verde, verde viola, rosso scuro, con cieli neri, bianchi, bianco acido, ricoperti di una patina grassa), sostituisce ai profumi odori forti e pungenti, offre alla vista angoli estranei ai percorsi turistici, solletica l’udito con richiami, fischi, urla sempre simbolici, mai gratuiti.

Venezia diventa la città delle zanzare e dei trolley trascinati sul selciato, si mostra in alcuni passaggi come una città distopica, indesiderabile, ostile a chi la vuole piegare alla sua volontà e ai suoi capricci. Ma proprio qui deve essere girato un film, una sorta di sequel del western “Il mio nome è Nessuno”, per specifica volontà di un visionario regista.

Sta proprio qui, nel nucleo narrativo scelto da Arianna Ulian, il suo rischioso colpo gobbo, gestito dall’autrice con sapiente maestria: il suo racconto non ha sbavature, scorre via nella sua apparente normalità come se davvero sembrasse logico immaginare una troupe cinematografica impegnata con un western a Venezia, dove alle praterie bisogna sostituire calli e sestieri, ponti e canali, con oggettive difficoltà per cavalcate in campo lungo.

Uomini e cavalli dal selvaggio West a Venezia, nell’immaginario di Arianna Ulian

Il racconto di Arianna Ulian procede con continui salti temporali dal presente a un passato di cinque anni antecedente: oggi una giornalista con spirito animalista è a Venezia per cercare di ricostruire i passaggi che configurarono l’incredibile vicenda del film allora mai realizzato, attraverso la voce e il ricordo di chi ne fu protagonista.

Arianna Ulian ha scelto un linguaggio e uno stile di scrittura essenziali, portati a volte ai minimi termini: discorso diretto libero, processo di accumulazione, punteggiatura atona, scevra di enfasi.

In questo modo presente e passato si accavallano, le voci si trasformano in una sinfonia a volte discordante, nella consapevolezza che in quella vicenda le responsabilità singole di ognuno si omogeneizzavano con quelle altrui, anche mediante una serie insolita di eventi sfortunati.

Quando il regista canadese Mr. C. sbarca a Venezia, il piano di lavoro è stato accuratamente preparato, sono mesi che i diversi responsabili provvedono al necessario, per quanto a tutti riesca difficile pensare a come possa avere successo un film del genere.

Ne sarà protagonista Jack Beauregard, il leggendario pistolero le cui vicende si erano legate, nel film originale, a quelle del giovane vagabondo Nessuno e che ora dovrebbero vederlo impegnato a Venezia contro i cavalieri del Mucchio Selvaggio.

Sono i primi giorni di giugno, a Venezia arrivano maestranze, tecnici, costumisti, sarte e lo stesso Mr. C., pronto a rilasciare interviste sulla sua visionaria impresa, che vuole legare maggiormente al territorio scegliendo tra gli abitanti della città gli interpreti del Mucchio Selvaggio.

Quest’ultima si rivelerà ben presto una pessima idea, dal momento che i prescelti, una volta indossati i costumi da  cowboy, si immedesimeranno a tal punto nel ruolo da iniziare scorribande accompagnate da atti di violenza gratuiti sulle rive dei canali.

Della Venezia romantica in queste pagine nulla rimane, la scrittrice si sofferma e si dilunga nelle ambientazioni meno scontate, svelando angoli della città e atteggiamenti dei suoi abitanti ignoti ai più: la città più fotografata, più raccontata per immagini, più edulcorata nella sua tragicità diventa sfondo su cui si proiettano le debolezze umane.

Attraverso i racconti che vengono fatti alla giornalista, si ricostruisce una vicenda ormai vecchia di cinque anni, ma che nelle parole di coloro che la vissero appare ancora pulsante, capace di richiamare i sentimenti di rabbia e delusione che ne segnarono la fine.

In realtà, però, come dice Mr. C. “Il western inizia sempre dal suono degli zoccoli”. Per cui senza cavalli le riprese non possono avere inizio, ma è proprio dalla questione dei cavalli che discende lo sviluppo dei fatti, sempre più complicati.

I cavalli di Arianna Ulian, veri protagonisti

Portare a Venezia sette cavalli è impresa titanica, tenuto conto delle difficoltà del trasporto sull’acqua: ma il regista sembra non aver dato peso alla questione, mentre Angelo, giovane direttore tecnico di origine italiana, e la sua collaboratrice Sarah ne sono ben consapevoli e tentano di mediare fra le esigenze della produzione e le posizioni sempre più pressanti dei residenti.

Sono innumerevoli le pratiche burocratiche da assolvere quando degli animali fanno parte di un cast, ma sulla laguna tutto è ulteriormente complicato: la questione dei cavalli diventa così il vero problema da risolvere, dal come trasportarli su strada a come farli salire su chiatte a come mantenerli docili in vista delle riprese.

Ogni scelta pare finalizzata alla possibilità di iniziare le riprese, al bene dei cavalli nessuno sembra pensare: nessuno tranne uno, un bambino di nome Momo, con grandi difficoltà nel relazionarsi con gli altri ma straordinariamente empatico con gli animali.

E’ attraverso i suoi pensieri che Arianna Ulian ci offre un ulteriore punto di vista, del tutto estraneo al mondo fittizio della cinematografia, ma proprio per questo profondamente vero.

Qual è la verità circa la sorte dei sette cavalli confinati sull’isola di San Secondo, intorno alla quale si succedono giovani animalisti per difenderne la sicurezza?

La loro quiete è stata turbata così profondamente da renderli inutilizzabili sul set, dove non sono mai arrivati?

Momo sa e patisce il dolore degli animali ( a cui la scrittrice dà voce in brevi passaggi lirici all’interno del romanzo), più di quanto riescano ad immaginare gli adulti, che si lasciano invece condizionare da  eventi visti come infausti presagi.

A Venezia non si muovono cavalli, il farlo contempla rischi, come sembrano dimostrare la moria di pesci e la strana muffa rosa che sta comparendo in luoghi disparati.

La questione dei cavalli si fa centrale nel racconto, ne domina lo sviluppo, ne preannuncia la conclusione.

Sono diventati come i cavallini delle giostre, inanimati e spesso inutili, diventeranno, grazie a C., un allestimento alla Biennale, ma cosa siano davvero stati, come abbiano vissuto il loro dramma lo sa solo Momo, che con gli occhi di un bambino speciale ha letto nel mondo quello che agli adulti non è più dato vedere.

Arianna Ulian, quando a Venezia sbarcarono i cavalliAUTORE : Arianna Ulian

TITOLO : La questione dei cavalli

EDITORE : Laurana Editore

PAGG. 292,  EURO  18,00

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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