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Marta Barone, ritrovare un padre scavando nel passato

Marta Barone, ritrovare un padre scavando nel passato

E’ bello e difficile “Città sommersa”, il libro scritto da Marta Barone.

Bello come lo può essere una trascrizione lirica del passato, non vissuto in prima persona ma ricostruito passo dopo passo.

Difficile perché chiede a chi legge di entrare nelle pieghe della vita di un uomo che è stato anche personaggio, accettandone le scelte, e perché racconta di un tempo, gli anni Settanta/ Ottanta, e di una città, Torino, che ancora non sono stati del tutto metabolizzati.

La stessa autrice, intervistata su Repubblica lo ha definito “ una fantasmagoria su mio padre: una serie di immagini, illusioni ottiche che compongono per frammenti una creatura mai del tutto conoscibile, che si muove in un mondo che ormai ha smesso di esistere ma che contiene ancora per il nostro presente una serie di domande violente, tragiche e scandalose che sono rimaste senza risposta”.

Per Marta Barone si tratta di una speciale opera prima, in quanto fa seguito alla pubblicazione di tre libri per ragazzi.

Perché cambiare genere in un modo così radicale? Per il desiderio di ricostruire un personaggio sfuggente, con caratteristiche rimaste a lungo sommerse, ammantate di un alone di vaghezza e apparse sempre come poco interessanti, non coinvolgenti.

Ci sono momenti della vita individuale, intima, di ciascuno di noi che rappresentano uno spartiacque tra un prima e un dopo nettamente distinti: è solo dopo la morte del padre che Marta riesce a ritornare sulla figura incompleta dell’uomo con cui ha vissuto per pochi anni, prima che si separasse dalla madre e continuasse la sua esistenza improntata sempre dalla passione politica.

Marta Barone, una recherche per recuperare l’identità paterna

A dare il via alla difficile e tormentata ricostruzione messa in atto da Marta Barone è il ritrovamento, presso l’abitazione della madre, della memoria difensiva di un processo per banda armata a cui il padre era stato sottoposto, prima di essere scagionato completamente.

Leonardo Barone, sempre citato come L. B. nel tentativo di prendere le distanze dall’emotività, dal coinvolgimento soggettivo, si era trovato coinvolto con l’accusa di aver curato un ferito di Prima Linea in quanto facente parte di organizzazione terroristica.

Alla figlia questa verità  non è del tutto ignota, ma non se ne era mai interessata a causa del distacco maturato nei confronti di un uomo che spesso aveva sentito come estraneo a sé.

Nel momento stesso in cui riprende in mano le carte processuali, l’autrice decide di andare a fondo, di cercare di riallacciare legami lontani nel tempo, di indagare tra testimonianze dirette e indirette per portare a galla la figura sempre più completa di un uomo sostenuto da grandi ideali, capace di vivere un’esistenza ad essi votata, sia che esercitasse la professione di medico, sia che scegliesse di diventare operaio.

Tassello dopo tassello, la realtà degli anni Settanta del secolo scorso, intrisa di sangue, di vittime e di carnefici, si fa strada in modo sempre più chiaro, tratteggiando sia un’immagine individuale, quella di L. B., sia quella collettiva di una stagione politica dura e implacabile.

Le origini del terrorismo, gli ideali mistificati, le illusioni infondate trovano nelle voci di chi visse insieme a lui quegli avvenimenti una sorta di riscatto storico: ancora oggi, a quasi cinquant’anni di distanza, si fa fatica a parlare degli anni di piombo, degli uomini caduti vittime di agguati imprevedibili, di una nazione che sembrava, dopo l’uccisione di Moro, aver superato il punto di non ritorno.

La prosa limpida e ricca di Marta Barone li ricostruisce attraverso la figura del padre, un sognatore convinto di poter partecipare, nella città della Fabbrica per antonomasia, ad un cambiamento socio-politico epocale.

I ricordi, scaturiti da una ricerca minuziosa tra testimoni diretti, archivi, atti processuali, sprazzi di memorie infantili personali, hanno un andamento non necessariamente diacronico, ma procedono alternando i tempi più o meno lontani, sottraendosi così ad uno schematismo storico che potrebbe apparire troppo asettico.

Nelle trecento pagine Marta Barone compare quando è indispensabile, sposta l’attenzione su Leonardo, lo rende davvero un personaggio, gli restituisce un’identità precisa attraverso la quale trapelano affetti a lungo sconosciuti o taciuti.

Leonardo e Marta Barone, storia nella Storia

Leonardo Barone fu uno dei tanti giovani contestatori del 1968, ma a differenza di molti suoi coetanei, che poi rientrarono nei ranghi di una vita più “comoda” e meno rivoluzionaria, coltivò sin dall’inizio la convinzione che solo attraverso una militanza continua e convinta si potesse arrivare a determinare la svolta sognata.

Torino fu in quegli anni il teatro migliore in cui costruire questa rappresentazione: era una città grigia e fumosa, dove la Fabbrica per eccellenza costituiva un punto di forza ma anche un nodo problematico, per come veniva vissuto il rapporto con la classe operaia.

L. B. aveva quasi concluso gli studi in Medicina quando li abbandonò per la militanza attiva, per aderire, dopo il Pcim-l, a Servire il Popolo, insieme ad altri coetanei convinti della necessità di superare il personale, l’individuale, per costruire il bene collettivo.

Attraverso i contatti con chi visse al suo fianco in quegli anni, come la moglie prima e poi sua madre, oppure gli amici, Marta Barone entra a distanza di tempo nella quotidianità di un uomo che aveva preso le distanze dai metodi violenti di altri coetanei, non condividendoli.

Nella ricostruzione ritornano episodi terribili, come l’incendio dell’Angelo Azzurro o il desiderio di vendetta che fu sotteso alla azione condotta nella SAA, sempre a Torino, dove si requisivano case popolari, si scioperava contro “i padroni”, si occupava Palazzo Nuovo, ci si organizzava in cortei e manifestazioni, prima che fossero Prima Linea o le Brigate Rosse a dettare le linee d’azione.

Ridare forma a questo passato non in astratto, ma attraverso il modo in cui è stato vissuto ed elaborato dal proprio padre, rende il racconto della scrittrice più autentico e partecipato, seguendo una parabola che si nutriva di grandi speranze e che franò inesorabilmente sotto il peso del terrorismo.

Lo stesso L. B. fu vittima dei pregiudizi contro i pentiti, coloro che iniziavano a staccarsi dai compagni o per scelta o per i metodi violenti di chi indagava: una volta uscito dal carcere, nonostante la successiva proclamazione di innocenza, fu additato come uno degli infami che avevano parlato, avevano tradito. Un’ultima beffa per chi al sogno politico aveva dedicato tutto se stesso, la propria vita e i propri affetti.

La malattia era stata la conclusione ultima di questo percorso di vita, un cancro che lo sfinì e lo uccise, senza che vi fosse stata la possibilità di riallacciare un legame con la propria figlia, perso dopo gli anni dell’infanzia.

“Città sommersa” può essere letto e interpretato a più livelli, ma è anche un dono postumo di una figlia ad un padre, ai suoi sogni e alla sua convinzione a lungo sostenuta che il mondo potesse essere trasformato in un posto migliore.

Marta Barone, ritrovare un padre scavando nel passatoAUTORE : Marta Barone

TITOLO : Città sommersa

EDITORE : Bompiani

PAGG. 304,   EURO 18,00 (disponibile in versione eBook euro 9,99)

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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