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Praticare gentilezza per espandere crescita e benessere al lavoro

Praticare gentilezza per espandere crescita e benessere al lavoro

Praticare gentilezza per espandere crescita e benessere in azienda Molti di noi, soprattutto in questo periodo, pensano che il mondo sia un posto poco accogliente, talvolta anche crudele.

Siamo stati abituati a credere che si salverà il più aggressivo, il più competitivo, il migliore.

Più raro è trovare chi si affida alla forza della gentilezza.

Eppure la scienza ne ha più volte confermato l’importanza, soprattutto nei momenti critici.

“Le nostre menti non sono automaticamente programmate per essere gentili”, spiega Simona Santiani, da poco in libreria con il suo nuovo libro “L’energia che ci muove” (Edizioni Lswr, € 17.90)

“La gentilezza va scelta, allenata e messa in pratica sradicando vecchi schemi di comportamento e modificando soprattutto le parole che usiamo per descrivere noi e gli altri”.

Il modello del più forte

Già nei banchi di scuola ci hanno insegnato a essere competitivi.

Sul lungo periodo la competitività nutre l’ansia e provoca stress.

“A subirne i danni maggiori sono le relazioni interpersonali”, spiega Santiani.

“È difficile instaurare un rapporto equilibrato e costruttivo se alla base manca la gentilezza, il desiderio di ascolto e di prendersi cura dell’altro”.

Un buon rapporto tra colleghi, la capacità di condividere informazioni, pareri, idee e suggerimenti e la consapevolezza di far parte di una realtà coesa, creano sinergie produttive e propositive che sostengono il singolo, e l’azienda, in ogni momento della vita.

La forza della gentilezza e il senso di appartenenza

L’idea di “appartenenza” indica il sentirsi accettati in un gruppo, in assenza di giudizio e in riconoscimento di ruolo.

È fondata sul riconoscimento di un insieme di valori che creano legame di unione tra i vari individui, che sono soggetti al bisogno di riconoscersi all’interno di una rete di relazioni che li supportano e li fanno sentire riconosciuti.

In quest’ottica, riconnettendo alle nuove dinamiche di relazione e di comunità all’interno dell’ambiente lavorativo, la forza della gentilezza può fare la differenza diventando un modo per affrontare la vita e le sfide attraverso la capacità di connettersi con gli altri e di partecipare al benessere della comunità in atteggiamento propositivo.

Essere gentili non significa solo essere educati

La gentilezza è una forma pensiero che si manifesta con azioni creative e costruttive a discapito della “distruzione” dei pensieri e delle azioni.

Sottende alla capacità di accettazione dell’altro, all’accoglienza e alla continua ricerca dell’insegnamento racchiuso in ogni momento della nostra vita e delle nostre sfide lavorative.

Ma come possiamo esprimere la gentilezza sul posto di lavoro?

Secondo la psicologa Nicoletta Cinotti la gentilezza in sé non richiede tempo, bensì:

  • comprensione della diversità (ognuno di noi è diverso e non bisogna mai dare nulla per scontato)
  • attenzione per le piccole cose
  • portare a termine gli impegni presi
  • chiarire le aspettative
  • essere coerenti
  • capacità di chiedere scusa.

Chi accetta, e di contro chi si sente accettato, si predispone alle situazioni in modo positivo, favorevole, migliorativo. Non solo nel momento.

I nostri comportamenti lasciano vedere la nostra gentilezza

La nostra andatura, il modo in cui ci muoviamo, gesticoliamo, raccontano della nostra persona e dei nostri pensieri.

Una posizione gentile è una posizione leggera. Le persone la riconosceranno. Riconosceranno la luce del volto o la nube del momento.

Per esempio: cosa succede nel tuo corpo quando entri in relazione con un punto di vista diverso dal tuo? O quando entri in una riunione dove le proposte che emergono vanno in una direzione diversa da quella che vorresti?

Essere consapevoli dei nostri atteggiamenti ci rende più forti perché ci rende consapevoli delle nostre reazioni e dell’interazione del nostro corpo nello spazio.

La forza della gentilezza e le parole

“Le parole sono un suono generativo: sono vibrazioni di energia e creano malessere o benessere personale, e aziendale, a seconda delle frequenze con le quali sono connesse”, dice l’autrice.

“Prova a far caso a quali sono gli aggettivi che usi più frequentemente per definire quel collega o quella situazione. Ricorda che ogni manifestazione crea energia e che ogni concetto ha possibilità di essere espresso in forma attiva o passiva”.

“Hai sbagliato”
“Non mi piace”
creano energie e sinergie differenti da
“Avevo inteso diversamente”
“Credo ci sia da lavorare ancora per raggiungere il risultato desiderato”.

La stessa considerazione va fatta per le parole e i pensieri che rivolgiamo verso noi stessi: è utile modificare il linguaggio interno che viene utilizzato per descrivere l’emozione che stiamo vivendo.

Come si fa a essere autentici in azienda e a perseguire la propria felicità?

Conoscersi ed essere onesti con se stessi è il primo passo verso l’autenticità: questo comporta essere disposti a vedersi per ciò che si è e per ciò che non si è, oltre che esprimere con sincerità le proprie emozioni.

In una famosa ricerca, partendo da Socrate e Aristotele e arrivando a Nietzsche, Kierkegaard, Heidegger e Sartre, Kernis e Goldman descrivono l’autenticità in quattro aspetti:

  • consapevolezza di sé, ovvero conoscere se stessi in zone d’ombra e di luce e volerci lavorare consapevolmente
  • elaborazione obiettiva, nel senso di saper ragionare su se stessi in modo obiettivo, senza farsi illusioni e senza attivare meccanismi di autodifesa che distorcano la realtà
  • comportamento, ossia scegliere di comportarsi in modo onesto e naturale, in accordo con i propri sentimenti e le proprie inclinazioni
  • orientamento relazionale, ovvero essere aperti, sinceri, affidabili nelle relazioni e capaci di intimità nei rapporti più stretti.

Le persone più autentiche tendono anche a interpretare in modo più benevolo o a minimizzare comportamenti dell’altro che potrebbero essere letti in chiave negativa.

Allenarsi alla felicità

Sono quattro i punti essenziali che ci possono aiutare a sperimentare, nella nostra quotidianità, piccoli esercizi per allenarci alla vera felicità:

  • Il cervello con cui siamo nati può cambiare. Tecnicamente si chiama neuroplasticità. Possiamo, dunque, insegnare a un cervello “vecchio”, o abituato in un certo modo, cose nuove.
  • Il cervello cambia se lo alleniamo a nuovi schemi di pensiero, come se fosse un muscolo. Possiamo, in questo modo, liberarci di abitudini e di pensieri negativi e costruire la vera felicità.
  • Siamo tutti tendenzialmente cablati per la negatività (conseguenza evolutiva della lotta per la sopravvivenza), ma possiamo ottenere enormi benefici se impariamo nuove modalità di reazione agli eventi e di gestione della nostra energia personale quotidiana.
  • Il cervello è uno e applica le stesse regole di funzionamento in ogni ambito. Che tu sia un dirigente, un manager, un impiegato, uomo o donna, una semplice persona alle prese con le sfide di questa vita, la ricerca della vera felicità vale per tutti e fornisce soluzioni, strategie e strumenti per il miglioramento in tutti i campi.

Diventa fondamentale comprendere quali strumenti utilizzare a sostegno della migliore espressione della nostra unicità in azienda.

Tutte le volte che restiamo allineati alla nostra unicità stiamo bene e viviamo a un alto livello di frequenza vibratoria della nostra energia.

Ma in che modo possiamo mettere in atto questo allineamento? Attraverso la legge dell’inclusione.

Un’inclusione di tutte le parti di noi stessi, dal corpo fisico al corpo mentale, al corpo emozionale e al corpo spirituale.

Nel momento in cui il come lo facciamo è connesso al chi siamo, i nostri risultati saranno di successo, perché non possono prescindere dalla nostra parte spirituale o animica.

Le 3 deep skill relative all’energia

  • generatività
  • leadership di senso
  • teaming connesso.

Generatività

Come possiamo ispirare, coinvolgere gli altri, creare team working, se non entriamo in contatto con la nostra generatività?

Una definizione, in ambito fenomenologico, descrive la generatività come il processo del divenire, del fare e del rifacimento che si verifica nel corso delle generazioni.

Essa prevede un soggetto che nasce, muore, si sviluppa e costantemente cambia, emerge dagli antenati e si perpetua nelle generazioni a venire.

In ambito letterario, viene identificata come il potere femminile di dare vita.

Generatività si identifica, quindi, con un processo in continuo divenire che dà vita, che ha un inizio e una fine e che si avvia grazie all’attivazione del “femminile” presente in ognuno di noi.

Non possiamo riuscire ad avere successo nella nostra vita personale e professionale senza contemporaneamente compiere un percorso di consapevolezza interiore.

Leadership di senso

Non si tratta solo dell’abilità di guidare, ispirare, influenzare qualcuno, ma è leader (evoluto) chiunque scelga di fare un cammino di crescita personale.

Infatti, apprendere la leadership non riguarda solo quelli che definiamo capi.

Tutti, ogni giorno, “guidiamo” noi stessi, diamo una direzione al nostro agire.

Ciascuno poi, all’interno del proprio contesto sociale, influenza in qualche modo la vita degli altri: nel privato, nel lavoro, in maniera consapevole o inconsapevole.

È richiesto a tutti, allora, di avere leadership, di mettere in campo la propria capacità di guidare altri, che sia per un giorno, per un anno o per tutta la vita.

Essere il proprio leader significa cercare di assumersi la piena responsabilità di se stessi, della propria motivazione, della propria salute, della propria felicità, dello sviluppo e degli sforzi per ispirare e motivare se stessi (e gli altri) a raggiungere un obiettivo o uno stile di vita dotato di senso.

Coltivare la gratitudine e trasformare il giudizio sono due aspetti fondamentali per la leadership evoluta. È necessario trasformare il giudizio in ascolto, rispettare il cammino di ognuno, portare la propria passione e la propria luce.

Apprendere la leadership di senso significa includere e integrare tre competenze fondamentali che sono rivolte, rispettivamente, una dimensione di ognuno di noi:

  • presenza autentica (mente): può essere coltivata attraverso diverse pratiche contemplative, come la meditazione, lo yoga o il movimento, che aiutano ad allenare la mente e ad accedere alla propria esperienza peculiare e unica, oltre che a essere pienamente presenti e centrati.
  • relazione autentica (cuore): si attiva attraverso il dialogo, l’ascolto attivo, le pratiche sistemiche di risoluzione.
  • azione autentica (corpo): consiste nel guidare il cambiamento e nel saper mobilitare, dall’interno, le risorse per riuscire, per farcela. È l’azione forte e radicata, perché fondata e maturata, nelle prime due che la rendono possibile.

Teaming connesso

Il cambiamento repentino delle abitudini lavorative, da presenza a smart e ora hybrid working, e la necessità di rielaborazione dei processi di comunicazione e collaborazione hanno creato uno scenario nuovo, ancora in evoluzione, che impone una rilettura del concetto di lavoro di squadra.

Sta cambiando proprio la nostra proiezione nei confronti del team working, indipendentemente dalle dimensioni aziendali, dalla tipologia di settore o dalla numerosità del gruppo.

Oggi siamo tutti chiamati a una sfida che va oltre l’aspetto lavorativo e che ci coinvolge come leader di noi stessi, assegnandoci il compito di ricercare e potenziare il nostro valore, sviluppando e riconoscendo l’autonomia come abilità fondamentale e la creatività personale per trovare, ogni giorno, un modo nuovo, alternativo, di sentirci connessi ai colleghi non solo tecnologicamente.

Nella nuova vita di teamworker digitali, è necessario diventare sempre più imprenditori di se stessi, al di là del ruolo che ricopriamo.

Se, in passato, era il manager il responsabile di creare team e di allineare le diverse attività dei colleghi, oggi da solo non ce la può più fare.

Ciò non significa scaricare il barile della responsabilità, ma chiedere aiuto ai propri collaboratori, pur mantenendo la leadership evoluta.

E chiedere aiuto significa aprirsi alla vulnerabilità, osservarla, riconoscerla e farla diventare un punto di forza.

È ormai sempre più imprescindibile una prospettiva umana nel disegno delle soluzioni di business che si apra a un coinvolgimento co-creativo e ampio dei collaboratori.

Vademecum della consapevolezza

  • La consapevolezza consiste nel far sorgere la nostra presenza autentica, nel lasciarci prendere dalla vita nel qui e ora e nell’entrare in contatto con le cose.
  • La consapevolezza ci fa riconoscere che la vita è già presente. Possiamo essere davvero in contatto con lei e darle significato e profondità.
  • La consapevolezza dona forza vitale all’oggetto della nostra osservazione, lo tocca e lo abbraccia. Questo ci dà nutrimento e guarigione.
  • La consapevolezza trasmette raccoglimento e concentrazione. Se siamo concentrati nella nostra quotidianità, possiamo osservare più profondamente e comprendere meglio ogni cosa.
  • La consapevolezza rende possibile l’osservazione profonda e fa sì che riconosciamo meglio l’oggetto della nostra osservazione fuori e dentro di noi.
  • La consapevolezza conduce alla comprensione che viene dal profondo della nostra interiorità, porta alla chiarezza e favorisce così la disponibilità all’accettazione.
  • La consapevolezza conduce alla liberazione tramite la comprensione così raggiunta. Ovunque si pratichi la consapevolezza c’è vita, comprensione e compassione.

 

 

Immagine copertina di fauxels https://www.pexels.com/it-it/foto/foto-di-persone-che-fanno-urto-del-pugno-3228690/

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