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Non demonizziamo il gusto dolce

Non demonizziamo il gusto dolce

Il gusto dolce non deve mancare in una dieta equilibrata, purché il consumo di zuccheri sia moderato: appare chiaro se si leggono le nuove linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità. Sono disponibili, poi, alternative a basso contenuto calorico.

Gusto dolce ed evoluzione

Gli animali, e tra loro gli esseri umani, hanno una caratteristica di importanza fondamentale: il senso del gusto, che orienta la scelta degli alimenti e influenza le quantità consumate. Il dolce permette di individuare alimenti ricchi di nutrienti energetici. La preferenza per la dolcezza, da una prospettiva evolutiva, è legata al fatto che questo sapore indica una fonte di energia (come per i carboidrati) con un alto livello di sicurezza per l’organismo. Si tratta, dunque, di una preferenza innata: oggi, tuttavia, gli zuccheri sono indicati tra i nutrienti responsabili dell’incremento di sovrappeso e di obesità. Un confronto sull’argomento è stato proposto dalla Nutrition foundation of Italy (Nfi).

Gusto dolce: no alle diete eccessivamente restrittive

Così si è espresso Gianluca Castelnuovo, professore associato di Psicologia clinica all’Università cattolica del Sacro Cuore e clinico-ricercatore presso l’Ospedale San Giuseppe dell’Irccs istituto auxologico italiano: “La ricerca scientifica ha dimostrato che diete eccessivamente restrittive possono provocare squilibri nutrizionali e disturbi del comportamento alimentare. I tentativi di controllare il proprio peso tramite l’esclusione selettiva di vari alimenti considerati pericolosi, sono spesso inutili in quanto tali alimenti, per il fatto stesso di essere proibiti, possono diventare irresistibili conducendo le persone a cadere nell’abuso”. E’ più che corretto per alimenti con elevato indice di gradimento: come il gusto dolce, che è preferito già dal neonato, che con una espressione facciale di tranquillità e soddisfazione reagisce a una soluzione diluita di zucchero.

Gusto dolce e comfort food: uno studio recente

Di recente è stato condotto dal californiano dipartimento di Psicologia dell’Università di Los Angeles uno studio osservazionale, pubblicato sulla rivista Appetite.

Sono state poste sotto analisi 2.379 donne di 18-19 anni che hanno fatto riscontrare l’uso del cosiddetto “comfort food”: quando erano colpite da rabbia, noia, stress, preoccupazione ed altre emozioni negative. Chi aveva assunto il “comfort food” aveva una percezione dello stress minore in situazioni critiche. Così si esprime Gianluca Castelnuovo, che aggiunge: “Dunque nessuna demonizzazione di fronte allo zucchero ed ai relativi cibi che lo contengono, anche se è importante favorire le capacità di gestire al meglio gli eventi stressanti, senza ricorrere necessariamente o esclusivamente al cibo.”

Gusto dolce, consumi ottimali di zucchero

In merito ai consumi ottimali di zucchero si è espresso Andrea Poli, presidente Nfi, con queste parole: “Nella recente revisione delle linee guida sugli zuccheri da parte dell’Oms, si raccomanda di limitare il consumo di zuccheri al di sotto del 10% delle calorie totali giornaliere, suggerendo che un’ulteriore riduzione al 5% potrebbe comportare ulteriori benefici per la salute. Senza dubbio alla base di questa revisione c’è anche la condivisibile idea che livelli elevati di assunzione di zuccheri siano associati ad una cattiva qualità della dieta. Tuttavia, c’è qualche perplessità della comunità scientifica su questa decisione. Da un lato, queste linee guida sembrano focalizzare l’attenzione su un unico componente dell’alimentazione: si corre così il rischio di perdere di vista l’apporto calorico totale o, peggio ancora, lo stile di vita nel suo complesso. Dall’altro lato, correttamente interpretate, queste linee guida confermano che il consumo moderato è perfettamente compatibile con un’alimentazione corretta e bilanciata”.

Gusto dolce, sicurezza degli edulcoranti

Per gestire in maniera efficace l’apporto in calorie, è una buona idea sostituire lo zucchero con un dolcificante a basso potere calorico.

Il dottor Carlo La Vecchia, epidemiologo del dipartimento di Scienze cliniche e di comunità presso l’Università degli Studi di Milano, ha affermato: “La sicurezza dei dolcificanti non calorici è oggetto di un ampio dibattito iniziato negli anni  Settanta. Negli anni sono state raccolte solide evidenze epidemiologiche che consentono di escludere un’associazione tra dolcificanti non calorici e il rischio di diverse neoplasie comuni. Inoltre, dati Americani e Nord Europei consentono di escludere un ruolo specifico dei dolcificanti su basso peso alla nascita e altre patologie della gravidanza. Un articolo pubblicato da me insieme alla tossicologa Marina Marinovich nel 2013, dal titolo ‘Aspartame, dolcificanti a basso contenuto calorico e malattie’, pubblicato su ‘Food and chimical toxicology’ ha dato un’ulteriore rassicurazione in tal senso.”

Aggiunge la dottoressa Ilenia Grandone, medico specialista in Scienza dell’alimentazione presso il dipartimento di Diabetologia, Dietologia e Nutrizione clinica dell’Azienda ospedaliera Santa Maria di Terni: “Gli edulcoranti a basso contenuto calorico sono utili se usati nel contesto di uno stile di vita attivo e sano, che comprenda un’alimentazione attenta ed equilibrata e un’attività fisica regolare. Usare edulcoranti a basso contenuto calorico non significa che possiamo mangiare di più, ma ci può aiutare a ridurre il quantitativo di calorie introdotte. Una delle novità più interessanti in quest’ambito negli ultimi anni è rappresentata dalla stevia, una pianta originaria del Paraguay e del Brasile, conosciuta da molti popoli dell’area geografica Sud-Americana da diversi millenni. Il potenziale di estratti di stevia come dolcificante è significativo, poiché il suo potere dolcificante è naturalmente da 200 a 300 volte superiore a quello dello zucchero e il potere calorico irrisorio. Il vantaggio di utilizzo è legato al fatto che la stevia è praticamente senza calorie. Inoltre, sembrerebbe avere effetti positivi sul senso di sazietà, sui livelli glicemici e insulinemici  post-prandiali e essere anche in grado di influenzare positivamente l’insulinosensibilità.”

About Isabella Lopardi

Isabella Lopardi
Isabella Lopardi ha lavorato come giornalista, traduttrice, correttrice di bozze, redattrice editoriale, editrice, libraia. Ha viaggiato e vissuto a L'Aquila, Roma, Milano. Ha una laurea magistrale con lode in Management e comunicazione d'impresa, è pubblicista e redattore editoriale. E' preside del corso di giornalismo della Pareto University.

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