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Tendinopatia: il movimento previene dolore e degenerazione del tendine

Tendinopatia: il movimento previene dolore e degenerazione del tendine

Nel mondo del calcio la tendinopatia rappresenta la causa di oltre il 10 per cento degli infortuni totali di una squadra di professionisti, nell’arco di una stagione calcistica. Eppure, per gli specialisti, questo tipo di patologia che colpisce i tendini rimane, almeno parzialmente, un problema irrisolto.

“Spesso gli atleti riferiscono in ritardo il disturbo, al medico sportivo, ripetto al reale inizio del processo degenerativo”, dice il dottor Giuseppe Massei, fisioterapista di Palermo. “Senza contare che anche i trattamenti medici utilizzati negli ultimi decenni, non hanno sempre portato a risultati pienamente soddisfacenti e comunque spesso si basano su fondamenta scientifiche abbastanza labili”.

Il punto è che le cause della malattia degenerativa dei tendini non sono ancora del tutto chiare e quindi, di conseguenza anche l’approccio terapeutico rimane approssimativo.

“Fino a dieci, quindici anni fa, si pensava che si trattasse di un disturbo a carattere infiammatorio, tant’è che venne definito con termine tendinite dove il suffisso “ite” sta appunto a indicare l’infiammazione di un tessuto o di un organo”, spiega Massei. “Oggi il termine tendinite è praticamente scomparso infatti, recentemente, i ricercatori hanno dimostrato la pressoché totale assenza di cellule infiammatorie. Per questa ragione sono sorte numerose altre ipotesi per spiegare l’insorgenza di quella che oggi viene più genericamente definita tendinopatia”.

Tendinopatia: una progressione in tre fasi

La tesi maggiormente accreditata dalla comunità scientifica individua in tre fasi specifiche l’evoluzione della malattia:

  1. Tendinopatia caratterizzata da dolore, legata a sovraccarico, ma non infiammatoria.
  2. Distuzione delle cellule e nella matrice del tendine con formazione di nuovi vasi e nervi.
  3. Tendinopatia degenerativa, con dolore cronico e tessuto tendineo ormai francamente degenerato, in modo irreversibile.

Ma perché il tendine inizia a soffrire? A questa domanda gli specialisti non sanno ancora dare una risposta certa. Alcuni avanzano l’ipotesi di un problema circolatorio, altri sono riusciti a dimostrare una correlazione con lo stato del sistema nervoso periferico.

La tendinoparia si curava con gli antinfiammatori

“Fino a qualche anno fa, dal momento che si credeva la tendinopatia una malattia infiammatoria, il modo più immediato per curarla era somministrati antinfiammatori non steroidei (fans) o steroidei (cortisonici)“, dice Massei. “Ma le recenti scoperte circa l’origine del disturbo hanno limitato l’impiego degli antinfiammatori esclusivamente quando è necessario controllare il dolore, soprattutto durante le fasi di carico del tendine, quando cioè questo è sottoposto a lavoro intenso”.

Gli antinfiammatori, infatti, non hanno un’attività terapeutica vera e propria, anzi influiscono negativamente sulla riparazione del tessuto tendineo.

I tendini non lavorano tutti alla stesso modo

Iniziamo col dire che i tendini sono le strutture che ancorano i muscoli alle ossa. Nel trattamento riabilitativo tendineo è necessario tenere presente, prima di tutto, quali sono i tendini interessati, perché si comportano in modo totalmente diverso a seconda del distretto corporeo.

I tendini delle gambe sono strutturati per immagazzinare e rilasciare energia elastica. Per questo vengono sottoposti principalmente a forze di trazione, così avvine per esempio durante la corsa. I tendini delle braccia, invece, svolgono principalmente una funzione di scorrimento e sono soggetti a continui meccanismi di frizione.

Più è precoce la diagnosi di tendinopatia meglio è

L’obiettivo principale è stabilire esattamente lo stadio della malattia per interrompere il processo degenerativo. Lo specialista valutaTendinopatia: il movimento previene dolore e degenerazione del tendine anche il grado di attività fisica del soggetto e se esistono delle altre malattie concomitanti. Recenti studi, per esempio, hanno dimostrato una correlazione tra ernia del disco e rottura del tendine d’Achille.

Non basta, la tendinopatia può essere legata anche all’assunzione di antibiotici e persino al tipo di gruppo sanguigno. Da tempo è noto, infatti che le persone con gruppo “zero” producono un tipo di collagene, detto di tipo 3, che è meno resistente e quindi sono più suscettibili ad ammalarsi di tendinopatia.

L’attività fisica può prevenire la tendinopatia

Le più recenti ricerche hanno dimostrato che specifici cicli di contrazione muscolare eccentrica, (la tensione sviluppata dall’esercizio è inferiore alla resistenza del muscolo che si allunga comportando l’allontanamento delle inserzioni) hanno spesso un’azione antidolorifica e contrastano l’atrofia muscolare senza sovraccaricare l’apparato muscolo tendineo e neppure le articolazioni. Questo stesso tipo di allenamento sembra essere efficace nella prevenzione della tendinopatia.

Altri metodi per contrastare il dolore da tendinopatia

Ci sono casi in cui il movimento porta a risultati lenti e appena percepibili. Quand’è così, per raggiungere l’obiettivo benessere, ci si può aiutare con terapie fisiche, per esempio crioterapia, laserterapia, tecarterapia, ultrasuoni, anche se, a onor del vero, la ricerca  non ha ancora potuto dimostrarne la validità scientifica. Di recente si è vista la diffusione di una particolare tecnica infilrativa che utilizza i centrifugati piastrinici ottenuti dal sangue del paziente (PRP). Ricordiamo anche la scleroterapia e la proloterapia. Anche in questo caso non ci sono al momento evidenze scientifiche.

Per vincere la tendinopatia meglio un team di esperti

“Quando si tratta la tendinopatia, in realtà, ci si muove un po’ come sulle sabbie mobili perché non abbiamo certezze né sull’eziogenesi della malattia, cioè sull’origine, né sulle cure. La cosa migliore che si può fare è un approccio personalizzato e multidisciplinare che preveda cioè un trattamento specifico per l’atleta e il contributo del medico sportivo, del fisioterapista, dell’allenatore evitando di applicare un trattamento uguale per tutti”.

Una delicata alchimia che dovrà tenere conto di diversi fattori: come controllare il dolore,  modulare il carico di allenamento, correggere (quando possibile) i fattori di rischio e applicare tutte le strategie terapeutiche più indicate, caso per caso.

 

 

 

 

 

 

 

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