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Trasfusione: è davvero necessario fare ricorso al sangue?

Trasfusione: è davvero necessario fare ricorso al sangue?

“Una buona medicina deve fare ricorso al sangue solo quando questo è assolutamente indispensabile e in qualche caso lo è”, spiega all’agenzia Dire Massimo Franchi, professore ordinario di ginecologia e ostetricia e Direttore del Dipartimento materno infantile Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona.

“Però, tutti gli interventi in teoria possono essere affrontati senza sangue.

Per ottenere questo, in alcuni passaggi tecnici è necessario essere estremamente prudenti, utilizzando al meglio la buona tecnica chirurgica.

Personalmente, come tutti i medici, credo nell’importanza assoluta di ridurre nel limite del possibile la trasfusione”.

L’esperto, ha eseguito centinaia di interventi su pazienti Testimoni di Geova, facendo ricorso a strategie alternative alle emotrasfusioni e opera in chirurgia bloodless (senza sangue) da quando ha iniziato la propria attività.

“Ho sempre pensato che la decisione di trasfondere sangue fosse un intervento poco utile”, dice Franchi”.

“E che in alcuni casi, fortunatamente rari, derivi più da una convinzione del medico che gli dà sicurezza che non da inconfutabili dati scientifici.

Non esiste un intervento chirurgico che non possa essere eseguito senza ricorrere all’uso del sangue”.

Chirurgia ‘bloodless’ sempre più diffusa

La chirurgia bloodless è una pratica sempre più diffusa.

“È importante, in particolare in ostetricia e ginecologia, ridurre al minimo la perdita di sangue”, spiega Franchi.

“Dopo il parto, durante/dopo un taglio cesareo o un intervento ginecologico, l’uso del sangue, è rigorosamente riservato solo quando è assolutamente indispensabile.

Altro aspetto importante, quando possibile, è somministrare prima dell’intervento composti a base di ferro o che stimolano la produzione di globuli rossi.

Questo allo scopo di ottenere valori dell’emoglobina, pre-parto o preoperatori, normali o in qualche caso superiori alla norma prima di un intervento potenzialmente emorragico.

L’unica situazione molto complessa che possiamo avere e in cui è più difficile non utilizzare il sangue è una rara e grave situazione che si può verificare dopo il parto, la cosiddetta emorragia del post partum.

Quando avviene questa grave complicanza, la possibilità che una donna perda la vita se rifiuta la trasfusione aumenta notevolmente“.

 I benefici del patient blood management (PBM) 

I Patient Blood Management (PBM) sono strategie mediche volte a preservare i livelli di emoglobina, favorire l’emostasi e ridurre al minimo le perdite ematiche al fine di migliorare i risultati clinici del paziente, nello specifico ambito in cui il professore opera.

“Per quanto sia, il sangue viene sempre da un’altra persona, qualora non sia un prelievo autologo, questo comporta alterazioni del sistema immunitario e il paziente non trasfuso ha sempre degli ovvi vantaggi di salute”, spiega Massimo Franchi.

“È chiaro, anche, che se non si ricorre a trasfusioni, il decorso post operatorio può essere più prolungato per il fatto che il paziente deve rifare la quantità di sangue che ha perso.

Per migliorare l’applicazione del PBM è necessario conoscere le tecniche.

Dunque, più un chirurgo diventa esperto nel non far perdere sangue alla paziente, più studia l’anatomia, più utilizza la strumentazione e i farmaci volti a ridurre le perdite di sangue, più migliora la sua capacità professionale”.

Trasfusione: consenso informato e dissenso informato

“Come medici, noi siamo tenuti al massimo rispetto delle volontà di chi assistiamo”, dice Franchi.

“Però oggi c’è un minimo di confusione, generata soprattutto da cosa si intende per consenso informato.

Molti colleghi pensano che il consenso informato sia semplicemente un documento, quando invece è un processo, anche molto lento.

È un consenso che si ottiene solo dopo che si è instaurata una salda comunicazione e un rapporto di fiducia piuttosto che dopo una informazione sterile.

Inoltre, molto spesso si parla del consenso informato, ma è molto importante che, per esempio nella paziente testimone di Geova che non vuole la trasfusione, venga fatto compilare quando necessario un dissenso informato.

Cioè è necessario spiegare che per andare incontro alle sue esigenze è possibile che non si riesce a fornire la qualità ottimale di cura.

Si tratta di un aspetto importante anche se questa dinamica può succedere raramente.

Per esempio se durante un taglio cesareo si verifica la rarissima evenienza di un sanguinamento massivo, è opportuno eseguire precocemente una asportazione dell’utero per salvare la vita alla madre, operazione evitabile in una paziente che accetta le trasfusioni.

Questo comportamento, a mio parere, è volto a fare comunque e sempre il bene della paziente, bene che non è dissociabile dalle convinzioni etico religiose dell’assistita”.

Trasfusione: le misure profilattiche

“Per le persone che per motivi religiosi, etici o altro non vogliono ricevere una trasfusione, è rilevante fare ricorso alle misure profilattiche, ovvero misure volte a evitare le perdite di sangue”, spiega Massimo Franchi.

“Per esempio durante un intervento chirurgico oncologico, quindi un intervento molto complesso”, spiega Franchi.

“È possibile evitare alcuni passaggi estremamente emorragici o almeno è ipotizzabile affrontarli con notevole lentezza.

Inoltre, abbiamo oggi a disposizione strumenti che tagliano e fanno l’emostasi, cioè evitano le perdite di sangue, strumenti estremamente utili e che riducono le perdite di sangue.

Abbiamo farmaci che, se utilizzati, fanno coagulare il sangue qualora il vaso venga reciso.

Possiamo dunque fare affidamento su una strumentazione e sulle importanti risorse messe a disposizione dalla più moderna tecnologia che consentono di ridurre enormemente il rischio di dover ricorrere al sangue”.

 

Immagine di copertina di Karolina Grabowska https://www.pexels.com/it-it/foto/salutare-sfocatura-professionale-clinica-4226912/

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