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Gabriele Pedullà, la vita come una pista di pattinaggio

Gabriele Pedullà, la vita come una pista di pattinaggio

Per fare da sfondo al racconto della metafora di vita di Olimpia e Ruggiero, i personaggi protagonisti del suo romanzo “Lame”, Gabriele Pedullà ha scelto la sua città, Roma, ritagliandone un piccolo spazio lontano dalla quotidianità, dal caos automobilistico, persino dal presente inteso come declinazione temporale.

Nome di spicco nel mondo culturale della capitale (e non solo), Gabriele Pedullà si distingue come docente universitario e critico letterario e cinematografico, attività a cui affianca quella di narratore.

“Lame” è il suo primo romanzo, che fa seguito a raccolte di racconti, nel cui ambito la critica aveva ravvisato un nucleo significativo e personale, lontano da schemi prefissati e da facili clonazioni.

La scelta dell’autore è evidente sin dalla prime pagine: non c’è scrittura che debba vestirsi di eccezionalità per raccogliere il plauso, è nella più semplice e troppo spesso ignorata semplicità che lo scrittore deve andare a cogliere i suggerimenti per la sua storia, per vicende che siano contemporaneamente così lontane e così vicine alla vita dei lettori.

Il lettore si trova dunque catapultato sul Pincio, da cui si allontanerà solo sporadicamente, poiché tutta la storia trova le sue radici e il suo sviluppo su questo colle, tra i suoi giardini, le sue statue che si rifanno a uomini illustri o ad altrettanto illustri sconosciuti, tra lo scorrere delle stagioni che non sembra intaccare la realtà esteriore ma solo quella interiore dei protagonisti.

Gabriele Pedullà costruisce un microcosmo di pattinatori.

Ruggiero e Olimpia, due quasi quarantenni che fanno i conti con l’esaurirsi degli stimoli nella loro vita di coppia, si ritrovano per caso una domenica mattina sulla terrazza del Pincio, non avendo potuto effettuare una visita ad una mostra di comune interesse.

Ruggiero ha un solido posto di lavoro grazie alle sue competenze tecnico-scientifiche, Olimpia invece si muove tra colazioni, aperitivi e cene con scrittori, emergenti o già affermati, che costellano le sue giornate.

Si ritrovano a casa alla sera, con tempi neppure sempre coincidenti, con la necessità di programmare un futuro immediato che li leghi a qualche passione comune e di non distrarsi da un passato che li ha trasformati in ciò che sono.

Sembra essere proprio quest’ultima necessità a giustificare la presenza, nel loro salotto, di cornici per fotografie digitali, che scorrendo continuamente sui piccoli schermi rammentano loro che hanno radici comuni, giorni condivisi, memorie giustificate.

L’incontro coi pattinatori della domenica mattina non li lascia indifferenti: entrambi da giovani hanno praticato il pattinaggio a rotelle e anche per questo si sentono attratti dal luogo e dalle persone che lo frequentano, un’umanità sempre uguale a se stessa, tranne per la casuale presenza di altri pattinatori,

All’inizio Olimpia e Ruggiero si limitano ad osservare dal bordo pista le evoluzioni degli altri, ma ben presto vogliono diventare essi stessi protagonisti, acquistano un paio di pattini e diventano frequentatori assidui della terrazza del Pincio.

E’ stata un’attrazione magnetica a portarli lì, ma anche l’affabilità degli altri partecipanti che, come scopriranno ben presto, sono tutti identificabili con un soprannome che cela un nome proprio che nessuno svela.

In pista, diventano Corto, il Professore, Angie, Rino, Lollypop, Fata Turchina, Bess…volteggiano sicuri sui loro pattini, ascoltando rigorosamente musica degli anni Ottanta, con abbigliamenti che copiano fedelmente quelli tipici della generazione di allora, soggiogata dai colori sgargianti e dal desiderio di apparire sempre al meglio delle proprie possibilità.

Domenica dopo domenica si ritrovano tutti al Pincio con Ruggiero e Olimpia, per recuperare il divertimento del passato, dando vita ad una coreografia da Amarcord che sembra proteggerli dal presente, forse assai meno luccicante della memoria del passato.

Olimpia è una brava fotografa e ciò diventa un valore aggiunto: per la generazione dei quasi quarantenni è d’obbligo fissare le immagini in fotogrammi, perché solo ciò che può essere rivisto o mostrato agli altri diventa reale, ciò che invece è memoria individuale non ha la stessa forza impattante.

Gabriele Pedullà fa di Olimpia il mezzo a cui tutti gli altri fanno riferimento per la propria memoria, mediante la condivisione sui social e la selezione delle immagini più belle tra le centinaia scattate.

Sono uomini e donne che non parlano tra di loro, che sembrano essere privi di una vita diversa da quella che si svolge ogni domenica mattina al Pincio, insieme a quella che non tutti riescono a ritagliarsi il venerdì sera, stesso luogo stessa modalità.

In questa ripetitività, in questa specifica socialità il tempo trascorre anche per i due protagonisti, senza emozioni improvvise o forti: e se per caso una emerge all’improvviso e fa deviare il corso della normalità, viene prontamente ricacciata nel profondo e scordata, come se non fosse mai esistita.

Pattinare come metafora del vivere per Gabriele Pedullà

La pista di cemento su cui i pattinatori si rincorrono, si prendono per mano, si lasciano, compiono momentanee evoluzioni, diventano un tutt’uno con la musica è metafora del nostro vivere, del modo compulsivo in cui trasciniamo  il nostro tempo.

A Ruggiero l’autore lega un altro protagonista, forse semplicemente il fantasma dei suoi incombenti quarant’anni, con cui, capitolo dopo capitolo, egli intreccia brevi dialoghi, a volte solo monologhi, sul senso di ciò che sta accadendo.

Gabriele Pedullà trasforma i pattinatori negli adepti di una Chiesa, quella di “Nostra Signora della Rotella”, a sottolineare come essi si sentano investiti di un ruolo specifico, che li rende tutti allo stesso modo importanti ma soltanto all’interno del microcosmo che si sono costruiti.

Incapaci di trovare una collocazione nel futuro ripiegano sul passato, sugli anni Ottanta, fanno di “Thriller” di Michael Jackson la loro canzone di riferimento, in chiusura di ogni giornata.

Così è la vita, secondo Gabriele Pedullà: si pattina costantemente sulla stessa pista senza avere un traguardo da raggiungere, il senso dell’azione sta nell’azione stessa, come al Pincio.

Ad esprimere la metafora è il Professore, chiamato così proprio per il suo tentativo, l’unico, di spiegare il mondo e la vita a parole, mantenendo un ruolo importante per il linguaggio, come è giusto che sia, a scapito delle sole immagini:

“Mai fermi, perennemente in movimento. Detto così sembrerebbe un elogio…Ma poi di colpo…il Professore devia su una nota amara e risentita. E’ solo un’illusione (dice adesso)…Ed eccolo che inizia a prendersela con tutti loro, con se stesso, con quello sforzo inutile e senza direzione (dice), così immobili nonostante il movimento e proprio per questo condannati a girare all’infinto, insomma paralizzati nel loro illusorio dinamismo, come tutti coloro che, per quanto si affannino, non arrivano da nessuna parte perché non c’è un posto che intendano raggiungere davvero, e allora girano, girano, girano ancora: unicamente perché non saprebbero cos’altro fare, per abitudine, o perché, girando, per qualche ora riescono a stordirsi col proprio stesso moto. Esattamente come loro”.

Una metafora per la vita, sapientemente descritta da Gabriele Pedullà.

Gabriele Pedullà, la vita come una pista di pattinaggioAUTORE : Gabriele Pedullà

TITOLO : Lame

EDITORE :  Einaudi

PAGG: 160,  EURO 18,00

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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