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Gabriella Kuruvilla, cuori di cristallo da maneggiare con cura

Gabriella Kuruvilla, cuori di cristallo da maneggiare con cura

Gabriella Kuruvilla, eclettica artista milanese italo-indiana, è tornata in libreria da poco più di un mese con un nuovo romanzo, “Maneggiare con cura”.

Abituati alle sue ambientazioni milanesi, la città in cui vive e lavora ( come scrittrice, pittrice, illustratrice, giornalista), non ci  si stupisce dunque che sia ancora una volta Milano ad essere lo sfondo su cui vengono proiettate le vicende di quattro personaggi più uno, il convitato di pietra.

I protagonisti in presenza sono quattro giovani della generazione dei trenta/quarantenni che ancora annaspano alla ricerca di una propria specificità individuale, che li sottragga all’anonimato della massa dei loro coetanei ai quali ultimi sembra appartenere un’esistenza da perenni Peter  Pan.

Su di loro aleggia, moderno fantasma, il ricordo di una donna suicida a soli cinquant’anni, un’artista con la quale tutti hanno avuto a che fare in modo importante, tanto da esserne stati condizionati in qualche modo.

Ashima, questo il suo nome, ha improvvisamente deciso di voltare le spalle alla vita nella torrida estate del 2001, lasciando una figlia trentenne a dibattersi tra domande senza risposta e ingerenze di un patrigno e una sorellastra così lontani dal suo mondo da indurla ad andarsene di casa.

Ma Ashima, artista di origine indiana, continua a farsi sentire con prepotenza, a sollevare ricordi polverosi, a far rimpiangere un mondo di affetti di sangue ormai inesistente.

Così Diana, sua figlia, a dieci anni esatti di distanza dal funerale della madre, si ritrova a vagare per una Milano altrettanto ostile, calda e afosa, incapace di dare refrigerio a chi sta ancora elaborando un lutto nonostante il tempo trascorso.

Incroci di vite nel romanzo di Gabriella Kuruvilla

Diana non ha un padre biologico da lei conosciuto, perché è il risultato di una sola notte trascorsa da sua madre con un coetaneo mentre erano studenti all’Accademia delle Belle Arti di Brera, una notte d’amore per Ashima e di sesso per la controparte.

Il successivo matrimonio con un altro uomo, già padre di una figlia, ha dato vita ad una famiglia a quattro, tale sulla carta ma priva di vera linfa, incapace di una convivenza reale e non formale.

Forse anche per questo dopo la morte della madre Diana ha scelto di tornare una seconda volta in India, da sola, per cercare delle radici che la morte di Ashimaha gettato al vento, per riconoscersi in uomini e donne nelle cui vene scorre lo stesso sangue di sua madre, dunque anche il suo.

L’India che Gabriella Kuruvilla spesso racconta nei suoi racconti e romanzi è la sua reale terra d’origine da parte di padre, lontana dagli stereotipi ma non per questo meno dolente, terra di bambini rapiti per poter loro asportare gli organi e di vecchie generazioni estranee al presente, almeno a quello per cui Ashima se n’è andata.

Diana ha vissuto dieci anni, dai trenta ai quaranta, in compagnia del ricordo di Ashima e della nostalgia dell’India, senza trovare una persona a cui potersi legare in un per sempre almeno illusorio: ma il suo è un cuore fragile, da maneggiare con cura.

Sul medesimo tram su cui viaggia Diana nell’agosto 2011, sale Pietro, che sta metaforicamente scappando da se stesso, dopo la rottura del rapporto con la sua compagna, la sera precedente: è uscito da quella storia, a quarantatré anni, come ci si sfila da un abito che non ci piace, fuori contesto e logorato dall’usura.

Pietro non sa che lei è la figlia di Ashima, la sua insegnante di scultura all’Accademia, eppure riconosce dei tratti comuni ad entrambe, inconsapevolmente: innamorato con un amore da studente della sua docente, aveva vissuto con dolore il suo funerale, poi l’aveva accantonata tra i ricordi.

Prima di Diana.

A lui non interessa costruirsi una famiglia tradizionale e il perché va ricercato nei rapporti tra e con i suoi genitori, una storia che lo ha influenzato al punto da ipotizzare, da eventuale marito e padre, un futuro alienante e privo di spazi di libertà.

Hanno fame di vita, Diana e Pietro,  motivo per cui il loro primo incontro si conclude con una notte che sembra di solo sesso, ma così non è, sebbene il poi debba ancora manifestarsi.

Cuori rotti ma non irreversibilmente, nei personaggi di Gabriella Kuruvilla

Al fianco di Diana, poco prima che la madre morisse, era apparso Manuel, conosciuto a Genova al G8 del 2001: diciannovenne alternativo, in compagnia di libri, droghe e debiti, sottrattosi alle cure materne col pretesto di un ritiro spirituale a Genova, aveva fatto della sua vita il rovescio di ciò che la famiglia avrebbe voluto, con agili slalom tra menzogne ed ipocrisia.

A Genova si era sentito improvvisamente adulto, assistendo a quanto stava succedendo; al ritorno a casa aveva iniziato a fare il cameriere e al ristorante, una sera, era arrivata Ashima: con la trasgressione di tutta una vita lo aveva scelto come amante per una notte, dietro congruo compenso, per poi abbandonarlo ai suoi tanti pensieri in una camera d’albergo, pochi giorni prima del suo suicidio, pochi giorni prima che lui ritrovasse Diana a Milano.

La fragilità di Manuel, bambino problematico sin dai primi anni di vita, si trasferisce nel rapporto con Diana, una relazione in cui lui riveste il ruolo parassitario di chi prende (e non solo affettivamente) e poco dà, come accaduto nell’ultimo viaggio in India con lei.

Maneggiare con cura un uomo con simili fragilità è difficile anche per Diana, che infatti farà altre scelte, decisive per entrambi.

Gabriella Kuruvilla aggiunge ancora un personaggio a questo intreccio di vite: si chiama Carla, vive nello stesso edificio di Diana, in un appartamento  che ha mantenuto la struttura a ballatoio, a seguito del recupero di vecchi stabili milanesi.

Carla è arrivata a Milano a diciannove anni per l’Università, lasciandosi alle spalle la vita bucolica voluta dai suoi genitori, agricoltori per scelta, ostili alla modernità.

Diventata restauratrice, ha coltivato una insolita passione, quella di disegnare le persone che hanno partecipato a un funerale, o, in mancanza di questo, a un battesimo o un matrimonio.

E’ così che ha visto Diana per la prima volta, al funerale di Ashima nel 2001, seduta su una panchina di fronte alla chiesa con matita gomma e blocco di fogli, ed ora ha modo di conoscerla di più e meglio, proprio nel momento in cui la vita la mette di fronte a un bivio e sta a lei, sempre piena di dubbi e priva di certezze, decidere da che parte avviarsi.

In ogni caso, anche per lei Ashima ha avuto un ruolo, come per Diana, Manuel e Pietro.

Quattro vite che si sono trovate, incontrate, sovrapposte e persino incastrate, quattro storie individuali, ma anche corali, voci che si amalgamano e si affievoliscono, perché quando si ha a che fare con i cuori altrui, l’imperativo “maneggiare con cura” è assolutamente d’obbligo.

Gabriella Kuruvilla, cuori di cristallo da maneggiare con curaAUTORE : Gabriella Kuruvilla

TITOLO : Maneggiare con cura

EDITORE : Morellini

PAGG. 218,   EURO 14,90 (disponibile in versione eBook euro 2,99)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

About Luisa Perlo

Luisa Perlo
Luisa Perlo, Critico Letterario

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